Il destino dei maestri: Russello, quando il sapere e i legami sono più forti del fuoco e del diluvio
Lo scrittore di Favara credeva fermamente che nulla potesse davvero mettere a tacere la conoscenza o impedirne la trasmissione. E la sua opera “Giangiacomo e Giambattista”, che fa il verso alle filosofie di Rousseau e Vico, è una grande affermazione di fede nell’importanza di saper essere dei mentori. Nella sensibilità di comprendere che, spesso, i frutti di ciò che insegniamo non ci appartengono. Ma finiscono per fiorire in un orizzonte nuovo, dove un ricordo o un sentimento possono riaffiorare
Nell’introduzione ad Ecce homo, una delle opere cardine del suo pensiero, Friedrich Nietzsche, con lo stile ardito e poetico che contraddistingue la sua dottrina filosofica, scrive così a proposito del rapporto tra maestro e discepoli, riprendendo un passo di Così parlò Zarathustra: «Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfondare la mia corona? Voi mi venerate; ma che avverrà, se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci! Voi non avete ancora cercato voi stessi: ecco che trovaste me. E ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando mi avrete tutti rinnegato io tornerò tra voi». Ciò che di più autentico, talvolta, risiede nell’amare qualcuno è essere disposti a lasciarlo andare. Accettare che l’altro possa fare esperienza della felicità anche lontano da noi. Arrendersi all’idea che si può consegnare del bene e non vederne i frutti, ma solo apprezzarne un’eco lontana. È la storia dei sentimenti, affidati a dispacci lontani. Ma anche del sapere, cresciuto su sé stesso anche quando le condizioni per il suo sviluppo parevano impossibili. È un fatto di resilienza, forse. Una legge non scritta per la quale il meglio che l’umanità ha da offrire, condensato in un verso, in una pagina, in un breve ma memorabile eloquio, trova sempre un modo per riaffiorare in barba a qualsivoglia avversità. Anche quando la sua affermazione passa per un sacrificio, per un atto di fede, per una via inusuale e impercorribile. Anche quando in gioco c’è un nome, un’identità, una sensibilità difficile da comprendere nell’immediato. Come quella che animava la penna di Antonio Russello: e che a lungo rimase celata agli occhi degli scettici e dei distratti. Proprio mentre dal suo ingegno nasceva una brillante, illuminata, profonda, letteraria riflessione sul valore eterno della conoscenza e della sua trasmissione. Mentre la passione infusa in quel dettato così anomalo eppure così scorrevole, in quei personaggi che sapevano essere al tempo stesso caricaturali e ardenti di realtà, lo incitava a credere che un giorno sarebbe giunto il momento del suo unanime riconoscimento. Era il 1969: e per i tipi dell’editore Flaccovio vedeva la luce Giangiacomo e Giambattista, ripubblicato poi nel 2003 con il titolo L’isola innocente. Una parodia filosofica, di un intero secolo e di un intero modo di pensare. Ma soprattutto uno spaccato di incrollabile fiducia nel potere salvifico delle lettere.
Se, infatti, i nomi dei due protagonisti fanno chiaramente il verso a Rousseau e Vico, tra i massimi protagonisti del ’700 europeo, le vicende che vi ruotano attorno, e che li conducono ad un fatidico incontro, lasciano intuire alcuni elementi della biografia di Russello, alle prese col tema dell’emigrazione, del riscatto sociale di un Sud asfittico, del timore di restare prigioniero di un indefinito oblio. Lo si vede nel viaggio intrapreso da Giambattista, che abbandona Napoli sommerso dalla derisione dei colleghi accademici, che non comprendono il valore della sua ultima opera. Deve arrabattarsi tra mille lavoretti saltuari per poter mantenere la famiglia. Che poco a poco sembra rinnegarlo, rimproverarlo per l’ammirazione che ripone in quel sapere che non gli frutta quattrini. Si convince persino di dover cambiare vita, di smettere di impegnare il tempo nelle sue ricerche. Finisce per scrivere all’amico, che fa il precettore in Svizzera, per un incontro consolatorio: «Il mestiere di precettore non m’ha dato nulla mai e bisogna barattarlo con un altro più utile. ’A gente un vo’ sapè d’educazione. Vi do la mia parola che cambio mestiere e divisa». I due si incontrano, mentre Giangiacomo ha dato inizio ad una sorta di esperimento sociale che prevede il trasferimento suo e dei suoi studenti nel bosco: «Mon cherì ami Giambattista, ho cambiato domicilio e con esso stato civile. Non che mi sia ammogliato, sebbene le cose stiano come se lo fossi, con tanti figli che mi sono visto ruzzolare tra i piedi. Ho scoperto una banda di ragazzi selvatici che parlano una lingua mezzo barbara e mezzo civile. Ho fatto loro da maestro e continuerò a farlo. Se potrò, cercherò di nascondere loro tutto il male (intrighi, tradimenti, guerre) che viene dalla cosiddetta civiltà, e voglio sperimentare questa nuova scuola».
