Ezio Mauro: «Da Putin a Trump: viviamo nell’era della democrazia illiberale»

Il dialogo con Bauman, il silenzio dell’opinione pubblica, la crisi dei valori occidentali e il futuro dei giornali. L’ex direttore di La Repubblica al workshop “Il giornalismo che verrà”: «L’informazione ha bisogno di essere strutturata. I giornali sono uno strumento cognitivo»

Che cosa resta dell’opinione pubblica nell’epoca dei social network, dell’informazione infinita e dell’intelligenza artificiale? E quale ruolo può ancora avere il giornalismo in un tempo in cui la democrazia liberale appare sotto attacco, dall’esterno e dall’interno? Sono alcune delle domande al centro del dialogo con Ezio Mauro, già direttore de La Stampa e di la Repubblica, ospite a Catania del workshop “Il giornalismo che verrà”, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo alla Scuola Superiore dell’Università di Catania. Il punto di partenza è il suo ultimo libro, Il silenzio dell’opinione pubblica, pubblicato da Feltrinelli, che raccoglie una conversazione con Zygmunt Bauman avvenuta nel 2012 a Repubblica delle Idee, a Napoli. Un testo che, riletto oggi, sembra parlare con sorprendente precisione del nostro presente. «È significativo», spiega Mauro, «perché Bauman arriva a sfiorare il tema dell’intelligenza artificiale. Pone il problema dell’ultima insidia, della moderna tentazione che ci viene proposta: pensare che la realtà sia ormai completamente svelata, completamente dischiusa, e che non ci sia più bisogno di pensarla. Soltanto di ricevere risposte, prima ancora che vengano formulate le domande». Per Mauro, il rischio è l’ingresso in una nuova “età dell’evidenza”, in cui conta solo ciò che appare, e ciò che appare finisce per contare più del reale. «Bauman si ribella a questa idea», dice. «Ritiene che dobbiamo continuare a esercitare l’arte del dubbio. In questo si collega a Ulrich Beck, quando ricorda che siamo muniti di una parola di due lettere, “no”, e dobbiamo avere la forza di metterla in campo. Di dubitare».

Direttore, in questo contesto così infodemico, in cui non esistono più soltanto i giornali ma mille fonti di informazione, più o meno autorevoli, come cambia il ruolo del giornalismo nel formare un’opinione pubblica consapevole?
«L’indebolimento dell’opinione pubblica, che è un soggetto fondamentale, va di pari passo con l’indebolimento della democrazia. Penso ai partiti, non tanto come organizzazioni, perché le organizzazioni nascono e muoiono, ma come correnti culturali. E penso ai giornali. I giornali erano uno strumento che, in entrata e in uscita, strutturavano l’opinione pubblica. Oggi viviamo in una situazione in cui l’accesso all’informazione è infinitamente più facile. Non dobbiamo più uscire per andarla a cercare o comprare: l’informazione viene da noi in qualunque momento, dovunque siamo. Ci raggiunge come un raggio verde. Camminiamo dentro un pulviscolo informativo perenne, costante. Il problema è che questa è spesso un’informazione disorganizzata, casuale, che assaggiamo a morsi, a bocconi. Ma così come non si può vivere di aperitivi, e ogni tanto bisogna fare un pasto completo, allo stesso modo l’informazione ha bisogno di essere strutturata e organizzata. I giornali sono il primo criterio di classificazione dei fatti che accadono. Fanno una selezione della realtà secondo i fatti più importanti, misurano gli avvenimenti e i protagonisti, e soprattutto ripropongono una gerarchia dei fatti. Per questo i giornali non sono soltanto un veicolo di informazione: sono essi stessi uno strumento cognitivo. E non è detto che il cittadino di oggi, pur avendo un accesso enormemente più facile alle fonti e una possibilità di pluralismo infinitamente più ampia rispetto a qualche decennio fa, alla resa dei conti sia più informato di un suo antenato di quarant’anni fa».

«Il caos che stiamo vivendo ha come bersaglio la democrazia e i suoi istituti: il diritto, i diritti, le istituzioni della democrazia. Parlo della democrazia liberale, perché uno dei fenomeni dell’epoca che stiamo vivendo è che la democrazia non è più un universale, un concetto unanimemente riconosciuto come tale»

