Studio profondo, destrutturazione del personaggio per ricavarne l’essenza, lettura e correzione del testo e del sottotesto: tutto questo si cela dietro la spontaneità solo apparente di un grande attore quale Turi Ferro. A svelare il suo metodo di studio è stato il figlio e regista, Guglielmo, durante la lezione “Il dubbio per una perfezione impossibile” organizzata dal Teatro Stabile di Catania nel percorso dedicato al centenario dalla nascita di Turi Ferro.

MAI SODDISFATTO. «Credere che un attore in scena sia spontaneo è banale: per raggiungere il grado di verosimiglianza che i personaggi mostrano ogni artista fa uno studio lungo e faticoso» racconta Guglielmo Ferro ricordando i mesi in cui il padre stava chiuso nel proprio studio per costruire il personaggio da portare sul palco. «Un metodo a cipolla, con una raffinatura strato dopo strato, fino al nocciolo. Mio papà non era mai soddisfatto, un continuo dubbio cartesiano lo attanagliava, anelava a una felicità irraggiungibile. Anche dopo un successo – continua Guglielmo Ferro – rifletteva sempre su ciò che non aveva funzionato». Nel suo continuo percorso di maturazione, Turi Ferro si confrontava con i contemporanei, come Fava e Sciascia: «Se il teatro non è contemporaneo non esiste, non è un museo» afferma il regista.

Guglielmo Ferro, durante la lezione

IL TEATRO COME SCIENZA. Un lavoro così certosino sui personaggi era un lusso che gli attori del ‘900 come Turi Ferro o Giorgio Strehler potevano permettersi. Il teatro del secolo scorso non era ancora un’industria: «Esso prima era un luogo di produzione artistica, gli attori puntavano a completare il loro processo artistico di maturazione senza coercizioni o date di scadenze. Si poteva anche rimandare un debutto se il personaggio non era ancora maturo» ricorda Guglielmo Ferro. L’attore come i grandi geni della pittura, pronti a tornare continuamente sulle proprie opere fin quando non ne erano almeno parzialmente soddisfatti. Oggi un ritmo tale sarebbe insostenibile: il teatro infatti si è scisso in laboratorio di ricerca da una parte e teatro istituzionale dall’altra, con scadenze di produzione precise da rispettare.

Turi Ferro con Giorgio Strehler.
Foto di Dino Stornello

GESTI PIÙ CHE PAROLE. Gli spettacoli di Turi Ferro invece erano frutto di un’intensa attività laboratoriale: «Ogni volta che mio papà saliva in scena non era mai se stesso, ma rappresentava se stesso». Nessun gesto è frutto di spontaneità: «La gestualità – continua Guglielmo Ferro – non è uno strumento espressivo, ma drammaturgico. Ogni movimento non è in sincronia con il testo, piuttosto ne è la punteggiatura». In questo senso è esemplare il ricordo della morte di Padron ‘Ntoni de “I Malavoglia” rappresentata da Turi Ferro: «Tutti si lamentavano di non capire le parole del vecchio morente, – ricorda il figlio – ma quando un uomo sta morendo non sono le parole che restano impresse, bensì i gesti e le emozioni». Il processo di immedesimazione nel ruolo era fondamentale per Turi Ferro, aiutato in questo anche dal trucco, componente fondamentale per la caratterizzazione del personaggio.

TEATRO È VITA. Questa grande attenzione ai dettagli mostra un legame profondo tra Turi Ferro e il teatro: come il vino, l’attore migliora invecchiando e portando con sé il retaggio culturale non delle sue esperienze di vita, ma dei personaggi rappresentati nel tempo. «La recitazione era la sua vita e, nonostante il talento, la continua paura di fallire faceva sì che per lui l’apertura del sipario e il confronto con il pubblico fossero sempre fonte di paura» conclude Guglielmo ricordando il padre.

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