Ma la campana di vetro in cui il maestro spera di allevare i suoi allievi viene ben presto messa a ferro e fuoco. La civiltà, il minaccioso progresso irrompono in quel felice selvaggismo. Dei soldati si introducono nel bosco e utilizzano il legno degli alberi per costruire una nave. Un paradosso senza senso pare impossessarsi di quella comunità. Che tuttavia proprio da quella nave viene salvata quando un diluvio si abbatte sulla radura. È l’inizio di quella che appare come una fine. L’invasione dei soldati diventa ogni giorno più incontenibile, al punto che Giangiacomo è catturato e messo a morte. I suoi ragazzi vengono deportati in città, nel mondo produttivo, nella logica del capitale e dell’arrivismo. Nessuno sembra fare una piega: sembra un tradimento, un inglorioso fallimento. E mentre Giambattista giunge appena in tempo per assistere all’atroce fine dell’amico, un evento cambia il segno interpretativo di tutta la vicenda. Anche quando il corpo non sopravvive, ci riescono i sogni. Le parole pronunciate in un tempo lontano: «I libri, per essere rimasti tanto tempo bagnati, stentavano a bruciare». Quel diluvio tanto maledetto si era rivelato salvifico. A custodire i libri del maestro è uno dei suoi studenti: «Giangiacomo, prima che le fiamme gli prendessero il viso, fu contento di veder salvi i libri nelle mani dell’amico. “Muoio sereno. Vi lascio in un mondo di guai, perché dopo la mia morte, queste fiamme da qui cominceranno a bruciare tutta la Francia». Ma è proprio in quel mondo di guai che il sapere, le emozioni, i sentimenti riversati in quelle giovani vite devono fiorire. Nel confronto costante con ciò che non condividono, con la paura di sbagliare, con la voglia di riprovare, con l’esperienza sul campo. In quei libri fradici si riflette, si perpetua il segno indelebile di chi ha insegnato e di chi ha appreso. Di chi non vuole essere copia di chi c’è stato prima, ma erede innovativo di una storia. Nel morire, Giangiacomo realizza il senso profondo della sua vita trascorsa tra inchiostro e rilegature. Il senso della pazienza, del consegnare ad altri qualcosa che si è visto crescere, ma non interamente. È la parabola di ogni insegnante. Il fio e la benedizione di chi, mostrando, apprende.
Giambattista, dal canto suo, è provato. Ha giusto il tempo di tornare a Napoli avvolto nella nube dei suoi pensieri. Lì, nella sua città, convinto di essere destinato all’anonimato, si spegne. Non saprà mai che, dopo la sua scomparsa, la sua opera verrà rivalutata. Che il suo nome campeggerà su tutti i discorsi di chi, prima, lo dileggiava. Un vero peccato, verrebbe da dire. Ma, in fondo, non è questo il destino delle grandi menti e delle grandi opere? Non è forse lo stesso dei maestri e degli allievi? Essere rinnegati, disconosciuti. E poi, magicamente, ricordati. Trasformati in perenne possesso interiore.
(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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