Il cuore malinconico di Luca Pignato: vaghi dolori sulla scia di Verlaine

Il poeta originario di Caltanissetta, benché oggi poco conosciuto, è stato uno dei grandi protagonisti della scena lirica di inizio ‘900. Il tenore esistenzialista di molte delle sue composizioni lo avvicinano al simbolismo francese, di cui fu un profondo conoscitore e critico. E proprio dalle riflessioni che dedicò a loro derivano alcune chiavi di lettura di una poetica profondamente umana, che tratteggia quell’incompiutezza tipicamente moderna

Se la malinconia fosse una forma d’arte – e lo è, in un certo senso, da sempre – con tutta probabilità sarebbe la poesia. Perché in chi la scrive, in chi le affida la complessità del proprio sentire, vive e si alimenta una frattura insanabile desiderio e realtà, tra aspettativa ed effettiva realizzazione. Tocca spesso ai simboli, alle immagini caricate di significati stratificati, esprimere questo inevitabile dualismo. Riprodurre l’eco di una perdita, di un distacco, di uno smarrimento esistenziale, di una paralisi che può confinare il poeta tra le pieghe del tempo, in un labirinto che si rivela essere il suo stesso animo. Non esiste forse alternativa alla malinconia: come se fosse un requisito, una pre-condizione ineludibile per esplorare le profondità umane, per interrogarsi sul senso di uno stare al mondo che non smette mai di essere complicato. È il nutrimento dei poeti, degli artisti, il pungolo dolceamaro che li spinge oltre i confini della semplice percezione sensoriale. Che li proietta in quella dimensione dove ogni elemento della realtà si congiunge all’immaginazione. Dove tutto possiede una propria lingua, offrendosi a chi, con cura e sensibilità, può captarla e decifrarla. È, essenzialmente, uno dei tratti della poesia di Baudelaire. Una diramazione di quello spleen che ha impresso una svolta straordinaria alla pratica letteraria e che poi, preso in eredità dai simbolisti francesi, sarebbe diventato il cardine su cui tutta la lirica del ‘900 avrebbe scelto di fondarsi. Simbolisti come Verlaine, la cui voce decadente, spiazzante, capace al tempo stesso di sussurrare e di travolgere, conobbe un’eco profonda nel nostro Paese. Su nomi iconici come Pascoli, D’Annunzio, Campana o Corazzini. Ma anche su altri straordinari interpreti del verso, che la critica o la consuetudine accademica hanno ingiustamente sottovalutato. È il caso del nostro Luca Pignato, poeta e saggista originario di Caltanissetta, che al fascino del simbolismo transalpino non soltanto fece appello per modulare la propria lirica, ma dedicò anche delle pagine di grande acume interpretativo. Di lui, qualcuno disse che fu il precursore di alcuni temi che poi sarebbero divenuti cari a Salvatore Quasimodo. Di certo, il suo vago e latente esistenzialismo lo rese un modello di originalità che il suo tempo, a differenza di quanto accaduto con il nostro, non volle ignorare.

Il suo nume tutelare, infatti, negli ultimi anni della sua breve vita, fu Piero Gobetti, uno degli intellettuali più attivi e visionari del primo quarto del Novecento. Il suo radicale antifascismo lo costrinse a recarsi a Parigi, non prima, tra le numerose altre, di aver fondato la rivista letteraria Il Barelli (1924-1928): un presidio culturale che mirava a risvegliare le coscienze, a rimettere al centro il valore autentico del sapere e delle istanze critiche, quella libertà di pensiero che il regime aveva prima annacquato e poi, progressivamente, soffocato. Tra le fila di quella redazione metodica ma a volte anche irriverente – che contò tra i suoi membri anche Eugenio Montale – Gobetti volle anche Pignato, che già si era distinto per un poetare decisamente peculiare, intriso di un senso di sospensione, di incompletezza, che già prefigurava le contraddizioni, le irrisolutezze dell’uomo del Novecento. Lo aveva fatto, Pignato, attraverso una raccolta che aveva saputo ritagliarsi, con discrezione, uno spazio autonomo nel panorama letterario italiano, vale a dire Persefone (1913), pubblicata quando l’autore aveva poco più di vent’anni. La vicinanza con Gobetti, e lo studio continuo dedicato alle controparti francesi, favorirono poi la nascita di Pietre (1925), la sua silloge più conosciuta, pubblicata nel medesimo anno in cui Montale diede alle stampe Ossi di seppia, e a quest’ultima, per certi versi, affine. L’uomo descritto da Pignato, del resto, che spesso lascia all’io lirico l’opportunità di sovrapporsi all’io biografico, brama risposte che non può ottenere, fondamenta su non può poggiarsi. Nemmeno l’amore appare capace di consolarlo, se non fugacemente, illusoriamente. Come accade in Diario:

«Certe mattine di fredda bonaccia
una segreta collera m’insidia.
L’onda si torce malvagia
dissimulando la sua accidia.

Invano l’anima cerca un motivo
d’angoscia in ogni cosa e in ogni volto.
Nei tuoi occhi leggo l’antico amore,
il tuo sorriso è uno schermo sconvolto.

Di levarsi il vento non ha forza
contro il cielo grigio e immoto.
La tua mano è una gelida menzogna.
Vertigine ho di te come del vuoto…»

“Diario”, Luca Pignato

Di fronte a quel sottile malessere la poesia di Pignato si accosta, afflitta e affascinata dal baratro che la attrae. Dall’indeterminatezza di quel cruccio che non lascia vivere, che lega a doppio filo tensione e dolore, speranza e inquietudine. Gli stessi poli della riflessione poetica di Verlaine, su cui lo scrittore isolano tornò più volte con delle considerazioni che, lette attentamente, rivelano anche la natura più profonda della sua stessa lirica: «Ma Verlaine – scrisse in Il Baretti – Anno II, n.10non seppe mai il perché della sua poesia: perché era tristezza letteraria. Il suo mondo era fiabesco, idillico, estraneo alla sua consapevolezza, e più: alla sua grossolanità d’uomo tristo e miserevole. Egli sentiva sé diverso da quel sogno che la poesia gli andava foggiando, ed è in questa sentirla inafferrabile e indicibile, la qualità squisita della sua nostalgia e l’originalità del suo sentimento. La pura forma e il puro suono, al limite estremo della coscienza, sono un crepuscolo; e sono, in quanto espressione, e quindi spiritualità, l’idealità musicale. Con la tristezza che non viene da una concreta vita sentimentale. “Tutto affannato / E pallido, quando / Rintocca l’ora, / Io mi ricordo / Dei giorni antichi / Ed io piango” (da Chanson d’automne, ndr). Ma che ha origine nell’ineffabile, nell’ansia d’una interiorità che non celebra e resta soffocata: “È certo la peggiore pena / Di non sapere perché / Senza amore e senza odio / Il mio cuore ha tanta pena (da Il pleure dans mon cœur, ndr)».

In questa consonanza di spirito c’è molto della visione di Pignato. E molto della sostanza stessa della poesia: che non spiega, ma constata. Che non definisce, ma allude. Che non circoscrive, ma individua. Quello spazio della vita dove il cuore diventa universale. E dove tutti, pur senza risolvere il mistero del loro stato, possono sentirsi un po’ meno soli.

(In copertina: illustrazione realizzata con Adobe Firefly)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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