Il mito siciliano di Egesta, la fanciulla che rinacque nella terra della speranza
Costretta a fuggire da Troia, sua città natale, per sfuggire ad una terribile sorte per la quale non aveva nessuna colpa, la leggendaria ragazza trovò, nella fine, il suo principio, dando inizio ad una discendenza che avrebbe cambiato il mondo. E diventando perfetto riflesso dell’isola che la ospitò: vituperata, esiliata, colpita. Ma mai arrendevole
Tra le pieghe di una storia, spesso, si nasconde un elemento che appartiene alla dimensione del fatale. Un incastro del destino a cui conferire senso, una retrospettiva simbolica su fatti e suggestioni che si perdono negli albori della memoria. Bisogna leggerli così, i miti: nella coincidenza di passato e presente, nello sforzo favolistico di ricostruire un’identità stratificata. Come racconti di personaggi eccezionali, certo, ma anche come riflessi di intere comunità. Come intricate commistioni di culture insospettabilmente vicine. Sono quasi misterici, i grandi miti dell’immaginario: capaci di contenere sfumature inattese, verità adombrate. Nella loro talvolta estrema finzione bramano di assumere consistenza spazio-temporale, di agganciarsi punto per punto alla realtà che sembrerebbero voler riscrivere. Citano luoghi, esaltano sponde e approdi perduti, colmano vuoti e distanze con l’ammaliante corposità della parola. Finché quest’ultima smette di essere appena un segno linguistico, per tramutarsi essa stessa in racconto. In una nicchia di comune riconoscimento. E non deve certamente apparire come una coincidenza il fatto che, tra i grandi scenari prediletti dalla tradizione mitologica, la Sicilia appaia come uno dei più battuti. Non soltanto per la sua posizione geograficamente privilegiata – naturale bacino di confluenza per sempre rinnovate commistioni a cavallo tra il Mediterraneo e l’Oriente – ma anche per la sua essenza vagheggiata, lirica, a tratti eterea. Soggetto affascinante ma precario, esposto alla furia titanica della natura eppure irriducibile baluardo di meraviglia. Capace di raccontare, ma anche di raccontarsi, attraverso le vicende degli avventori disposti ad andare in cerca del suo cuore. O a lasciare che il loro, per un bizzarro allineamento di peripezie, trovasse lì residenza. Come accadde alla leggendaria fanciulla troiana Egesta, giunta nell’isola, secondo quanto tramandato in tarda epoca imperiale dal commentatore romano Servio, come fuggiasca. Come vittima di un crimine non suo. Come capriccio di un potente insuperbito. Che, nell’isola, tuttavia, trovò perfetta corrispondenza di sé. Dando inizio a qualcosa di nuovo ed inaspettatamente importante.
Fu il padre Ippote a metterla in mare verso la Trinacria. Allorché l’ira di Poseidone si era abbattuta sulle coste troiane per via dell’insolvenza del re Laomedonte, che si era rifiutato di ricompensare il dio del mare per aver costruito l’imponente cinta muraria che solo l’astuzia di Ulisse avrebbe aggirato. Per porre rimedio alla piaga che stava devastando Ilio – una sorte di gigantesco e vorace leviatano – Apollo aveva suggerito al sovrano di sacrificare alla mostruosa creatura un gran numero di giovani troiani. Per risparmiare loro quella tremenda sorte, numerose famiglie avevano accettato di separarsi dai propri figli. Ed Egesta non faceva eccezione. Giunta in terra straniera, senza alcun conforto se non l’amorevole addio del padre, sembrava destinata ad una vita di solitudine. Ad un malinconico esilio. Ma ecco che nella fine la fanciulla seppe trovare il principio. Nell’incertezza, nella sospensione, nell’incombere della rovina, seppe sovvertire le previsioni. Crimiso, il dio fiume che ancora oggi resiste nella toponomastica isolana, si invaghì di lei. Dalla loro unione nacque Aceste, futuro fondatore della città di Segesta. Non poteva, una simile parabola, che trovare compimento in Sicilia: dove la rinascita è un cardine esistenziale. Dove la vita trova sempre, per vie più o meno traverse, il modo di sbocciare. Dove il passato incombe, fa sentire il suo peso e la sua invadenza, senza tuttavia mai oscurare il desiderio di futuro. Dove l’ultima parola non appartiene mai alle congiunture, ma alla irriducibile volontà individuale e collettiva. E del carattere siciliano Egesta fu, inconsapevolmente, anche pioniera. Perché suo figlio sarà il re che secondo il racconto dell’Eneide, ospiterà Enea, intento a celebrare i funerali del padre Anchise prima di proseguire nel suo viaggio verso il Lazio. Quella discendenza – che altre varianti del mito addirittura associano genealogicamente a quella dell’eroe troiano – trasformò la Sicilia in una tappa centrale di una missione quasi sacra. Nel centro del mondo su cui stavano indistintamente fissati gli occhi degli uomini e degli dèi. Nella porta d’accesso alla futura Italia.
Tutto merito di una siciliana d’adozione. Sottomessa, vituperata, scacciata con disprezzo dalla sua casa. Proprio come spesso accade alla terra – e ai suoi abitanti – che l’aveva ospitata. E come lei mai timorosa, mai arrendevole. Simbolo di una bellezza che, nonostante tutto, non sa e non può sfiorire. Che non attende di essere salvata. Ma che prende in mano con fatica, con sacrificio, le redini di una vita che altri avevano tentato di negarle o di indirizzare. Che accetta la sofferenza, senza lasciare che questa diventi una sentenza senza appello.
(Immagine di copertina generata con Gemini Image Generator)

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