“Il campo del vasaio”: Montalbano e il male che ribalta la logica
Nella celebre indagine condotta dal commissario in periodo pasquale, il ritrovamento di un morto in una cava di creta sembra indirizzare immediatamente le indagini verso la mafia. Ma presto il valore simbolico di quella scoperta, che richiama i 30 denari di Giuda, si rivela essere un inganno. Perché la verità, a volte, è talmente sommersa da apparire distorta. E solo pensare al contrario, paradossalmente, può riportarla alla sua forma originale
Certi luoghi, nella narrazione letteraria, hanno il potere di ergersi a presenze fisse, a personaggi decisivi per lo svolgimento dell’intreccio. Di sommare, alle trame dialogiche delle figure che li attraversano, i loro eloquenti silenzi. Lì si può scorgere in filigrana, pagina dopo pagina, mentre il destino dell’intera vicenda si sovrappone alla necessità di scioglierne i misteri, di carpirne i più reconditi significati. Riportano spesso, questi luoghi intrinsecamente simbolici, ad antiche parole perdute, a vaghe reminiscenze di passato. Ed è proprio lì, nel ciclico riproporsi della loro presenza, nell’avvistamento mai troppo rinnovato da renderli irriconoscibili, che solitamente si nasconde la chiave di volta di tutto ciò che hanno da tramandare. Quando analogie, immagini residue, indizi riemersi ne svelano il volto familiare. Quando da semplice sfondo d’inchiostro passano ad imporsi come possesso comune, identitario: dei personaggi della finzione, certo. Ma anche e soprattutto dei lettori che hanno la pazienza di sondarne le pieghe. E non importa che siano luoghi ricorrenti sui quali scommettere una volta di più; o scenari inediti che possono persino disorientare il più attento degli esploratori. Così, il loro richiamo, irresistibile come quello di una sirena, si rivela decisivo per interpretare le sorti di tutte le tessere del mosaico che l’autore ha sparso con perizia lungo il corso degli eventi. In uno di questi luoghi, tanto sperduto e spoglio di propositi in apparenza, si imbatte Salvo Montalbano in una di quelle che, a pieno diritto, si è rivelata essere una delle sue indagini più celebri. Proprio sotto Pasqua, tra un Catarella intento a recitare con sorprendente slancio la parte di Giuda nella messa in scena dei riti della Settimana Santa e un Mimì Augello stranamente accigliato, il poliziotto di Vigàta trova pane per i suoi denti ne Il campo del vasaio (2008), a seguito del ritrovamento di un corpo smembrato tra la fangosa melma di una cava di creta. In quel paesaggio a prima vista anonimo, tuttavia, frammento di campagne ombrose, non si è solo consumato un delitto. Ma un dramma in piena regola, dal quale una verità tutt’altro che confortante riemergerà come il corpo sconosciuto oggetto dell’investigazione.
Perché, fin dall’inizio, la traccia su cui i personaggi camilleriani sembrano muoversi appare probabile, logica: quel cadavere martoriato, che non è possibile riconoscere nemmeno con le impronte digitali, mostra un solo, inequivocabile segno. Quello di un proiettile alla nuca, chiara firma mafiosa. E quasi, come direbbe lo scrittore di Porto Empedocle, Montalbano finisce per farsene del tutto “pirsuaso”. Quando la recita del buon Catarella fa riaffiorare alla sua mente un passo biblico: quello in cui Giuda, gravato nella coscienza dal tradimento appena consumatosi nei confronti di Gesù, restituisce i 30 denari al Sinedrio. Il quale, tuttavia, poiché quella somma si era ormai intrinsecamente legata ad un fatto di sangue, invece che disporne l’utilizzo per il Tesoro delle offerte, ordina di acquistare un campo del vasaio per seppellirvi gli stranieri. Quel passo, in Matteo 27, rimbomba nelle orecchie di Montalbano: 30 sono anche i pezzi in cui il cadavere è stato diviso. Tutto sembra combaciare. Specie ripensando ad uno dei dialoghi che apre il romanzo: il momento in cui il commissario, bruscamente svegliato da Catarella, si dirige sul luogo per interrogare il padrone del campo che ha ritrovato il corpo:
«Senta, Ajena» fici nirbùso Montalbano. È proprio sicuro che il posto era questo?».
«Commissario, qua è tutto mio e io ci vegnu ogni jorno, acqua o suli».
«Allora vogliamo parlare?».
«Si vossia avi gana di parlari, parliamo» disse Ajena addrumandosi la pipa.
«Il cadavere, secondo lei, era qua?».
«Che è, surdo? E che significa secunno mia? Proprio qua stava» rispunnì Ajena, facendo ’nzinga con la pipa verso il principio dei lastroni di crita, a picca distanza dai sò pedi».
«Quindi era allo scoperto».
«Dicemu di sì e dicemu di no».
«Si spieghi meglio».
«Signor commissario, qua tutta crita è, chisto loco da sempri si chiama ’u critaru, epperciò…».
«Che ci ricava da un posto così?».
«Mi vinnu la crita a quelli che fanno vasi, bùmmuli, quartare…».
Tutto riporta, dunque, alla dimensione simbolica di quel campo. Al fatto che in un simile posto non può che essere finito qualcuno che la malavita considerava un traditore. Qualcuno divenuto forestiero ad un ben preciso – e noto – codice d’onore. Ma qualcosa, tra una convinzione e l’altra, spinge Montalbano a riconsiderare il suo approccio. L’incontro con l’enigmatica Dolores Alfano, la bizzarra sparizione del marito di lei, gli intrighi che coinvolgono la donna, una vecchia conoscenza vigatese e il povero Augello gli suggeriscono di cercare risposte altrove. Di scavare, metaforicamente, su un campo dell’intuizione sperduto, in cui nessuno si sarebbe avventurato. Il campo, agli occhi di Montalbano, diventa rivelazione. Lo specchio nel quale di riflettono correttamente i contorni che, altrimenti, sarebbero rimasti distorti. Il tradimento a cui il suo intuito finisce per dare la caccia è quello più inaspettato, più controintuitivo. La logica, per trovare senso, deve essere ribaltata. Con la discrezione che lo contraddistingue, il commissario svela le manovre della Alfano e del suo amante, che avevano usato il campo per far sparire il marito e far ricadere la colpa sul clan Sinagra. Ma l’amarezza della constatazione resta.
L’amarezza di chi è consapevole di quanto fragile possa essere la verità. Di quanto manipolabile possa risultare una storia. Di come ciò che appare certo, in realtà, può diventare la più fuorviante delle piste. Nel campo che doveva essere destinato agli stranieri, Montalbano scova un male tutt’altro che lontano. Una perversione capace di annidarsi più vicino di quanto sarebbe stato lecito pensare. Ma quello stesso campo, quel luogo rimasto sempre a vegliare come un convitato di pietra, ha alla fine rivelato sé stesso. Vittima e complice dello stesso inganno.

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