I pupi, un magazzino come palco e Stanislavskij: Giovanni Grasso e la nascita del teatro moderno

Nei primi anni del ‘900 Catania fremeva per andare a vedere gli spettacoli di famiglia nella sala ricavata da uno sgabuzzino di palazzo San Giuliano. Le sue doti attoriali divennero, nel giro di pochi anni, talmente leggendarie che tutto il mondo si contendeva il privilegio di ospitarlo: dagli Stati Uniti al Sud America, fino alla Russia. Dove l’incontro con l’inventore del metodo cambiò per sempre alcune regole della rappresentazione teatrale

Fanno sempre un certo effetto, i sogni impossibili. Quelli nati all’ombra di una passione, tra mura e sussurri familiari. Quelli che non ardiscono a cambiare la storia, ma che finiscono comunque per scriverne capitoli inediti. Si associano, quei sogni, a luoghi improbabili, talvolta precari, sperduti nella loro periferica esistenza. Finché l’eco di un’arte raffinata non li desta, agli occhi degli altri, da un lungo torpore. Finché il confine da oltrepassare non è più la consuetudine di una città, ma l’orizzonte, il mondo da conquistare, un destino da cavalcare. E ti ritrovi lì, a ricostruire, frammento dopo frammento, impronosticabili connessioni, intrecci vagheggiati da un sottile filo rosso. Come quello che unisce un piccolo magazzino adibito a teatro nella Catania di inizio ’900 allo sfavillante luccichio delle metropoli americane. O alla poetica compostezza della Francia, al sole opaco del Sud America, alle ombre ghiacciate della Russia. Perché è proprio da lì, da uno sgabuzzino asfittico e laterale dell’imponente palazzo del marchese di San Giuliano che ha inizio qualcosa di folgorante. Qualcosa che ogni sera rinnova la sua magia: l’ascesa di Giovanni Grasso, uno dei più grandi attori tragici nella storia del nostro Paese. Si esibiva lì, in quello spazio che, a voler stare il più incollati possibile, conteneva circa 150 persone. Aveva imparato dal padre Angelo – come avevano fatto a loro volte le generazioni a lui precedenti – a districarsi nell’arte dei Pupi, a dare voce fin da fanciullo a Gano, Orlando, persino ad Angelica. Ma aveva imparato, soprattutto, a vivere quei personaggi. A calarsi nelle loro vicende con cura e premura quasi affettiva. Che plasmare il proprio dire, il proprio cuore ad immagine dei loro sentimenti li avrebbe resi vivi. Come viva, vibrante era la sua interpretazione. Anche nelle messe in scena che seguivano lo spettacolo dei Pupi, basate su casi di cronaca realmente accaduti, come spiega bene Luciano Mirone. La città fremeva per assistervi, per incunearsi al teatro Machiavelli: gli studenti universitari si ritrovavano al fianco dei falegnami, i fabbri a pochi centimetri da personalità del calibro di Angelo Musco, Totò Majorana e un rampante Nino Martoglio, per il quale reciterà poi nel capostipite perduto del neorealismo Sperduti nel buio. Consapevoli di assistere ad uno spettacolo di pregio, certo. Ma ignari che di lì a poco quelle performance rigorosamente in siciliano si sarebbero dimostrate talmente universali da fare del Machiavelli un centro di gravità. Talmente potenti da riscrivere alcune regole del teatro moderno.

Tra il 1907 e il 1908, infatti, la compagnia Grasso fu protagonista di un intenso tour de force tra l’Italia e l’estero. Il suo passaggio, e le interpretazioni di rara intensità e versatilità di cui Giovanni si rendeva protagonista, ottenevano sempre il medesimo risultato: una sorta di generale ammaliamento. Un senso di meraviglia da cui nessuno, freneticamente, pareva riuscire a sottrarsi. Dall’Argentina lo richiamarono in Francia, dove gli si aprirono le porte della Ville Lumière e gli elogi dei più grandi critici teatrali transalpini. Poi fu la volta di Firenze e di una scintilla improvvisa, a tratti inconcepibile. Tra le fila del pubblico in visibilio vi era anche l’attore e regista britannico Edward Gordon Craig. Che non si limitò a scrivere su rivista i suoi apprezzamenti. Ma che divenne anche il tramite di un incontro eccezionale: quello tra Giovanni Grasso e Konstantin Sergeevič Stanislavskij, inventore dell’omonimo metodo che attribuisce somma importanza al carattere psicologico dei personaggi e alla ricerca di una profonda sintonia tra l’interiorità dell’attore e l’interpretazione del fittizio. Fu nel 1908 che le due compagnie si incontrarono a Mosca, dove Craig era ospite e dove si era adoperato affinché i due approcci entrassero in contatto. Un incontro al quale oggi viene attribuita un’importanza decisiva: perché l’influenza di Grasso su Stanislavskij fu notevole. Addirittura dirimente. Il pathos dell’attore catanese lasciò a bocca aperta le controparti russe. Avviandone grandiose riflessioni. Lo stesso avvenne negli Usa, nella Grande Mela. Lee Strasberg, tra le più rilevanti personalità del teatro americano della prima metà del XX secolo, ebbe a dire dopo aver assistito ad una delle sue performance: «Grasso dava vita alla realtà con una convinzione fisica ed emotiva tale che quasi trascendeva ciò che io ritenevo fosse la recitazione». Sanford Meisner, attore ed insegnante teatrale celebrato ancora oggi dagli americani come un assoluto punto di riferimento, fu persino più lapidario dopo averlo apprezzato in azione a New York: «È il più grande attore che io abbia mai visto».

Un sogno impossibile, si diceva. Quello di un bambino che amava far parlare i Pupi. Che sfondava il tetto di un teatro traballante con la sola forza dell’inventiva e dell’ardore scenico. Servitore di quei paladini di legno e degli occhi incantati del pubblico. Diventato egli stesso paladino di un teatro che, altrimenti, non sarebbe stato lo stesso.

(In copertina: Virginia Balestrieri e Giovanni Grasso in una scena del film “Sperduti nel buio” (1914). Ph. Touring Club Italiano)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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