Francesca Albanese: «A Gaza un disastro annunciato. La nostra indifferenza ci ha reso dei mostri»
La Relatrice Speciale ONU, ospite a Catania dell’associazione Gammazita per presentare il suo libro “Quando il mondo dorme”, che raccoglie storie di dolore provenienti dalla Palestina, ha offerto la sua riflessione sugli ultimi sviluppi di quanto sta accadendo nella Striscia: «Il progetto è chiaro: Israele vuole la Palestina, e la vuole senza i Palestinesi. È un progetto che va avanti da decenni, ben prima di quanto accaduto il 7 ottobre». Uno scenario in cui le responsabilità sono anche di chi osserva senza agire: «L’informazione, la politica, l’opinione pubblica continuano a seguire solo i propri interessi»
Finito lo Shabbat, il giorno dedicato al riposo, sorgerà il sole per i Gazawi. Forse l’alba, come scrive Primo Levi, “li coglierà come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerli. O, almeno, questo è l’auspicio. L’auspicio di persone come Francesca Albanese, relatrice speciale ONU che negli ultimi due anni ha rivolto più di un accorato appello per le condizioni del popolo palestinese e che abbiamo incontrato a Catania in occasione della presentazione del suo libro Quando il mondo dorme. «Ho voluto raccogliere le storie di dieci persone, le memorie di quella gente che la Palestina la vive e la chiama casa». Di quella terra, ormai, rischiano di rimanere solo macerie: le stesse che campeggiano nelle immagini di Alessio Mamo, fotoreporter del The Guardian, che fanno da sfondo alle parole di Albanese. Fotografie terribili, distese infinite di niente. Per le quali tornano in mente altre parole di Levi: “Questo è l’inferno. Ai nostri giorni, l’inferno deve essere così”.
RADICI LONTANE. Per indignarsi e sorprendersi, tuttavia, secondo Albanese, è troppo tardi. «Ciò che sta accadendo in Palestina – ha affermato – è molto facile da capire. L’annuncio dell’assedio di Gaza è l’atto finale di un progetto che viene da lontano. Lo sostengo da ottobre 2023 e non ho mai cambiato idea, quindi dirò sempre la stessa cosa, anche se mi sento un po’ come Cassandra. Il fine unico che il governo israeliano persegue è evidente: svuotare la terra dei palestinesi dai palestinesi. Israele parla di Hamas in modo indefinito: sostiene di volerla eliminare, ma ne frattempo uccide medici, giornalisti accademici, donne, uomini, bambini». Una violenza che, insiste Albanese, trae la sua origine ben prima dei fatti del 7 ottobre: «Non è un evento improvviso, assistiamo alla cronaca di un genocidio annunciato. Israele ha costruito da tempo una condizione strutturale di dominazione e spossessamento. Lo Stato ebraico approfitta della guerra per distruggere ciò che resta della Palestina, scacciando chi la abita e appropriandosene. L’ha fatto nel 1947-49 con la Nakba, l’ha fatto nel 1967. Perché continua a farlo? Semplicemente perché vuole tutta la terra di Palestina senza palestinesi».

UN FUTURO DI DEVASTAZIONE. Le parole di Albanese lasciano trasparire la viva preoccupazione per ciò, che da un momento all’altro, potrebbe segnare un punto di non ritorno per Gaza: «Dopo sabato, giorno di tregua per gli israeliani, Israele si avvia a compiere il passo finale. Potrebbero essere le ultime ore, le ultime settimane. La città che abbiamo conosciuto fino ad ora non esiste già più. Ma della terra che ho lungo raccontato e di coloro che sono rimasti, potrebbe davvero non restare nulla». E le responsabilità, secondo la relatrice speciale ONU, non risparmiano nemmeno noi in quanto membri di quella società attiva che, a suo giudizio, avrebbe dovuto mobilitarsi con più forza: «È una grande vergogna, un grande orrore per tutti noi. Perché è successo sotto i nostri occhi. Molti hanno tentato veramente di tutto per fermare lo scempio, ma ancora di più sono stati coloro che hanno preferito vivere proprio come si viveva mentre si sterminavano gli Ebrei, cioè perseguendo esclusivamente il proprio interesse». È quasi una complicità indiretta, quella che albanese chiama in causa: «Noi siamo questo, siamo mostri che riescono a fregarsene della vita degli altri. Se pensiamo che le conseguenza di quanto sta avvenendo in Palestine non ci toccheranno, ci sbagliamo: è cominciata una fase storica nuova, Gaza è già stata l’Apocalisse. Una fase in cui ci siamo resi conti che il diritto non vale più nulla».
L’INERZIA ITALIANA. Anche il dibattito pubblico, e nello specifico l’informazione, secondo Albanese non ha saputo incidere sullo stato delle cose. Specie nel nostro Paese: «Non nascondo di vedere dei semi di una rivoluzione pronta a insorgere contro una politica insoddisfacente, ma in Italia mi sembrano particolarmente nascosti, perché questo Paese è uno dei più deprimenti in cui io sia stata, nel senso che la stampa sembra completamente drogata. Io non ho mai visto giornalisti così senza nerbo, cioè giornalisti che passano il microfono senza alcuna preparazione, senza sapere che cosa debbano chiedere. Questo secondo me è deprimente, perché il rischio è non capire che cosa sta succedendo. I cittadini vedono sui loro telefoni bambini, donne, anziani morire da 670 giorni e non è stato fatto nessun approfondimento serio».
IL VIZIO DELLA SPERANZA. Nonostante tutto, per Albanese c’è ancora spazio per immaginare un futuro diverso. Una speranza che permea anche e pagine del suo libro: «Vedo un desiderio di rivoluzione: nei giovani, nella gente che si ribella, nei dipendenti pubblici. Così come nei giornalisti che rompono i ranghi: in Italia sono pochi, ma ci sono e stanno crescendo. Utilizzo sempre come termometro quanto siano partecipate le mie presentazioni del libro. Per questo libro anche in paesi piccoli ci sono state quasi 2000 persone. È il segno che c’è fame di uscire da questo pesantissimo e opprimente cono d’ombra». E proprio a quelle persone Albanese rivolge il suo invito: «Il cambiamento è possibile, ma dipende veramente da tutti noi. La Palestina ci sta mostrando tanto una fine quanto un nuovo inizio possibile, ma dobbiamo cambiare le nostre abitudini di vita, le nostre abitudini di consumo. Io dico spesso: la Palestina ci dà l’opportunità di avere un progetto pilota, di cambiare radicalmente la prospettiva delle nostre vite».
(In copertina: Ph. Mohammed Ibrahim | Unsplash)
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