“Gioia mia”: trovare l’oasi in un cortile

Per omaggiare il successo della pellicola ai recenti David di Donatello – con Aurora Quattrocchi premiata come miglior attrice protagonista e Margherita Spampinato per il miglior esordio alla regia – ripubblichiamo l’articolo uscito originariamente sul nostro speciale “Oasi”. L’incontro tra Nico, adolescente inquieto, e Gela, anziana capace di un’attenzione antica, attraversa una spiaggia assolata e un cortile abitato da voci femminili, rivelando un modo semplice e profondo di condividere il mondo

Chiassoso e vivace nel viavai di vite incrociate e giochi di bambini, tranne nelle ore del riposino pomeridiano, in cui vigeva religioso il silenzio. Era così il cortile dei palazzi siciliani, quelli dei nostri nonni in cui è cresciuta la nostra generazione nata tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta. La stessa della regista Margherita Spampinato, 46 anni, nata a Palermo e cresciuta a Roma, dove vive. In un presente che vede le città svuotarsi di luoghi di aggregazione per adolescenti e anziani, lasciati nelle maglie di dinamiche diverse, ma con la stessa solitudine in comune.

Dal ricordo dei cortili siciliani della sua infanzia è partita la regista per scrivere la sua opera prima, “Gioia mia” (in sala dall’11 dicembre con Fandango), che ha anche diretto e montato. Una commedia poetica e incantata, luminosa come lo è la luce dei ricordi felici.

«Mio padre lavorava al giornale L’Ora di Palermo, ma quando avevo due anni ci siamo trasferiti per il suo lavoro a Roma» racconta Margherita. «Ogni estate, finita la scuola, andavo a Catania e passavo le vacanze a casa di due zie signorine che abitavano lì». A loro si ispira il personaggio di zia Gela, interpretata da una gigantessa, Aurora Quattrocchi, 82 anni e una freschezza che la rende una delle più grandi interpreti del nostro cinema. Che in “Gioia mia” recita al fianco di un giovanissimo coprotagonista, Marco Fiore, al suo secondo ruolo, qui nei panni di Nico. Adolescente abitato dallo spirito del suo tempo e ipnotizzato dalle luci dello smartphone, spedito in Sicilia per le vacanze estive perché a Roma i genitori non sanno a chi lasciarlo in attesa delle ferie.

«Sono cresciuta in una famiglia laica e molto politicizzata, madre medico e padre giornalista, ho avuto una formazione scientifica, razionale. Le zie di mia madre invece erano religiosissime, mi portavano in chiesa, mi davano un sacco di regole, compreso il pisolino, e mi insegnavano le buone maniere, ma a differenza di Nico a me piaceva moltissimo» sorride Margherita. «Non avevano figli e impazzivano per me, ero la nipote femmina e mi coccolavano, piangevo sempre quando dovevo andare via. Era una dimensione completamente diversa dalla nostra, le zie credevano pure agli spiriti come fosse la cosa più normale del mondo, come Gela e le sue vicine di casa. Per noi bambini era un mondo magico così potente, che ne ho preso le suggestioni per la storia del film, partendo da un ricordo per me dolcissimo».

Il film esplora una dimensione di protezione e scambio che le città stanno perdendo

IL VALORE POLITICO DELL’ARCHITETTURA. La regista ha un figlio della stessa età del protagonista, per questo nella finzione cinematografica ha scelto di traslare il sé adolescente dal femminile al maschile, immergendolo «in questo mondo di donne in cui le cose si sentono, si intuiscono. All’inizio Nico è un pesce fuor d’acqua e questo crea pure delle situazioni comiche, poi la coetanea Rosa con la sua intelligenza intuitiva lo illumina». E gli fa scoprire una fascinazione per quell’universo di affetto, contatto fisico, avventura ed esplorazione. A partire proprio da quel cortile, che lo accoglie e lo fa crescere, popolato solo da anziane e altri bambini.

«Non ci sono, volutamente, gli adulti che mediano» commenta Margherita. «Nico è sgarbato e non ha nessuna reverenza per il fatto che Gela è più grande, anche se spesso sembra più bambina lei di lui. Non hanno voglia di stare insieme, ma non hanno neanche le regole schematiche della relazione tra nonno e nipote, eppure alla fine trovano un loro modo di entrare in relazione: quello della cura, dell’amore e di una spiritualità non convenzionale».

Una relazione che costruiscono attraverso la vita del palazzo di Gela, un antico stabile che la regista ha trovato a Trapani grazie alla segnalazione di un amico che aveva letto la sceneggiatura. E quel palazzo diventa protagonista a sua volta, con i suoi abitanti, i suoi rumori, le sue finestre, ma anche il suo essere luogo di incontro. In una Sicilia non da cartolina, evocata più negli interni degli appartamenti che mostrata in esterni. Il cortile, in particolare, si fa luogo di apertura all’altro, di conoscenza. Lì dove le anziane vicine di casa di Gela, a loro volta zie e nonne, conversano e si scambiano piccoli gesti quotidiani di attenzione e sostegno, mentre i bambini giocano e scoprono il mondo senza bisogno di uscire fuori. Una dimensione di protezione e scambio che la città contemporanea sta perdendo, per ragioni demografiche, antropologiche e sociali, mentre avanza l’assenza di spazi condivisi, dove trovarsi e stare insieme. Una desertificazione architettonica che si fa anche desertificazione sociale, a spese di adolescenti e anziani, perché «sono fuori dal meccanismo produttivo capitalista» chiosa Margherita. «Oggi i nuclei familiari sono molto piccoli, non esiste più la famiglia allargata che nel bene o nel male creava una dinamica anche di aiuto, e d’estate in città, se non sei agiato economicamente, c’è molta solitudine. L’architettura ha una funzione anche politica e le città non favoriscono chi è fuori dal circuito produttivo».

