Dalla morte di Astor Piazzolla, nel 1992, non sono mancati gli ammiratori determinati a mantenere accesa la sua fiamma creativa. La musica del “re del tango” è apparsa in tutti i tipi di arrangiamenti, ma soltanto alcuni sono riusciti a preservare la qualità pungente delle esecuzioni di Piazzolla. Troppi risultati suonavano come surrogati, brutte copie. Non così l’esperienza che nasceva proprio in quegli anni a Catania e che prese nome da una composizione del bandoneonista e compositore argentino, titolo dell’omonimo album che diede origine al “tango nuevo”: Libertango. Inizialmente un duo formato dal fisarmonicista etneo Francesco Calì, “mente” del progetto, e dal chitarrista jazz marsalese Gino De Vita, ai quali, successivamente, si uniscono Marcello “The Uncle” Leanza (fiati), Giovanni Arena (basso) e Ruggero Rotolo (batteria) per dare vita al Libertango 5tet e creare un proprio stile musicale. Alle musiche di Piazzolla, i cinque aggiunsero la solarità del Mediterraneo, echi jazz di Bill Evans, Coltrane, Parker, Mulligan, ritmi latini di Antônio Carlos Jobim, João Gilberto, Carlos Santana, elementi pop, dando una nuova vita a uno strumento che allora era profondamente fuori moda: il bandoneón.

Due album, Libertango (1999) e Nimra (2003), la partecipazione ai più importanti Festival jazz, esibizioni in mezza Europa. Poi, d’un tratto, il nulla. Diciotto anni dopo, annunciato in punta di piedi da due singoli, esce il loro terzo album, Point of no return. Che potrebbe essere un nuovo punto di partenza.

È stata la ricorrenza del centenario della nascita di Astor Piazzolla, che cade quest’anno, a riportarvi insieme o i mesi di lockdown?
«L’album è pronto dal 2019, ma la pandemia ci ha imposto di rimandarne l’uscita. Il centenario di Piazzola viene ad essere una coincidenza che ci auguriamo risulti di buon auspicio», dicono in coro.
«I diciotto anni trascorsi dal nostro precedente album, Nimra, hanno diverse motivazioni», entra nello specifico Marcello Leanza. «Fra tutte, il trasferimento a Copenaghen del nostro leader, Francesco Calì, che ha sicuramente rallentato l’attività della band. Inoltre, la lunga parentesi berlusconiana ha decretato la fine della musica di qualità in Italia e, insieme ad essa, di una moltitudine di progetti musicali di valore. Libertango è riuscito a sopravvivere grazie allo specialissimo rapporto che ci lega, siamo prima di tutto un gruppo di veri amici che hanno piacere a condividere un progetto musicale di qualità».
«Libertango 5tet è la storia di una lunga e profonda amicizia tra cinque musicisti che condividono la stessa visione della musica e della vita», si legge nella dichiarazione di apertura nelle note di copertina di Point of No Return, un album che segna una evoluzione musicale del gruppo, un approccio più innovativo nei confronti del tango.
«Sì, qualcosa è cambiato», ammette Leanza. «Nel primo disco, il nostro approccio al tango è sicuramente più “tradizionale”, e in generale i brani sono più solari e spensierati. Già New Tango, il brano che apre Nimra, rivela un approccio insolito, più “serio”, in linea con le nostre nuove problematiche individuali e di gruppo. Francesco Calì, compositore e arrangiatore principale del gruppo, ha una solida preparazione classica: l’uso esteso di momenti contrappuntistici, o l’utilizzo di una sezione d’archi rientrano nei suoi specifici “skills”. Gino De Vita, invece, non fa mistero dei suoi gusti “elettrici” e sono sue le composizioni più imprevedibili e di difficile catalogazione».
L’alchimia tra loro è quasi perfetta e i dialoghi fra il bandoneón di Calì e la chitarra solista del virtuosissimo De Vita sono da brividi. Emblematico in tal senso è Tango for Sigfried, brano di chiusura dell’album in cui le improvvisazioni dei due artisti (con Calì al piano) sembrano non aver limiti. Nella title track, invece, tango e bossanova sembrano danzare insieme, Three Brothers è un divertissement vintage. Molto ritmica, gioiosa, Alyssia’s dance, profumi mediterranei inondano Mal d’Afrique. Nell’evocativa I’ll be there Francesco Calì ha portato sonorità finora inedite per il quintetto coinvolgendo la TRP Studio Orchestra, un gruppo d’archi di dodici elementi. Classicheggiante Life and Death, nella quale ritroviamo Calì al piano. L’album offre un’ampia gamma di emozioni. È struggente, malinconico e, nello stesso tempo, solare, divertente. Insomma, il tango non è soltanto un pensiero triste che si balla…
«Nelle cover notes dell’album abbiamo sottolineato come il nostro lavoro rispecchi le dinamiche stesse della vita, con l’inevitabile susseguirsi di momenti di gioia ed altri di malinconia o dolore. Il jazz è sicuramente la radice su cui amiamo innestare altre “piante”, il tango, lo choro e la bossa brasiliani, certi richiami pop alla Gentle Giant, respiri classici… Ma anche un po’ di follia nostra, soprattutto quella che scaturisce dalla penna di Gino De Vita».

La copertina del nuovo album

Ha un significato speciale il titolo dell’album, “Punto di non ritorno”?
«Point of no return non vuole essere un monito catastrofista, anche se i tempi lo giustificherebbero. È piuttosto l’impegno preso da ciascuno di noi a continuare il nostro percorso musicale nonostante le difficoltà oggettive o le tendenze di mercato che certamente non gratificano gruppi come il nostro. Musica, per il puro piacere di farla».

Questo album segna quindi per voi un ritorno a tempo pieno sulla scena musicale nazionale?
«È nostro preciso desiderio esibirci sui palchi dove si propone musica di qualità. Noi la nostra parte la stiamo facendo, ci auguriamo che il nostro lavoro susciti attenzione e curiosità negli addetti ai lavori».

Qual è, a tal proposito, la vostra opinione sul momento musicale che sta attraversando il nostro Paese e non solo.
«Il mercato cambia vorticosamente, e certo questo non favorisce un gruppo dai ritmi lenti come il nostro. La gestazione di un nostro album richiede tempi medio-lunghi, siamo figli di quei tempi in cui la musica si rivelava dopo tanti ascolti. Al giorno d’oggi, è inevitabile attivare strategie di marketing, affidandosi ai giovani conoscitori dell’universo digitale. Bisogna cogliere il buono che c’è nella modernità: ci stiamo provando, pur mantenendo le nostre peculiarità».

In Sicilia resiste ancora quel movimento “tanghèro” che si diffuse negli anni Novanta, in particolar modo a Catania?
«Proprio in questi giorni notavamo una nuova scuola, la Danzofficina di Valeria Catania. Enzo Mercuri ha fatto moltissimo per la diffusione di questo ballo a Catania; Ciccio Guarnaccia è un tanghèro inguaribile, Daniele Trovato e Olga Greco due ballerini eccezionali che gestiscono da anni Muy Lindo Tango; l’ensemble Mariposa, il festival internazionale di Angelo Grasso… Direi che il tango a Catania è vivo e ottimamente rappresentato».

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