«Per Franco, questo e altro». Esordisce così, Franco Maresco quando lo raggiungiamo telefonicamente per parlare del film “Io e Franco”, che giovedì 30 settembre verrà proiettato al Museo Riso di Palermo nella cornice della quattro-giorni Officina del Sarto dedicata al drammaturgo, in cui racconta trent’anni di amicizia con Scaldati. Impegnato nelle riprese di un lungometraggio dedicato all’attivista Goffredo Fofi e al suo rapporto con la Sicilia, il regista palermitano che sta lavorando anche a un film su Carmelo Bene, per il ventennale della morte, spende parole d’affetto per l’amico poeta. «Melino (Imparato ndr), che è oggi l’erede di Franco, a inizio estate mi chiese se volessi prendere parte a questa rassegna. Mi è bastato questo, per farmi decidere di dargli questo lavoro che abbiamo realizzato diverso tempo fa e che contiene molte conversazioni con Franco e alcuni dei nostri lavori insieme».

Che cosa viene fuori da questo testamento curato da lei e dall’Associazione Lumpen?
«Dà un’idea, a chi non conosce Franco, di quale fosse la sua lingua, il suo teatro, e di come vedesse Palermo, che per lui era una galassia. Essergli stato amico e aver lavorato con lui  sono state delle conquista ma a fronte di questo grande sentimento provo anche un’infinita rabbia perché questa città l’ha tradito. Mi chiedo come sia possibile che un teatro che ha avuto uno dei più grandi drammaturghi dal secondo dopoguerra in poi, non abbia mai pensato di intitolargli la sala Strehler. Con tutto il rispetto per il regista triestino, il ridotto era il regno di Franco. Quando lo proposi a Roberto Alajmo, Franco era morto da poco, per cui per me era una cosa ovvia. E potrei continuare, ad esempio, non esiste uno spazio Scaldati. È vergognoso come il sindaco e le istituzioni non siano riusciti, con Palermo capitale della cultura, a valorizzarlo. Hanno permesso invece che il suo archivio volasse a Venezia. È vero che il mondo ormai è globalizzato ma i simboli vanno preservati. Finché avrò fiato, ripeterò il mio j’accuse».

Per qualcuno il fatto che l’archivio sia andato alla Fondazione Cini di Venezia è un bene.
«Siamo al paradosso. È vero da un certo punto di vista ma questo ragionamento è sintomo di una rassegnazione atavica, codarda. In altri tempi, forse, quando ancora c’erano degli intellettuali attivi e degli artisti con un carattere queste cose non sarebbero accadute. Invece questa è una delle grandi vergogne di questa terra».

Cosa l’ha ferita di più?
«Quello che ho registrato in un breve video che precederà la proiezione del film: alla morte di Franco, il sindaco Orlando e Francesco Giambrone, allora assessore alla cultura, rispondendo a un giornalista dissero rispettivamente che Scaldati “era l’anima di Palermo” e che “com’era solito dire Franco, quando i poeti muoiono le città rimangono povere”. “Siamo consapevoli – aggiungeva l’assessore – che abbiamo fatto troppo poco per Scaldati, ma ci impegneremo per recuperare”. Era giugno, tutti ci aspettavamo che al Festino di quell’anno ci fosse un omaggio a lui, ma questo non avvenne».

Né quell’anno e neppure nei successivi. Secondo lei perché questa damnatio memoriae?
«Una volta mentre eravamo all’Albergheria, da padre Scordato, dove Franco aveva il suo centro, gli chiesi quale fosse il suo rapporto con la sinistra negli anni ‘70. Sapevo già la risposta, ma la mia domanda era funzionale all’intervista audio che stavo registrando. Mi confermò che l’equivoco con il PC nasceva con “Il pozzo dei pazzi” e “Lucio”. Credevano che la sua fosse un’opera di denuncia sociale; quando capirono invece che il suo teatro guardava a quello che c’era dentro l’uomo, al suo riscatto, capirono che non potevano controllarlo e lo misero al bando. E in effetti, anche nel decennio successivo i punti di riferimento per il teatro furono altri, per esempio Michele Perriera».

E gli spettatori?
«Una parte dei borghesi perbenisti non lo sopportava. Come racconto in “Gli uomini di questa città io non li conosco”, alla prima de “Il pozzo dei pazzi” molti se ne andarono scandalizzati ma nelle opere di Franco, accanto alle parolacce, alla violenza e alla grande drammaticità c’era anche la sua spiritualità e il suo lirismo.. In più la sua lingua non era il dialetto del cabaret o della filodrammatica ma un lavoro di ricerca. A parte un periodo al Piccolo Teatro di Palermo, tra gli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, in cui c’era qualche spettatore in più Franco non ha mai mobilitato le masse. E non gliene importava, ma non per disprezzo, perché per lui contava solo la sua visione».

C’è un aneddoto di lei e Franco che le è particolarmente caro?
«Per me era il massimo avere un amico, più grande, che mi raccontava quella Palermo che avevo ereditato dai vecchi, una persona di una sensibilità senza eguali, un veggente con la capacità di penetrare l’animo umano. Amavamo Dostoevskij ma anche Blek Macigno e Kinowa, personaggi dei fumetti ormai svaniti, ma soprattutto condividevamo le nostri nevrosi. Ricordo che quando nelle sere d’estate passeggiavamo per Palermo, Franco non voleva calpestare le linee del marciapiede. Faceva dei passettini strani che poi codificò, somatizzandoli artisticamente, ne “Il pozzo dei pazzi” e ne “Il ritorno di Cagliostro”».

Com’è stato lavorare con due grandi interpreti come Franco Scaldati e Luigi Burruano?
«Franco e Gigi non avevano più lavorato insieme dal 1974 e io ho avuto il grande onore e piacere di riunirli. Personaggi più completi e più totalmente opposti non potevo immaginare: Franco era mite mentre Gigi era intemperante anche a causa degli eccessi, ma quando stava sul set aveva soggezione di Franco perché riconosceva la sua grandezza. Lo ammirava molto».

Roberto Andò le ha di recente offerto di mettere in scena le opere di Scaldati allo Stabile di Napoli.
«Ribadisco, Palermo non lo merita e il fatto che lo Stabile di Napoli faccia qualcosa di così profondamente impegnato è davvero lodevole. Il 23 maggio 2022, in occasione del trentennale delle stragi, verrà fatta una lettura di inediti per Falcone e Borsellino, poi sarà la volta di “Assassina” e l’anno successivo nel decennale della morte di Franco metteremo in scena il suo capolavoro, “Il pozzo dei pazzi”».

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