Tra credenze antiche e gesti di cura, un ragazzo scopre un mondo che lo accoglie e lo trasforma

LA NOIA COME STRUMENTO DI CRESCITA. Il film è anche una riflessione sulla (ri)scoperta del tempo lento, persino della noia, dato che «quando ti annoi, sei costretto a inventarti qualcosa» sorride la regista. Ma la maggior parte dei bambini oggi la noia quasi non la conosce, costretti come sono dentro routine serrate in cui «il tempo deve per forza essere finalizzato a un obiettivo performante». Invece no. «È il bello di chiamarsi dalla finestra, senza un appuntamento preciso, e scegliere di stare semplicemente insieme, una dimensione che il protagonista scopre immergendosi nella vita del palazzo di Gela, dove impara a staccare lo sguardo dal cellulare e proiettarlo verso il cielo».

Margherita Spampinato

Quel cortile rappresenta una possibilità anche per gli anziani, perché «se il tempo è finalizzato a un obiettivo economico, allora ecco che gli anziani restano fuori, esclusi». Invece, anche loro ritrovano una collocazione, un senso in quello spazio domestico condiviso, che per Margherita Spampinato diventa «una specie di coro nel film, perché le nonne fanno subito eco alle vicende che accadono a chi lo abita o arriva da fuori». Creando un universo femminile, necessario per l’educazione sentimentale e affettiva del maschile, «per dare anche ai maschi la chance di completare la propria formazione non solo razionale, ma anche emotiva, e sradicare quell’antico immaginario educativo per cui il maschio non deve mai mostrare le proprie fragilità, le proprie emozioni».

IMPARARE AD ASCOLTARE. A interpretare questo coro, un gruppo intonato di splendide attrici non professioniste che la regista ha scovato a Trapani con la sua lunga esperienza di responsabile casting, maturata prima di debuttare dietro la macchina da presa. «È stato divertentissimo, con Giulia Tarquini abbiamo cercato donne con una certa fisicità e un’attitudine alla recitazione, quando le abbiamo trovate me ne sono innamorata. Erano perfettamente a loro agio: le facevo improvvisare e aggiungevano cose meravigliose. Tutte sugli 80 e trapanesi, sono diventate amiche tra loro».

Potere del cortile. Dove le voci diventano anche una scelta stilistica per la regista, che predilige i piani di ascolto all’inquadratura di chi parla. «In fase di montaggio» spiega Margherita «mentre sceglievo il materiale da montare, mi accorgevo via via di avere delle performance straordinarie, del bambino, della zia, persino del cane (sorride) che fa cose incredibili! Ho notato che a volte era più interessante vedere la reazione dell’attore che ascolta, lasciando fuori campo chi diceva la battuta». Una scelta che legge anche una necessità relazionare: imparare ad ascoltare l’altro.

Il risultato è cinematograficamente potente. Tanto che questo piccolo film d’esordio, girato in appena quattro settimane in stato di grazia, ha vinto al Festival di Locarno il Premio Speciale della Giuria e il Pardo per la migliore interpretazione, quella di Aurora Quattrocchi. Poi è andato in Corea, Tolosa e Praga. E adesso esce in Italia. Qui, un film così delicato e divertente potrebbe essere un antidoto contro la desertificazione delle sale cinematografiche, che negli ultimi mesi hanno registrato il – 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un’uscita coraggiosa, quella di “Gioia mia”, che peraltro approda in pieno periodo natalizio, quando le case di distribuzione mettono sul piatto assi da botteghino, come il nuovo film di Checco Zalone “Buen Camino”, sperando in una boccata d’ossigeno. Ma la boccata d’ossigeno per lo spettatore italiano, in queste festività, può essere il film di Margherita Spampinato. Che, sebbene nasca da ricordi d’infanzia, non porta con sé alcuna nostalgia, bensì un afflato verso il futuro, per riscoprire una dimensione che l’attualità sta già esplorando. Quella dei condomini sociali, in cui gli anziani soli diventano nonni putativi e accudenti di bambini e adolescenti altrettanto soli, che a loro volta fanno le veci dei nipoti nella gestione della loro piccola quotidianità. Con quella cura che è pura gioia. «Gioia mia!», come dicono gli anziani di Sicilia ai giovani, che hanno nello sguardo anche il loro futuro.

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About Author /

Ornella Sgroi è giornalista, critica cinematografica, scrittrice e sceneggiatrice. Collabora con il Corriere della Sera, la trasmissione “Cinematografo” di Rai Uno di Gigi Marzullo e alcuni programmi di Tv2000 (“L’Ora Solare” condotto da Paola Saluzzi e “Di Buon Mattino”). Si occupa di Cinema da vent’anni, e anche di Cultura, Spettacolo e Sociale. Il suo ultimo libro è “È la coppia che fa il totale. Viaggio nel cinema di Ficarra e Picone” (Harper Collins, 2020)

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