Douglas McCabe e il sogno del “The Guardian”: «Costruire un mondo migliore insieme con il nostro pubblico»
Un modello di business unico nel suo genere, dove i contenuti sono aperti a tutti e dove, nonostante questo, i lettori contribuiscono economicamente alla sua crescita. È da questo aspetto interessante che il Chief Strategy and Business Officer della testata britannica, ospite dell’VIII edizione de “Il giornalismo che verrà”, è partito per illustrare l’idea di informazione che guida una delle realtà editoriali più importanti al mondo: «La ostra ambizione è quella di creare una comunità di lettori che si sente legata senza che si debba insistere per convincerli»
«lI fine del The Guardian non è solo avere un grande pubblico, fare grandi profitti, creare sostenitori e aumentare gli abbonati. Vogliamo avere un impatto reale sulla società. Speriamo che un mondo migliore possa esistere e il giornalismo può essere uno strumento per crearlo». Una tale affermazione, sulla bocca della maggior parte degli editori di giornali del mondo, suonerebbe un po’ retorica, comunque poco credibile, più adatta a chi ha appena fondato un giornale studentesco ed è pronto a rivoltare la sua scuola. Ma a pronunciarla è Douglas McCabe, Chief Strategy Officer del The Guardian, cioè il dirigente che progetta il modello economico di uno dei giornali più letti del mondo e con un modello economico unico nel suo genere, ospite a Catania nell’VIII edizione del workshop internazionale Il giornalismo che verrà, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo.
Il fatto è che il giornale britannico The Guardian non è simile a nessun altro giornale. I suoi contenuti online – articoli, podcast, newsletter – sono gratuiti per tutti, cioè per 81 milioni di lettori online al mese. Riesce a sostenersi perché 1.4 milioni di persone scelgono di supportarlo – senza essere costretti – garantendone anche l’indipendenza. Il Guardian infatti non ha un proprietario, azionisti o shareholders: il suo motto – ha spiegato Douglas McCabe – è open to all, funded by many, beholden to no-one, cioè “aperto a tutti, finanziato da molti, subordinato a nessuno”. Quest’anno ha compiuto 205 anni, è stato fondato a Manchester, e ha una linea editoriale dall’identità molto forte, di ispirazione progressista e di centrosinistra.
«La metà del traffico online dell’immediato futuro potrebbe provenire da macchine, agenti e bot e non da umani. Ma il valore di un giornalismo pensato per gli uomini e di una fiducia costruita nel tempo è ancora fondamentale»
Douglas McCabe, Chief Strategy and Business Officer
McCabe ha parlato di «un modello costruito dal pubblico stesso, sostenibile economicamente» e con una missione civile molto chiara. Se oggi tutti i giornali online guardano al The Guardian come un modello di innovazione, fino a pochi anni fa la situazione era molto più incerta. Nell’ottobre del 2013, quando il The Guardian aveva appena iniziato la sua trasformazione in giornale online open to all, si parlava per esempio di “sfida immane” e di “traversata nel deserto”, di un percorso travagliato al termine del quale “nessuno poteva dire se ci fosse un’oasi o la morte di stenti, tra le dune del nulla”. Il giornale era in rosso perché aveva dimezzato la vendita di copie cartacee e allora non era affatto chiaro come poter traghettare i giornali cartacei nel mondo virtuale: il New York Times per esempio aveva appena iniziato la sua campagna abbonamenti e aveva da poco alzato il paywall nel suo sito.

Il The Guardian scelse di non percorrere le strade che allora sembravano più comuni per grandi giornali online: la gamification delle notizie (cioè l’offerta di notizie in modo interattivo e ludico), il freemium, cioè un po’ di contenuti free e un po’ premium (a pagamento), o la profilazione pubblicitaria degli utenti. L’intuizione vincente del The Guardian è stata quella di creare una comunità di lettori che «crede che il mondo sia un posto peggiore se non esiste il The Guardian» ed è disposta quindi a pagare per sostenerlo. McCabe ha chiarito che il suo giornale cerca «di creare una comunità, ma non nel senso di un gruppo di interesse specifico, ma di interesse nel mondo», un luogo di incontro digitale e fisico tra persone con visioni e istanze simili.
Oggi il giornalismo affronta cambiamenti paragonabili a quelli di 13 anni fa, e il modello “comunitario” del The Guardian si misura anche con l’IA. «La metà del traffico online dell’immediato futuro potrebbe provenire da macchine, agenti e bot e non da umani» chiarisce McCabe, che mentre ribadisce il valore di «un giornalismo umano» pensato per gli uomini, e della «costruzione della fiducia del giornale» come bussola per affrontare il cambiamento, riflette su due alternative di fronte all’IA. Da un lato il blocco indiscriminato dei robot, dall’altro «la ricerca di una relazione reciprocamente accettabile» con le aziende tecnologiche (come Google), per far sì che il giornalismo di qualità sia parte delle risposte fornite dalle IA e che le tecnologie «rendano il lavoro giornalistico sostenibile economicamente». La direzione indicata da McCabe è quella di costruire «standard e protocolli su come i bot e l’IA possano gestire le informazioni prodotte dai giornali». In quali modalità? Ci sono già alcuni progetti, ma ad oggi non ci resta che aspettare l’esito della nuova traversata nel deserto del The Guardian.
(In copertina: Ph. di Tim Mossholder | Unsplash)
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Anna Saggio
3 settimane agoInteressantissimo !
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