Forbin, dalla corte di Napoleone ai sentieri di Sicilia: il Grand Tour “selvaggio” di un conte illuminato

Nato in un castello provenzale e allievo del famoso pittore David prima, amante prediletto di Paolina Bonaparte e ciambellano caduto in disgrazia e in prigionia dopo. La vita del nobile francese fu degna di un grande romanzo. Anche quando, dopo la nomina a direttore del Louvre, fu mandato in Sicilia. Il suo resoconto dell’isola fu davvero unico: oltre alle classiche e gettonate mete, si inoltrò in località poco battute, talvolta persino rischiando. E ciò che ci è rimasto è una testimonianza fortemente aderente al reale: che magnifica la nostra terra, ma che non nasconde i suoi difetti e le sue misteriose contraddizioni

A ripercorrerne le gesta con minuziosa curiosità, a volerne elencare le acrobazie esistenziali e intellettuali, si finirebbe con il tratteggiarne un profilo da romanzesco gentiluomo. Uno di quelli che con la sola forza del carisma sarebbero in grado di ispirare le più ardite e fantasiose epopee narrative. Perché di un conte nato in un castello della Provenza da una famiglia d’antichi fasti nobiliari sul finire del ‘700, cresciuto tra i tumulti della Rivoluzione francese e le prestigiose lezioni di Jacques Louis David, ammirato dall’alta società transalpina per la naturalezza e l’affabilità dei suoi modi, sembrerebbe possibile leggere soltanto tra le pagine di un libro sapientemente architettato. E tanto più questa sensazione di letteraria unicità verrebbe ad accrescersi una volta appresi gli intrighi amorosi e di corte che lo condussero a sfiorare le inarrivabili vette della storia. Eppure, Louis Nicolas Philippe Auguste de Forbin fu ben più che un leggendario personaggio dall’aura cavalleresca. Fu un ingegno multiforme e refrattario ad ogni etichetta, un artista della parola e uno scultore della realtà. Un osservatore dall’acume degno di uno scienziato e uno spirito irrequieto. E se non fosse per il fascino che innumerevoli dame gli riconobbero pubblicamente, la tentazione di definirlo un novello Cyrano sarebbe pressoché irresistibile. Sapeva, infatti, lasciare il segno con la penna e con la spada, con lo sberleffo e con le romanticherie. Tanto che nemmeno Paolina Bonaparte, sorella dell’Imperatore, la musa che contribuì alla fortuna del Canova, nel 1807 poté fare a meno di innamorarsene, ricambiata, perdutamente. Almeno finché quell’idillio non si concluse bruscamente e Forbin venne mandato da Napoleone in persona a combattere tra Portogallo e Spagna, dove venne fatto prigioniero, salvo poi fuggire in maniera rocambolesca e dedicarsi interamente alla pittura. Fu quello, inconsapevolmente, il motivo che lo legò per sempre alla Sicilia. Durante la Restaurazione, il suo talento venne impiegato per andare a caccia di opere d’arte che rimpinguassero i musei francesi. Si ritrovò così a girovagare per l’Europa. E a compiere quello che si sarebbe rivelato, nell’isola, come un Grand Tour decisamente sui generis.

Nel 1823, dopo aver trascorso nella Trinacria il biennio precedente, furono pubblicati infatti i suoi Souvenirs de la Sicile: una sorta di resoconto di viaggio che non lesinava, tuttavia, di trattenersi su approfondimenti relativi alla storia isolana, ai suoi costumi più rappresentativi e alla sua delicata situazione socio-politica dettata dalle rivolte anti-borboniche, che il Conte non esitava ad addebitare alle inefficienze governative. Ma quel viaggio, che avrebbe dovuto condurlo nelle mete più rappresentative, si rivelò ben presto qualcosa di singolare. Alle aree archeologiche di Segesta e Agrigento – che certo dovettero riscuotere in lui una certo eco -, alle vedute etnee e a quelle taorminesi si affiancarono parallelamente tragitti alternativi, poco battuti, fuori da qualunque rotta della consuetudine. Sormontando una lettiga o usufruendo di una cavalcatura di fortuna, spesso scortato per prevenire le non rare incursioni di predoni d’ogni genere, Forbin non temette di inoltrarsi in campi accidentati e alture scoscese. Carini, Partinico, Alcamo, Scicli, Casmene furono alcuni dei luoghi che volle esperire direttamente. Il pittoresco di gran parte dei racconti dei suoi coevi lasciava il posto ad una convinta operazione di aderenza alla realtà. Che certo si lasciava ammaliare da quella bellezza a tratti incontaminata, quasi selvaggia nel suo disordinato incedere, ma che, al tempo stesso, non eludeva le criticità infrastrutturali di una terra, già allora, troppe volte abbandonata a sé stessa. Una “legge” a cui non si sottrasse nemmeno Siracusa, simbolo indiscusso di quel legame con la Grecia che tanti visitatori aveva attratto e che, agli occhi di Forbin, appare, in uno dei suoi luoghi rappresentativi, come preda della noncuranza: «Anche se questa sorgente non avesse un’origine così nobile – scrive riferendosi alla Fonte Aretusa -, sarebbe comunque molto ammirata; ma ciò che rovina un po’ il ricordo dell’amore tra questa ninfa e il fiume Alfeo è il numero di vecchie donne i cui panni contaminano quest’acqua altrimenti pura». Un’immagine che si sommò alla delusione di essere stato testimone di interi quartieri in decadenza e la difficoltà nel rinvenire reperti d’interesse. Un paradosso, dinanzi ai suoi occhi vergini, che cozzava, ad esempio, con lo sfarzo del Monastero dei Benedettini di Catania e che si concretizzava, una volta di più, nel doppio volto di Messina, ancora ferita urbanisticamente e nello spirito dal terremoto del 1783 eppure gioiosamente – e bizzarramente – agghindata per la sfilata della Vara. Un mistero, quello dell’anima siciliana, a cui Forbin, analitico spettatore, non seppe e non volle dare risposta.

E chissà quale posto finì per occupare, nel suo immaginario, quell’avventura tanto peculiare. Lui che di avventure non sarebbe ancora stato pago, se è vero che fu il successore di Viviant Denon come direttore del Louvre e che a lui dobbiamo uno splendido resoconto di un viaggio a Gerusalemme negli anni ’30. Di certo uno di spicco. Sul quale, ci piace immaginare, di tanto in tanto egli si dilettava a tornare. Forse per cercare di comprendere ancora qualcosa in più. Forse soltanto per tornare con il cuore a quegli scorci di purezza che si era tanto impegnato a raccontare con la cura di un inviato ante-litteram.

(In copertina: Portrait d’Auguste de Forbin par Boilly, Julien-Léopold, Lithographe)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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