Il “Boogie-woogie” di Guttuso: un ballo sospeso tra leggerezza e inquietudine

Ai bordi di una pista, all’inizio degli anni ’50, lo sguardo del pittore siciliano si sofferma a cogliere, negli occhi della gioventù scampata alla guerra, ciò che di quel conflitto era rimasto. Mentre molti volteggiano ad occhi chiusi, trascinati dal ritmo incalzante di una musica che sa d’America, di rinascita, di progresso, uno dei margini del quadro mostra una realtà complementare. Quella di chi, dopo il dolore, non sa concedersi frivolezza. Ma solo indifferenza e pensieri gravosi

Quando gli chiesero la ragione per la quale aveva fatto del ballo il suo soggetto prediletto, Edgar Degas rispose: «Perché dipingo la danza? È il movimento della gente e delle cose che ci consola. Se le foglie degli alberi non si muovessero, gli alberi sarebbero infinitamente tristi e la loro tristezza sarebbe la nostra». C’è, in effetti, qualcosa di vagamente miracoloso nell’ondeggiare, nel volteggiare a ritmo di musica. L’idea che i frammenti del tempo possano muoversi e ricombinarsi con creativa libertà. L’impulso – o forse l’illusione – che il movimento possa sempre avere la meglio sulla sua statica controparte. Si danza, del resto, per gettare l’oblio alle spalle. Per riscoprirsi parte di un grande, infinito flusso di pensieri. Per conferire alla realtà un volto nuovo, o per mascherarne quello più spaventoso. È ciò che più si avvicina al concetto di rinascita, ma anche, contestualmente, a quello di disperazione. Di affermazione di sé e del proprio corpo. Della propria volontà di spezzare un ritmo indesiderato, di ingannare, con una giravolta, il fardello di un passato ingombrante. Basta un ballo, uno schiocco di dita, un movimento sincronizzato, un passo concatenato per rappresentare un’anima. Di un singolo, certo, mentre la corrente dell’armonia lo trascina. Ma anche di un’intera epoca. Di un intero mondo che fu, eternamente cristallizzato su una pista. Perché storia e danza, il più delle volte, si riflettono l’una nell’altra. Come se il corso degli eventi potesse essere scandito da un motivo musicale. Come se un paio di minuti di spensieratezza potessero preannunciare – o congedare – la traiettoria dell’umanità. Viene in mente Henri de Toulouse-Lautrec, con il suo Bal au Moulin Rouge, tra le prime espressioni di quella Belle Époque che prometteva sfarzo e benessere e che si rivelò essere, invece, il preludio al secolo delle guerre mondiali. O il nostro Renato Guttuso, che proprio dai bordi di una pista da ballo si interrogò, con il suo sguardo capace di incidere sul reale, su ciò che invece le guerre avevano lasciato. Su quanto fosse davvero possibile che quella prospettiva di progresso e di pace riuscisse a rendere sbiadito l’orrore appena trascorso.

Nacque da qui Boogie-woogie (1953), il dipinto che ritrae la gioventù scampata alla follia del mondo mentre le roboanti, caotiche, leggiadre movenze provenienti dagli Stati Uniti invadono le serate della ricostruzione e della (ri)scoperta del tempo libero. C’è speranza, in quell’intreccio vorticoso di mani e gambe, nella densità di una scena che quasi non lascia respiro, che trasmette al fruitore la medesima gioiosa fatica, che sembra quasi voler colmare il doloroso vuoto di ricordi controversi. Ma c’è anche concretezza, una carnale fiducia nel domani, proprio dinanzi ad un altro dipinto – quasi metanarrativamente posto sullo sfondo – espressione dell’astrattismo di Mondrian. È la testimonianza di una generazione rimessasi in moto, progressivamente impegnata a maturare la consapevolezza di meritare, e necessitare, la leggerezza a lungo negata. Qualcuno, in questo piccolo affresco del dopoguerra, si libra ad occhi chiusi, quasi trasognante. Altri osservano, tra remore e voglia di godersi la piacevolezza della scena. Mentre in primo piano, apparentemente scollegata dalla semantica complessiva dell’opera, fa la sua comparsa una ragazza persa nelle sue elucubrazioni. Ma è forse proprio lei, in quel margine che si sarebbe tentati di ignorare per dare precedenza al vorticoso scambio di coppie, a fornire la chiave di lettura non solo del quadro, ma del momento in cui Guttuso ha deciso di comporlo. Verso quale sponda lontana si sono arenate le sue attenzioni? Quale gravoso sentimento ha sopraffatto la sua serata? Quale crepa d’incertezza, o quale episodio riaffiorato alla mente, ha mitigato il potere incalzante della musica, compromettendo quell’istante originariamente pensato come svago? Non esiste, probabilmente, risposta plausibile. Ma esiste, piuttosto, una sensazione. Un sospetto: che non tutti vogliano o possano beneficiare di quella ripartenza. Che un segno profondo, netto, abbia stroncato intere generazioni. Che come uno spettro, l’ombra della perdita, dello spavento, aleggi ancora tra chi ha perso qualcosa, forse tutto. Che il lusso della frivolezza abbia lasciato il posto ad una caustica indifferenza. In quello squarcio di realtà pieno di contraddizioni, umanissima espressione di una società ancora in assestamento, si inserì la sensibilità di Guttuso. Aggrappato anche lui, in quegli anni ’50 di chiaroscuro, a qualcosa che potesse ricostruire la purezza della memoria.

E così in quei giovani in cerca di un senso, di una direzione, sospesi tra l’istinto di mordere la vita e di rimuginare su ciò che è stato, trovano corrispondenza i timori e i sogni di oggi. I rimpianti di chi ripensa a quei momenti e la curiosità di chi avrebbe voluto viverli. Il cieco affidamento di chi confida nell’avvenire e la chiusura interiore di chi si rifugia nel passato. L’umanità e la sua peculiarità, insomma. Nello spazio di un ballo che, a passo diverso, riempie ancora le orecchie e le vene.

(In copertina: Renato Guttuso, “Boogie-woogie”, 1953. Mart, Rovereto)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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