I “Canti barocchi” di Lucio Piccolo: la fascinosa poesia dell’infinitamente normale
La minuzia e la grandezza; il quotidiano e il mistero; la purezza e l’astrattismo. Le due anime del poeta palermitano coesistono perfettamente in un’opera capace di elevare, con un linguaggio di certo originale, lo sguardo verso il sublime. E di ricordarci che la lirica, spesso, consiste nell’intravedere la meraviglia là dove molti si sono dimenticati di cercarla
Carl Sandburg sosteneva che «la poesia è un’eco, che chiede all’ombra di ballare». Quasi come se volesse insignirla di un potere che trascende il visibile. Come se il suo dettato potesse plasmare la realtà. Di certo, la fugace ma iterata armonia di un verso conosce uno spazio che va al di là della sua enunciazione. Una dimensione dove lo sguardo si trasmuta, dove la quotidianità, e persino la banalità, si rivestono di un significato nuovo. Sembra incunearsi, l’acume del poeta, in un’intercapedine dove le realtà mostra un che di incompiuto. Una fessura dove il grigiore della rassegnazione non ha ancora allungato la propria ombra. È uno spazio profondamente personale, un rifugio in cui sostare e contemplare. Eppure, è anche un ritrovo affollato, un prisma che lascia intravedere ciò che affratella chi scrive e chi legge. Un centro condiviso verso cui tendono gli umani tormenti o le umane meraviglie. Non ha forse altra ragione, la poesia, se non quella di trasmettere la sua natura al mondo. Di incorniciare, esaltare, sublimare ciò che il tempo ha dimenticato, ciò che l’animo ha lasciato indietro. Ricorre persino a linguaggi antichi, la poesia, per svincolarsi dallo spettro della medietà. Recupera nessi perduti e formule dissolte. E poi le intreccia in un racconto senza confini, se non quello eterno di una pagina. Un’opera da rapsodo di frammenti che si ritrovò con naturalezza a fare anche Lucio Piccolo, allorché, nelle diverse edizioni tra il 1956 e il 1960, pubblicò i suoi fascinosi Canti barocchi. Intrisi, come ci si potrebbe aspettare dalle attitudini dello scrittore palermitano, di una vaga filosofia che giunge a lambire lo spiritismo. Ma anche e soprattutto di una purezza dell’osservazione. Di una innocenza al limite del fanciullesco. Dinanzi alla quale meraviglie e misteri si disvelano, senza che la loro definizione risulti forzatamente composta. Perché nell’attimo più poetico che ci sia, quando la natura si impone come referente privilegiato ma impossibile, tutto assume una forma nuova.
Anche le minuzie che la nostalgia ingrandisce. I secondi fulminei di una quiete destinata a scomparire con la stessa delicatezza con cui si era depositata nel cuore. Nel mezzo di un paesaggio reale, o in un turbine metaforico, Piccolo pare quasi aggrapparsi agli scorci del reale che gli fuggono davanti. Al silenzio che presto smetterà di fargli compagnia. E che spera possa tornare a trovarlo una volta di più. È quanto si legge, ad esempio, in Scirocco, grande affresco di un vicendevole riflesso tra inquietudine interiore e malinconica bellezza esteriore:
«E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fra sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi nastri…
Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato».
Ogni elemento, mentre la poesia rinfocola la scintilla di vita che ne anima i movimenti, sembra al tempo stesso spegnersi. Restare confinato ad un rombo lontano. Nell’esatto momento in cui la presenza di un tale scenario si fa presente agli occhi dello scrittore, si materializza anche l’assenza. Il vuoto. Il soffuso discendere dell’oblio. Oppure, come in Mobile universo di folate, l’irrompere di un passaggio inatteso. Di una mutazione dell’anima:
«Mobile universo di folate
di raggi, d’ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l’arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell’improvviso
raggiare del sole di marzo».
Anche in questo c’è poesia: nel minuscolo, inespresso desiderio di sentirsi parte di qualcosa. Nell’inezia elevata a stravolgimento. Nella solitudine di una suggestione che raccoglie l’apparentemente insignificante per issarlo a simbolo. In un mare cangiante di riflessi che cambiano e che ci sforziamo di cristallizzare il più a lungo possibile.
(In copertina: immagine generata con Gemini Image Generator)

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