Dietro le quinte di un amore tormentato: Rapisardi e le parole mancanti di Paolo e Francesca
In “Ricordanze” lo scrittore catanese riannoda le fila del celebre e straordinario episodio dantesco immaginando di mettere in scena ciò che dei due sventurati amanti ancora non conoscevamo. E mentre Paolo, così silenzioso per Dante, inizia teneramente a raccontare i giorni in cui nacque il suo sentimento, e mentre la coppia si ritrova faccia a faccia con l’uomo che li ha privati della vita, la loro vicenda si amplia, cresce su sé stessa. Come fanno le grandi opere che spesso finiscono per andare oltre i confini che erano stati tracciati
Nella sua edizione commentata a Sesamo e gigli di John Ruskin, datata 1906 e ai giorni nostri fruibile in un volumetto dal titolo Il piacere della lettura, Marcel Proust riuscì a fotografare con impareggiabile lirismo uno dei moti più profondi che spinge il nostro animo ad avventurarsi tra le pagine di un libro. E, in molti casi, persino oltre, là dove i confini non sonno ancora stati tracciati. «Avremmo tanto voluto – scrisse l’autore della Recherche – che il libro continuasse e, se proprio era impossibile, avere altri ragguagli su tutti quei personaggi, sapere qualcosa della loro vita di adesso, impiegare la nostra in cose che non fossero totalmente estranee all’amore che ci avevano ispirato e il cui oggetto ci veniva improvvisamente a mancare, insomma non aver amato invano, per un’ora, creature che domani sarebbero state solo un nome su una pagina dimenticata». È essenzialmente questo ciò che ci qualifica come lettori: l’incapacità di cedere alla rassegnazione. Immaginare l’impossibile, tratteggiare l’inesistente, colmare i vuoti con la pienezza della fantasia. Vorremmo conoscere seguiti ideali, sottrarci alla sospensione e alla solitudine di un finale amaro. Vorremmo persino ascoltare parole nuove, i non detti rimasti impigliati sulle labbra dei nostri beniamini di carta e inchiostro, fugare le ambiguità e le amarezze, stravolgere le sorti e il destino stabilito dalle implacabili penne degli autori. Desideriamo ardentemente, insomma, divenire noi stessi parte integrante di quelle storie che tanto ci hanno ispirato: salire sul battello de L’amore ai tempi del colera dove Fermina Daza e Florentino Ariza si ritrovano dopo tanti anni e scoprire quale sarà la loro meta, vagare con Ismaele di Moby Dick per cogliere quale futuro lo attende, accompagnare Huckleberry Finn nella sua nuova, rocambolesca fuga. E i primi lettori, si sa, sono proprio gli scrittori. I quali non temono di avventurarsi, con occhi nuovi, in mari già battuti. Proprio come ha fatto il nostro Mario Rapisardi, ripercorrendo le orme ingombranti di Dante Alighieri e della sua Commedia. Scendendo nella profondità di una vicenda – e di una coppia – tra le più belle e drammatiche di sempre. Scendendo in quelle profondità infernali in cui tutto sembrava già decretato. E in cui, invece, il poeta catanese volle narrare qualcosa di inedito. Un dolce, malinconico, lacerante dietro le quinte.
In Ricordanze (la cui prima edizione risale al 1872 e il cui titolo ricalca in maniera certosina il dettato leopardiano al nostro conterraneo tanto caro), infatti, Rapisardi riannoda il suo ed il nostro cuore al dolore di Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, condannati nel cerchio dei lussuriosi ad essere eternamente travolti da una tempesta di vento senza posa. La loro storia, divenuta simbolo di un amore autentico impedito dalle logiche di interesse e spezzato dalla furia dell’odio – i due, sorpresi in flagrante, vennero uccisi da Gianciotto, marito di lei e fratello di lui – è simbolo di privazione, certo, ma anche testimonianza di un sentimento capace di travalicare il tempo ed incastonarsi persino nell’infinita sofferenza che gli è riservata. È una storia di lacrime, di un coinvolgimento emotivo che trascende la particolarità dei fatti per innalzarsi all’universale pietà, che avvince e stritola lo stesso Dante, il quale lacrimando perde persino i sensi. Ed è, soprattutto, la storia di una donna che ribalta le abitudini, le tradizioni di subalternità. Che prende la parola, il centro del proscenio, relegando Paolo ad un singhiozzare sussurrato e disperato. Ma è in questo abisso di silenzio, in questa tenera ineffabilità che Rapisardi si incunea con la sua inventiva. Nei versi del Vate etneo anche il Malatesta trova la forza di maledire la sorte, di riaffermare con decisione la scelta che li ha condotti al doloroso