Gli eroi del nulla
Le storie di Marco Olmo, Patrick Bauer e Mauro Prosperi si intrecciano lungo una direttrice comune che è quella della maratona nel deserto. Per molti, le loro corse tra i mille pericoli della sabbia rovente rappresentano un inno alla libertà e una dimostrazione di coraggio quasi eroico. Per altri, il simbolo di una inspiegabile incoscienza. Ma nonostante tutto, nonostante esperienze estreme prossime alle morte, qualcosa continua a spingerli a ritornare in quell’infinito di silenzio. «Tutti, da che mondo è mondo, cerchiamo quello che non abbiamo. Ciò che è diverso ci affascina. E cosa c’è di più diverso, per noi occidentali, del deserto?»
*Questo articolo è stato estratto dallo speciale del Sicilian Post Oasi, disponibile integralmente per gli abbonati
«Dicevano che c’erano cinquanta gradi all’ombra, ma io l’ombra non l’ho mai vista». Nell’inverno del 2008, quando La Stampa lo intervistò nella sua Robilante – un paese ai piedi delle Alpi Marittime con un cementificio che da decenni violenta la montagna – Marco Olmo non era ancora l’uomo–leggenda che è oggi. Ma lo stava diventando: a sessant’anni, l’età in cui gli altri pensano alla pensione, aveva appena vinto due edizioni dell’Ultra Trail du Mont Blanc: 100 chilometri a piedi su e giù per la vetta più alta d’Europa, una sfida alla neve, al freddo, alle salite che trasformano la corsa in una parodia delle scalate. Roba da montanari, non da uomini del Sahara. Eppure nel 2008 Marco era già un veterano delle corse nel deserto, che aveva anche assaggiato per la prima volta nel 1996, a 48 anni suonati. Non aveva ancora i capelli lunghi che gli danno un aspetto da guru, né gli sponsor che ha oggi, quelli che lo scorso ottobre lo hanno riportato a correre sulle dune a 77 anni. A correre, non a ricordare i tempi passati, quelli un po’ naïf dell’ombra cercata sulla sabbia. Olmo è un uomo che dice di venire dal «mondo dei vinti» descritto da Nuto Revelli, quello dei contadini «che hanno rinunciato alla terra» per diventare operai nelle fabbriche della piana o nelle cave di cemento: «In casa mia non c’era la luce, e l’acqua stava fuori nel pozzo. Fratelli? Nessuno, solo un paio di vacche e qualche capra. Scuole? Elementari e basta. Sport? Non sapevo neanche che roba era. Però se c’era da correre, correvo: ogni volta che c’era bisogno di qualcosa era tutto un “vai Marco”. E io andavo, su e giù per i pascoli. A pensarci era una bella vita: il mangiare c’era sempre, la gente si aiutava e non aveva bisogno di niente. Mica come adesso, che hai tutto e non ti basta mai». La distanza tra Robilante e il Sahara è immensa, ed è un’immensità fatta di tradizioni e di cultura, non soltanto di chilometri. «Eppure io ho il mal di deserto – ha scritto Olmo nel suo libro Correre nel grande vuoto (Ponte alle Grazie) – Un male che poi altro non è che un amore. La sua sabbia, quella sabbia su cui tanto mi piace correre, mi richiama a sé. Spesso mi sono chiesto il perché di questo male. In fondo cosa c’entro io con il deserto, io che vivo in un paesino sperduto nella provincia di Cuneo? Qualche risposta me la sono data, e ce n’è una che mi convince più di ogni altra. Tutti, da che mondo è mondo, cerchiamo quello che non abbiamo. Ciò che è diverso ci affascina. E cosa c’è di più diverso, per noi occidentali, del deserto?».