Ezio Mauro

In passato lei ha usato la metafora della “democrazia della conchiglia”: all’esterno la forma rimane, ma dentro l’organismo può essere fragile, morente. Oggi viviamo in un contesto internazionale in cui le autocrazie avanzano e la democrazia liberale sembra perdere centralità. Che momento storico stiamo attraversando?
«È un momento in cui all’ordine internazionale che reggeva le sorti del mondo, mediocremente se vogliamo, ma garantendo sicurezza, si è sostituito un disordine, un caos. E questo caos ha come bersaglio la democrazia e i suoi istituti: il diritto, i diritti, le istituzioni della democrazia. Parlo della democrazia liberale, perché uno dei fenomeni dell’epoca che stiamo vivendo è che la democrazia non è più un universale, un concetto unanimemente riconosciuto come tale. Esistono varie interpretazioni della democrazia: quella degli autocrati, quella dei leader neoautoritari, quella di alcuni leader che fanno parte anche dell’Unione Europea e non riconoscono pienamente lo Stato di diritto. Poi c’è un momento fondamentale, cruciale: quando Putin, nell’intervista al Financial Times del 2019, dice che l’idea liberale è diventata obsoleta. Questo significa che ha in mente un modello di democrazia illiberale, cioè la negazione dello Stato di diritto. Contemporaneamente l’avvento di Trump ci ha messi di fronte a un testacoda clamoroso: il leader del Paese che dovrebbe guidare il mondo democratico, il mondo che si riconosce nel diritto internazionale, nei diritti, nelle istituzioni, attacca la democrazia. Ci dice che la democrazia è vecchia, obsoleta, costosa, burocratica, pesante, scarsamente produttiva. Noi ci troviamo così di fronte a un doppio attacco alla democrazia: da fuori e da dentro. Questo spiega le difficoltà della fase che stiamo vivendo. Naturalmente spesso attribuiamo alla democrazia colpe che sarebbero della politica. Perché la democrazia garantisce la cornice dentro la quale la politica è libera e autonoma di muoversi. Ma è la politica che deve preoccuparsi di tenere tutti i cittadini a bordo e di garantire loro le condizioni di vita necessarie per poter pensare a qualcosa di più dei bisogni materiali».

Ezio Mauro al tavolo con Guido Tiberga durante l’incontro alla Scuola Superiore di Catania

Ma questa crisi riguarda soltanto la politica o anche la società?
«Io non ho mai pensato che la società sia per definizione migliore della classe politica. Giolitti diceva che per un terzo la società politica è peggiore della società reale, per un terzo è migliore e per un terzo è uguale. Certo, la classe politica fatica, arranca. Se facciamo paragoni con la Prima Repubblica, il livello delle personalità è scaduto. Lo si vede, lo si tocca con mano. Però i deficit che vediamo nella classe politica esistono anche nella società. Mancano le ragioni per connettere gli interessi individuali e i problemi individuali con i problemi degli altri, e per muoverli verso una causa con la C maiuscola. Questa cosa non c’è più. Bauman dice che forse è venuto meno il ruolo dell’agorà, la piazza in cui ci si muoveva dall’oikos, dalla dimensione domestica, dal focolare, dalla casa, e si portavano gli interessi privati nella sfera pubblica. Lì si mescolavano con i problemi collettivi, con ciò che veniva dall’ecclesia, dalla dimensione pubblica. L’agorà è venuta meno, sostituita dai social network. Non ci abbiamo guadagnato».

Siamo a Catania, all’Università, per un workshop frequentato da molti giovani giornalisti e aspiranti giornalisti. Spesso diciamo che c’è una crisi dei giornali, ma non del giornalismo nella sua funzione sociale. Lei che idea ha del giornalismo che verrà?
«Non c’è dubbio che ci sia una crisi dello strumento giornale. Internet ha liberato tutte le potenzialità del giornalismo, realizzando il sogno che il giornalismo aveva fin dall’inizio: raccontare adesso quel che capita adesso, perché il lettore lo legga adesso. Ha battuto il tempo, lo ha vinto. Questo ha cambiato radicalmente il giornalismo. Nello stesso tempo, però, non c’è mai stato tanto consumo di informazione come negli anni in cui viviamo. Questo è importantissimo. Il giornalismo è vivo. Ed è vivo soprattutto perché, nel momento in cui il potere sembra quasi separarsi in una dimensione privilegiata, non abitando più soltanto negli Stati nazionali ma vivendo negli spazi transnazionali dei flussi informativi e finanziari, il giornalismo resta una funzione fondamentale di interpellanza e di controllo del potere. Per la prima volta, quello che chiamiamo ancora il ricco, anche se la parola andrebbe aggiornata, non ha più legami con il povero. Un tempo facevano parte della stessa comunità di destino. Sentivano di farne parte. Erano interessati, sia pure in modo diverso, alla crescita e al progresso. Oggi questo legame si è completamente spezzato. La dialettica servo-padrone è impazzita. Il ricco può fare a meno del povero, non sente più questo legame di società. Tutto questo produce effetti che riguardano direttamente la democrazia, perché salta quel nucleo della modernità democratica che teneva insieme democrazia rappresentativa, welfare, lavoro e capitalismo. Se questo quadrilatero si rompe, si rompe anche la forza che teneva insieme i vincenti e i perdenti della globalizzazione, che oggi sono sciolti, ciascuno nel proprio destino».


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Direttore responsabile del Sicilian Post. Giornalista, laureato in comunicazione. Collabora con le pagine di cultura e spettacolo del quotidiano "La Stampa". Ha pubblicato su svariate testate nazionali e regionali, tra le quali "La Repubblica" e "La Sicilia". Dal 2018 è promotore del workshop internazionale "Il giornalismo che verrà". Attivo sul piano dell'innovazione è tra gli ideatori di "ARIA", tool per infografiche finanziato da Google DNI. Il suo ultimo libro è "L'unica donna nel CDA" (Guerini Next, 2023).

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