Si può conquistare il mondo con la finezza della propria penna e, contestualmente, sprofondare nell’oblio della gente tra cui sei nato? Si può, nella rincora ambiziosa e frenetica alle vette che il destino ti aveva serbato, rimanere incagliati in un silenzio decennale che quasi ti apparenta ad uno straniero? Evidentemente sì. È quasi connaturata, alla vita degli scrittori e degli intellettuali in genere, questa sorta di condanna, di prezzo da pagare per il coraggio di saper lasciare indietro tutto di sé, perfino le convinzioni che appaiono più radicate. È la storia di tanti funamboli della scrittura, talvolta incensati per brevi lassi di tempo e poi immediatamente accantonati; oppure inopinatamente ignorati, ostracizzati, affossati dal pregiudizio o dalla mancanza di sensibilità e lungimiranza. Accade così, ad esempio, che le tue pagine, nel giro di pochi anni, partendo dal cuore dell’Europa arrivino a toccare i sinuosi confini dell’America Latina. Che il tuo nome, associato con naturalezza a quelli di altre colonne portanti del ‘900, ben in vista nelle collane più prestigiose ed iconiche dell’editoria italiana, si trasformi d’incanto nell’esotico oggetto di studio di qualche sparuto e appassionato ricercatore. Che della tua avanguardistica produzione letteraria non restino che i titoli di pagine ingiallite e pressoché introvabili. È la storia di quanto accaduto all’agrigentino Ezio D’Errico, tra le più eclettiche e versatili figure del Secolo Breve, capace di spaziare con la medesima abilità dall’arte futurista a quell’astratta, dalla drammaturgia dell’assurdo sulla scia di Beckett e Ionesco alla sceneggiatura per la radio, passando una produzione giallistica di altissimo livello. In un senso o nell’altro, fu la città a Parigi, nella quale risiedette a lungo, a fare da spartiacque per la sua vita e per la sua carriera. Lì, tra i boulevard della capitale francese, tra salotti stravaganti e sospiri a ritmo di jazz, tra lo sfavillante luccichio dell’apparenza e le ombre di una sofferenza latente, nacque il suo personaggio principe, destinato ad accordargli l’attenzione della critica e del pubblico. Ma fu forse questa stessa distanza e decretarne la progressiva eclissi della memoria.

Per lungo tempo, infatti, D’Errico, con i suoi polizieschi visceralmente ancorati all’atmosfera e all’urbanistica parigina, fu considerato l’erede di diretto di Simenon e del suo Maigret, che a cavallo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta era andato temporaneamente in pensione, lasciando proprio presso il pubblico francese un vuoto non indifferente. In quel vuoto fu in grado di incunearsi il commissario Richard, personaggio burbero e piuttosto introverso che in Italia fu pubblicato da Mondadori e che seppe esercitare un fascino non indifferente per via del suo metodo d’indagine poco ortodosso. Nonostante una certa affinità di fondo tra i due investigatori, quello nato dall’ingegno di D’Errico apparve sin da subito come geniale inquirente guidato dall’istinto e da una sottile abilità d’analisi psicologica. «Io non lo chiamo neanche metodo, – dice il commissario in prima persona – è una necessità, non è un metodo… Ogni uomo agisce secondo la propria indole, secondo la propria origine, la propria educazione… ogni individuo è costretto a fare tutto quello che fa come se eseguisse degli ordini… mi spiego? Ecco perché in presenza di un delitto io non mi preoccupo tanto delle impronte e dell’esame chimico e di tutte le altre bellissime cose che insegnano i libri di Polizia Scientifica, quanto mi preoccupo dell’anima dei protagonisti, ma che dico… delle loro abitudini più pedestri… delle loro manie… dei loro vizi… delle loro miserie… ecco quello che conta in un’inchiesta di polizia!». Quasi freudiano nella sua osservazione della psiche e dell’anima, Richard, nelle sue avventure tra gli oscuri segreti della Ville Lumière, mostrò sempre uno spiccato senso della dignità e della pietà. Nel suo raggio d’interesse entravano infatti le vittime più impotenti, gli sfruttati, gli invisibili schiacciati dalla prepotenza della storia. In Qualcuno ha bussato alla porta (1936) – storia d’esordio di Richard – è un pittore squattrinato e disperato per l’indifferenza mostrata dal mondo per la sua arte. Sembra essersi suicidato, ma sotto la superficie giace qualcosa di ben più perverso. In Il fatto di Via delle Argonne (1937) è un reduce di guerra prigioniero di una miseria materiale ed esistenziale inestricabile. O, ancora, in Un grido nella nebbia (1940), è un uomo trovato morto nei pressi di una diga. Un uomo di non si sa nulla, trasformato in fantasma dall’omertà della società. A questo brulicare di disadattati, abbandonati, esclusi D’Errico dedicò, pur nella lontananza, il suo sicilianissimo spirito d’osservazione. La sua intolleranza per l’ingiustizia e la sopraffazione.

Di D’Errico, Richard, delle ombre parigine, delle geniali intuizioni, dell’ampiezza culturale di un uomo senza steccati oggi rimane appena un’eco sbiadita. Il ricordo indistinto di un’intellettuale sommerso dalla grandezza che aveva ottenuto altrove. L’inspiegabile reiterarsi della massima “nemo propheta in patria”.

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