L’idea di organizzare una gara nel cuore del Sahara è figlia di una scelta tra la ribellione e la follia
DUE MONDI. L’idea di organizzare una gara nel cuore del Sahara è figlia di una scelta a metà tra la ribellione e la follia. Ma resta una scelta occidentale, e suo modo borghese. Patrick Bauer, il fondatore della corsa, non aveva alle spalle una famiglia problematica. Figlio di un ingegnere e di una professoressa di lettere, era cresciuto in un ambiente che gli stava stretto: a 17 anni aveva abbandonato la scuola per viaggiare. Lo aveva fatto in ogni modo possibile: lavorando come tecnico nei tour dei Rolling Stones, guidando autocarri sulle strade dell’Africa, vendendo fotografie alle riviste europee. aveva fatto il fotografo freelance. Un autodidatta instancabile, sempre in cerca di qualcosa che potesse placare la propria inquietudine. Nel 1984, a ventotto anni, Bauer decide di attraversare da solo il deserto algerino: 350 chilometri in autosufficienza totale, portando tutto il cibo e l’attrezzatura in uno zaino. Ci mette 12 giorni. «Ho scoperto una libertà assoluta – racconterà al suo ritorno in Francia – un silenzio che non esiste da nessun’altra parte e la sensazione di essere completamente vivo solo perché ogni passo poteva essere l’ultimo. Non cercavo un record, cercavo me stesso. Dopo tre giorni il silenzio era così profondo che sentivo il sangue scorrere nelle vene. Ho pianto senza motivo e ho capito che volevo condividere questa sensazione con altri». Due anni dopo, Bauer organizza la prima edizione della Marathon des Sables, 250 chilometri in sei tappe, senza regole né sicurezza: i concorrenti portavano tende berbere comuni e l’acqua veniva distribuita solo ai bivacchi. Un progetto difficile da realizzare: Bauer trova ospitalità in terra marocchina: «All’inizio nessuno ci credeva – racconterà – Le autorità marocchine pensavano fossimo matti, le assicurazioni rifiutavano di coprirci. Ma quando i primi sono arrivati al traguardo, in lacrime, ho capito che era nato qualcosa di unico: la gente passa la vita a scappare da sé stessa tra ufficio, televisione e aperitivi. Io volevo creare un posto dove non si può scappare: 50 gradi, sabbia ovunque, niente specchi, niente maschere».
Marco Olmo
Il deserto è quel vuoto che non smetterà mai di mancare a noi che abbiamo tutto. Una parte di me ormai gli appartiene da quando, per la prima volta, mi sono voltato mentre correvo e non ho visto nessuno. Solo il deserto
L’idea fa breccia, e presto diventa business. Arrivano gli sponsor, le agenzie, il denaro, i corridori professionisti, qualcuno dice anche il doping. Re Mohammed VI segue la gara da quando era il principe ereditario: «La Marathon des Sables è un’ambasciatrice del Marocco nel mondo e dimostra che il nostro deserto non è solo sabbia, ma anche coraggio e ospitalità», dice. Arrivano anche i drammi. Qualche temerario finisce in ospedale, qualcuno perde prima la strada e dopo la vita. Il 16 aprile 1994, durante la più lunga delle sei tappe, 86 chilometri senza sosta, una tempesta di sabbia sorprende l’italiano Mauro Prosperi. «Ho visto una nuvola nera alta centinaia di metri, come un muro – racconterà in un’intervista a National Geographic – In pochi secondi non vedevo più nulla, solo sabbia che mi soffocava. Ho pensato solo: è finita». Prosperi continua a correre, ma va dalla parte sbagliata. Non muore, e il racconto della sua sopravvivenza diventa l’oggetto di decine di interviste, di un libro (Quei dieci giorni oltre la vita, Gingko Edizioni), di un documentario per Netflix, persino di un film con Leonardo Di Caprio (The revenant, in Italia Il redivivo). Prosperi racconterà di aver bevuto la propria urina, di essersi idratato succhiando sangue di pipistrelli in un santuario musulmano, di aver mangiato ragni e serpenti e scavato buche per ripararsi dal sole. Di aver tentato il suicidio con una lametta, riuscendo a tagliarsi i polsi solo in superficie. «Ero così disidratato che il sangue era tanto denso da non uscire dalle ferite. Volevo smettere di soffrire, ma qualcosa mi ha fermato. Forse la famiglia, forse l’istinto». Quando lo trovano ha perso 18 chili, molti gli credono, qualcuno no. Non gli crede neppure Bauer: «La sua storia è un’invenzione – dice in un’intervista a Men’s Journal – Quello che dice è fisiologicamente impossibile. Vuole farvi credere di essere Superman». Prosperi protesta, minaccia querele, mostra le cicatrici ai polsi. Poi, incredibilmente, torna a correre nel Sahara. Nel 2012, diciotto anni dopo la sua avventura, sarà ancora tra i concorrenti. «Il deserto mi ha tolto tutto – spiega – Ma mi ha ridato la vita. Torno per ringraziare».
EROI O INCOSCIENTI VIZIATI? Per chi corre, uomini come Bauer, Olmo e Prosperi sono leggende. Gli altri fanno fatica a capire e a trovare una definizione. Avventurieri? Incoscienti? Esibizionisti? Ognuno, in fondo, può darsi la risposta che vuole. La più sincera arriva dal “mondo dei vinti”: «Gli eroi sono gli uomini che strappano di che vivere da quelle terre inospitali – dice Olmo – Correre non è da eroi, correre non serve a niente, non cambia il mondo. Noi corridori, alla fine di tutto, ci facciamo una doccia e andiamo a dormire in hotel. Poi, su un aereo, torniamo a casa. No, non siamo eroi. La nostra non è un’avventura, stiamo solo giocando a essere in pericolo». E allora perché? «Perché è un’esperienza incredibile. E preziosa».
(In copertina: immagine realizzata con OpenAI)
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