passo. Attraverso, per di più, una rievocazione inedita, un affresco di parole che ci catapulta nei giorni, negli istanti precedenti al loro fatidico incontro: «Era il tramonto, / Ti sovvien di quel giorno, era il tramonto; / Terso era il ciel, chete eran l’aure. Un’onda / D’armonie, di fragranze era d’intorno / Ai lucidi giardini. Ai consueti / Raccoglimenti… Chiusa nel tuo modesto abito bruno / Bellissima venivi. Io muto, ansante. /Fra’ rami occulto dei furtivi aranci, / Seguia col guardo i tuoi passi… Là, presso al tiglio t’assidesti, e…. Traendo, tutta nei pietosi scritti /Gli occhi e l’alma intendevi. Io m’appressai, /Furtivamente m’appressai: non visto / Mi t’assisi da presso, e l’aria bevvi / Del tuo respiro, e i tuoi palpiti intesi / La prima volta…». Sembra quasi di poterli seguire, gli appassionati e proibiti amanti, con la stessa furtività dei loro pomeriggi trascorsi insieme, ripercorsi dalle labbra tremanti di Paolo. Il cui narrare potrebbe già soddisfare il lettore più avido. Che, tuttavia, ben presto si ritrova ad assistere a qualcosa di ancora più impensabile. Gianciotto – nella versione del testo di Rapisardi chiamato Lanciotto – evocato nel testo dantesco ma mai portato in scena – si ritrova dinanzi alle sue vittime, che lo pregano di concedere loro comprensione e perdono. Ma l’odio, sembra volerci dire lo scrittore catanese, talvolta ha la stessa intensità del suo opposto. E Gianciotto è lapidario: «Perfidi! io sento / Così de la mortale ira avvamparsi /Le furie in me; così mi avventa al petto / Fiamme gelose il furor mio, che mille / Ben mille volte io ti vorrei ridesto / A la vita mortal, perch’io potessi / Mille volte sfamar dentro il tuo sangue /Quest’acre, ardente, insaziata, immensa /Vendetta mia, che a la mia vita insieme / Spenta non s’è, ma al par s’è fatta eterna!».
La donna si dimena e si libera dall’abbraccio dell’angelo che l’ha presa in consegna. Ancora una volta, ribalta il modello: questa volta quello di Orfeo ed Euridice. Si volta verso Paolo e precipita. Non per scomparire come la fanciulla del mito greco, ma per riapparire come corpo, presenza, voce, al fianco della sua metà
Ma è la fine ciò che tutto determina. Quel bisogno di compimento che accompagna le nostre letture, quella insostituibile soddisfazione derivante dalla chiusura di un cerchio. Proprio a questa si appella Rapisardi nel disegnare una nuova conclusione. Un epilogo che non si ferma al silenzio tombale dantesco, che non si oscura lontano dalla vista del poeta fiorentino che si risveglia oltre quel cerchio che tanto, emotivamente, lo ha fatto patire. Ma che grida, invoca, riemerge dal fondale della memoria. Che riscrive le regole dell’Inferno stesso, concedendo a Francesca – e soltanto a lei – la grazia di ascendere direttamente al Cielo. «Al fine / Del dovuto supplicio – intona una voce celestiale – oggi s’appressa / Un’anima dolente. Al cielo assunta. / Per decreto di Dio, sarà tra poco / D’Arimino la donna». Paolo la abbraccia per l’ultima volta: come se mai avesse potuto farlo. La implora di accettare, di voltare le spalle alla voragine di tormento così a lungo condivisa. Di rinunciare, per il suo bene, al connubio delle loro anime. Francesca acconsente: perché sacro è il desiderio di chi ama. Ma l’ascensione dura appena lo spazio di qualche verso. La donna si dimena e si libera dall’abbraccio dell’angelo che l’ha presa in consegna. Ancora una volta, ribalta il modello: questa volta quello di Orfeo ed Euridice. Si volta verso Paolo e precipita. Non per scomparire come la fanciulla del mito greco, ma per riapparire come corpo, presenza, voce, al fianco della sua metà. «Il ciel? Deserto / È intorno a me; vasto deserto! Mute / Son l’armonie, pallidi gli astri, estinta / Ogni luce, ogni raggio… Immolo, in grembo / D’una tenebra immensa, Iddio balena / Terribile dagli occhi… Oh! non è questo / Il ciel, l’amor questo non è! Lasciatemi, / Udite? Egli è laggiù!… laggiù dal fondo / Di quell’abisso piangendo ei mi chiama… / Ohi la mia gloria, l’amor mio, la luce, / Tutto il mio cielo in quest’abisso è chiuso!
Che fai? misera donna! eternamente
Tu sei perduta! …
Eternamente io t’amo!».
Condannati perennemente alla punizione. Ma insieme. Prigionieri di un crimine altrui, esiliati dove solo fuoco e turbini sapranno trovarli. Eppure, nel bel mezzo dell’oscura nebbia, in pace. La pace di chi «ma più fia diviso».
(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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