“Il lungo viaggio” senza meta: Sciascia, i migranti e il prezzo della disperazione

È uno dei racconti simbolo della raccolta “Il mare colore del vino”. E anche uno dei più tristemente attuali. Perché nella storia di un gruppo di contadini che si lancia alla volta del sogno americano, stipati su una nave e spogliati del loro denaro per pagare un uomo che promette di condurli a New York, c’è tutta la drammaticità del nostro presente. Non solo perché la traversata si rivela truffaldina: ma perché, ieri come oggi, rimane la meschinità di chi lucra sulla fragilità e sul bisogno

Un fascinoso enigma accompagna il concetto di confine: più il suo perimetro risulta ristretto, asfittico, più la sua ampiezza onirica è amplificata. Non è appena una questione di geografie: quanto, piuttosto, di percezione. Di spazio dell’anima. Di stagioni che gravano su di essa con mortifera monotonia. Tutto, quando ci si decide a lasciarlo alle spalle, in quell’orizzonte che si approssima al di fuori del confine, sulla soglia che separa la certezza dall’ignoto, la condanna dalla agognata salvezza, appare in forma nuova. Persino l’immutato, le immagini che perfettamente riflettono ciò da cui si tenta di fuggire, si stagliano sul fondo della speranza come tremolanti appigli. Si alternano, senza che una possa del tutto prevalere sull’altra, la disperazione e l’immaginazione. La rassegnazione e la tenacia. Ma anche il coraggio e l’atroce dubbio: quello di chi abbandona la propria casa, il proprio trascorso, senza sapere se l’altrove in cui approderà potrà lenire il dolore della perdita. È la storia di generazioni di migranti, di popoli senza posa, di viaggiatori senza ritorno e senza nome. Che nel loro ininterrotto transito hanno solcato ripetutamente le traiettorie della memoria, individuale e collettiva. E che continuano, oggi più tragicamente che mai, a farlo. Nel quasi totale silenzio. Nella paradossale normalizzazione delle loro odissee, ridotte a semplici lanci d’agenzia. Vittime di un inganno di lungo corso, dell’indifferenza diffusa, di una miseria che ne sancisce una irrimediabile vulnerabilità. È un vero mercimonio dell’attesa, quello che contraddistingue i fenomeni migratori: una meschinità che lucra sulla fragilità, sull’ingenuità. Una trama oscura, che promette e poi abbandona. Che spoglia di averi e dignità. Come accade ai profetici aspiranti partenti di un celebre racconto di Leonardo Sciascia, ovvero Il lungo viaggio, incluso nella raccolta Il mare colore del vino. Immagini minute, ma eterne, di un presente che ancora colpisce il popolo isolano, ma che trova triste rispecchiamento anche in chi, a quel popolo, chiede un abbraccio rassicurante. Nei migranti prigionieri degli scafisti. E di un mondo più chiuso, più incerto, più diffidente di quanto non lo sia stato negli ultimi decenni.

Nella vicenda di alcuni contadini partiti dall’entroterra siciliano a caccia dell’astrattezza del sogno americano, c’è tutta l’universalità di chi affida ad una partenza le sorti della propria vita. I preparativi meticolosi, l’ansia mista ad eccitazione, la magnetica attrazione verso il paradiso del sentito dire, la prospettiva di farsi beffe di stenti e fatiche. Legati a doppio filo ad immagini familiari – come la valigia di cartone – o alle navi stipate dove il viaggio, più che con i sensi, si affronta con la fede. «Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi – Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco… Fatevi il conto da voi… Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare…». Su quell’imbarcazione di fortuna, più che le valigie, a pesare è il bisogno. Di sentirsi liberi, lontani, diversi, rinati, capaci nuovamente di dare un nome alle cose del domani. Spogliati di ogni minuscola parvenza di possesso, sì: ma convinti del proprio sacrificio. «E avrebbero passato il mare, quel grande mare oscuro; e sarebbero approdati agli stori e alle farme dell’America, all’affetto dei loro fratelli zii nipoti cugini, alle calde ricche abbondanti case, alle automobili grandi come case. Duecentocinquantamila lire: metà alla partenza, metà all’arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle: la casa terragna il mulo l’asino le provviste dell’annata il canterano le coltri. I più furbi avevano fatto ricorso agli usurai, con la segreta intenzione di fregarli; una volta almeno, dopo anni che ne subivano angaria: e ne aveva soddisfazione, al pensiero della faccia che avrebbero fatta nell’apprendere la notizia. “Vieni a cercarmi in America, sanguisuga: magari ti ridò i tuoi soldi, ma senza interesse, se ti riesce di trovarmi”. Il sogno dell’America traboccava di dollari: non più, il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, tirato fuori a manciate: come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole».

Undici notti dura l’illusione della comitiva. Notti trascorse a porgere orecchio allo sciabordio del mare, a sperare di incagliarsi felicemente sulla spiaggia della rinascita. Ma ad attenderli non c’è il luccichio vertiginoso della Grande Mela. Né le strade perfette, asfaltate, sicure, che tanto avevano vagheggiato dai rivoli di campagna che li avevano condotti alla nave: «Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina – Scoglitti. – Santa Croce Camerina: non mi è nuovo, questo nome. – Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo. – Forse qualcuno dei nostri parenti ci abitava, forse mio zio prima di trasferirsi a Filadelfìa: che io ricordo stava in un’altra città, prima di passare a Filadelfìa. – Anche mio fratello: stava in un altro posto, prima di andarsene a Brucchilin… Ma come si chiamasse, proprio non lo ricordo: e poi, noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto». Un automobilista di passaggio, lasciandoli come matti sul ciglio della strada alla loro richiesta di informazioni, è la pietra tombale su quel viaggio mai iniziato. Che nulla li ha fatto guadagnare, se non una profonda insania. E che tutto ha fatto perdere: ancora più del denaro, l’inclinazione a confidare nella bontà del mondo.

Quel grido di incredulità, che un tempo partiva dalle nostre coste, è oggi il segno dell’approdo sulle stesse. Di coloro che, miracolosamente, ce l’hanno fatta. Dei tanti, troppi, che se lo sono visto spezzato dalle acque. E di chi, con la prospettiva del riparo, si è trovato più isolato che mai: «Il silenzio dilagò. – Mi sto ricordando – disse dopo un momento quello cui il nome di Santa Croce non suonava nuovo – a Santa Croce Camerina, un’annata che dalle nostre parti andò male, mio padre ci venne per la mietitura. Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta perché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia».

(In copertina: immagine generata con GeminiAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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