Douglas e l’inferno dei CPR: «È meglio fare la fame per strada che stare un giorno rinchiusi lì dentro»
Un doloroso arrivo in Sicilia dopo l’incubo delle prigioni libiche. Una paga irrisoria per lavorare nei campi. Un gruzzoletto messo insieme a fatica per fondare una propria cooperativa agricola durante la pandemia. Sembrava una storia destinata al lieto fine, quella del ragazzo gambiano che oggi vive a Catania. Ma non immaginava che un’altra tappa provante lo attendeva: quella del centro di permanenza di Trapani, dove era finito per aver dimenticato di rinnovare il suo permesso di soggiorno. «Non sono luoghi per esseri umani. Se non hai una testa forte, rischi di perderti per sempre». Per 31 giorni, ha dovuto mettere alla prova la sua: il suo racconto è ancora più vivido che mai
«La notte non si dorme. C’è chi sbatte le porte, chi grida. Alcuni sniffano pillole per calmarsi. È molto peggio di un carcere, è meglio vivere per strada piuttosto che stare lì». Douglas ha ventinove anni e viene dal Gambia. I giorni trascorsi ne CPR di Milo, a Trapani – una delle nove strutture attive in Italia dove vengono trattenuti gli stranieri che non hanno commesso alcun reato, ma che si trovano irregolarmente sul territorio italiano – affollano ancora la sua mente come ricordi indelebili. Era il 2023, a quel tempo lavorava nelle campagne di Palermo con la sua cooperativa. La sua colpa? Non aver rinnovato in tempo il permesso di soggiorno.

DAL DESERTO AL VULCANO. «Sono arrivato in Italia nel 2014, a diciotto anni. Dopo essere fuggito dalle prigioni libiche, ho raggiunto Siracusa in barca. Un viaggio difficilissimo», racconta mentre sorseggia un caffè per le stradine di San Berillo, nel cuore di Catania, dove ormai lo conoscono tutti: «In Gambia bevevo solo quello americano, ma ormai amo l’espresso». Dopo un periodo al CARA di Mineo ha iniziato a lavorare nei campi agricoli: «Ho vissuto a Marsala e anche in Germania per più di un anno, ma poi sono tornato a Catania». Nel 2020, in piena pandemia, ha fondato insieme ad altri ragazzi una cooperativa agricola per sottrarsi allo sfruttamento: «Si chiama Dokulaa, che significa lavoratori in lingua Mandinka. L’abbiamo creata per aiutare noi stessi, per avere un contratto fisso e una paga dignitosa, che ci permettessero di ottenere anche il permesso di soggiorno».
L’INCUBO DELLA DETENZIONE. Poi, però, ecco il fulmine a ciel sereno. «Quando mi hanno fermato eravamo quattro italiani e tre stranieri. Stavamo andando a lavorare nelle campagne di Palermo. Io avevo dimenticato di rinnovare il permesso di soggiorno. I poliziotti mi hanno portato via. Poi ho capito che mi stavano portando al CPR di Trapani».
Il centro di permanenza per il rimpatrio di Milo è un edificio isolato, «lontano da tutto e tutti» dice Douglas. «Ho trovato una situazione tremenda. Quando entri ti tolgono tutto: cellulare, bracciali, collane, persino le creme per il viso. Dentro è rumore continuo. La gente urla, sbatte le porte, prende pillole per dormire». Spiega che i medici prescrivono una «terapia», e che alcuni «perdono la testa per davvero». Non certo migliore risultava essere l’assistenza: «Dormivamo in dieci nella stessa stanza. C’era chi gridava, chi non parlava più. Ho visto persone con evidenti malattie mentali essere totalmente abbandonate a sé stesse. Mi ricordo di un uomo che non faceva altro se non stare sempre seduto. Nessuno li aiutava, quelle persone non dovevano stare lì».
Nemmeno il cibo rappresentava un elemento di conforto: «Era terribile. Il primo giorno ho bevuto del latte e sono stato male. Ogni mattina solo biscotti e latte, a pranzo riso o pasta in bianco. Avevo sempre mal di stomaco. Chissà cosa c’era dentro. È peggio di un carcere. Nel CPR sei in arresto senza aver commesso un reato e nessuno ti dice quando potrai uscire». È questo che prevede la condizione di detenzione amministrativa, introdotta nell’ordinamento giuridico italiano nel 1998: «C’era gente detenuta da mesi e mesi. Ogni notte qualcuno provava a scappare. Io cercavo di resistere», racconta. Dopo 31 giorni di attesa e paura, la svolta. «Grazie a un avvocato di Palermo, alla cooperativa e a tanti conoscenti che hanno scritto lettere sul mio lavoro, sono riuscito a uscire. Quando mi hanno detto che potevo andarmene non ci credevo. Pensavo che sarei rimasto lì per mesi, rischiando il rimpatrio».
UN FUTURO DA SCRIVERE. Oggi Douglas vive a Catania e lavora stabilmente nella cooperativa Dokulaa: «Raccogliamo agrumi e nocciole. Prima mi pagavano 20 euro al giorno per dieci ore. Ora abbiamo contratti regolari e paghe giuste. La cooperativa ci ha salvati. Adesso ho la residenza, un contratto, e spero di poter ottenere presto la cittadinanza». Anche se il passato, ogni tanto, torna a bussare. «I CPR non sono posti per persone. Io sono stato fortunato. Se non hai una testa forte, rischi di perderti per sempre. È meglio vivere per strada e mangiare un biscotto piuttosto che ritrovarsi rinchiusi tra quelle mura».
(Foto in copertina: Olu Famele | Unsplash)
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