Il paradosso dei parchi archeologici siciliani: li gestiscono tutti tranne gli archeologi
Agronomi, architetti, ingegneri: a capo dei 14 siti presenti nell’isola non figura nessuno che abbia la specifica qualifica per dirigerlo. Il tutto in barba ad una legge regionale che, invece, lo prevede espressamente. E mentre i giovani archeologici vengono inevitabilmente spinti a migrare verso altri lidi nonostante il desiderio di restare nella nostra terra, ricca come poche di reperti, sempre più spesso la questione della valorizzazione dei beni culturali si riduce ad una questione puramente burocratica e amministrativa, dove la politica si sovrappone alla cultura. A rilanciare il dibattito, di recente, il libro “Utopia e impostura” di Valbruzzi e Russo
Funzionari, giuristi e associazioni lo denunciano da anni: in Sicilia il sistema di tutela dei beni culturali è anomalo e illegale. Chi dirige i luoghi della cultura non è, da nessuna parte nella regione, un professionista. Non archeologi o storici dell’arte ma agronomi, ingegneri e architetti occupano le posizioni direttive. Dirigenti che non hanno mai fatto un concorso per i beni culturali.
Nei 14 Parchi archeologici siciliani non vi è attualmente alcun direttore con qualifica di archeologo: agronomi, come a Morgantina, a Selinunte e a Catania, una scienziata politica a Gela, architetti come a Siracusa, dove peraltro il Soprintendente è un ingegnere. L’elenco potrebbe continuare, ma il punto è: praticamente tutti i beni archeologici della regione non sono affidati ad archeologi. Eppure l’Assessorato regionale conta 38 funzionari direttivi archeologi, assunti nel 2000 tramite concorso e in possesso della qualifica richiesta dalle leggi regionali vigenti. Questo personale specializzato non è mai stato inserito nell’organigramma direttivo di Soprintendenze e Luoghi della Cultura.
Come hanno più volte denunciato la Confederazione Nazionale Archeologi e, tra le altre, le associazioni Italia Nostra e SicilAntica, la scelta della Dirigenza non avviene su base meritocratica. Anzi, prescinde dagli stessi requisiti professionali richiesti dalle leggi nazionali e regionali. Infatti, che tutela e valorizzazione dei beni archeologici debbano essere assegnati ad archeologi non è solo buon senso, ma è prescritto chiaramente dall’art. 9 bis del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. A livello regionale la legge 20/2000, che ha istituito il sistema dei Parchi archeologici siciliani, prevede che «l’incarico di direttore di Parco è conferito ad un dirigente tecnico in servizio presso l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali». Di recente, a riproporre il tema è stato Utopia e impostura, libro firmato da Francesca Valbeuzzi e Paolo Russo, che ripercorre e vicende degli enti di tutela sul piano storico e legislativo sfociate in un dominio della politica nella e sulla cultura, in un “potere senza sapere”.
All’inizio degli anni 2000 furono poi istituiti i Parchi archeologici, destinati a diventare motori di ricerca, conservazione e valorizzazione, con direzioni affidate a dirigenti tecnici dei beni culturali con specifiche competenze archeologiche. Fin qui l’Utopia. Poi l’impostura: la demolizione del sistema regionale di tutela, avvenuta attraverso una serie di atti amministrativi
UNA QUESTIONE D LUNGO CORSO. Tutto ha inizio alla fine degli anni ’70: nel 1975 si diede attuazione allo Statuto autonomistico, e alla regione venne data competenza esclusiva in materia di tutela dei beni culturali. Prese così il via la creazione di un impianto legislativo pionieristico e all’avanguardia. Nel 1977 fu istituito il sistema regionale multidisciplinare delle Soprintendenze uniche, un modello che è stato successivamente adottato anche per l’amministrazione statale. Un impianto «tra i migliori d’Europa», sostiene l’avvocata Adriana Laudani, ex-deputato regionale e presidente dell’associazione Memoria e Futuro, tra i protagonisti di questa lotta che «non chiede altro se non l’attuazione della normativa vigente». Per dare attuazione a questo modello, nel 1980 furono definite le competenze scientifiche e le funzioni specialistiche del “ruolo tecnico dei beni culturali”, garantendo la multidisciplinarietà all’interno delle Soprintendenze. I direttori delle sezioni tecnico-scientifiche (ambientale, archeologica, architettonica, bibliografica, storico-artistica) dovevano avere un profilo specialistico e piena autonomia nel parere tecnico. All’inizio degli anni 2000 furono poi istituiti i Parchi archeologici, destinati a diventare motori di ricerca, conservazione e valorizzazione, con direzioni affidate a dirigenti tecnici dei beni culturali con specifiche competenze archeologiche. Fin qui l’Utopia: un’idea lungimirante della via autonomistica dei Beni Culturali, basata sulle tre leggi regionali 80/1977, 116/1980 e 20/2000, tuttora vigenti.
Dal sogno dell’autonomia culturale alla crisi della competenza
Cronologia del paradosso dei Parchi Archeologici Siciliani
Nascita dell’autonomia culturale
La Regione Siciliana ottiene competenza esclusiva sui beni culturali. Nasce il modello delle Soprintendenze uniche multidisciplinari, tra i primi in Europa.
Le competenze tecniche
La L.R. 116/1980 definisce le funzioni specialistiche del “ruolo tecnico dei beni culturali”, garantendo autonomia agli esperti archeologi, architetti e storici dell’arte.
Istituzione dei Parchi archeologici
Con la L.R. 20/2000 si prevede che i direttori siano dirigenti tecnici con qualifica di archeologo. Nasce un sistema all’avanguardia. È l’utopia.
L’impostura
Nonostante le leggi, vengono nominati dirigenti privi di competenze archeologiche. I 38 funzionari archeologi restano esclusi dagli incarichi direttivi.
Il Decreto di Giunta n.9
Le sezioni tecnico-scientifiche vengono accorpate. Tutela e valorizzazione si separano, scompare la competenza disciplinare.
La denuncia pubblica
Il libro “Utopia e impostura” (Valbruzzi e Russo) rilancia il dibattito. In Sicilia su 14 parchi archeologici nessuno ha come direttore un archeologo.
Poi l’impostura: la demolizione del sistema regionale di tutela, avvenuta attraverso una serie di atti amministrativi giudicati dagli autori del libro contra legem, in una chiara e paradossale inversione delle fonti del diritto. La regione ha nominato per decenni personale privo dei requisiti di legge. Quei funzionari direttivi specialisti, assunti vent’anni fa tramite concorsi per dirigente tecnico, non hanno mai ricevuto incarichi di responsabilità sui beni culturali per cui sono competenti. Il modello siciliano di tutela multidisciplinare è stato lentamente snaturato, e gli organi tecnico scientifici ridotti a uffici burocratici. L’ultimo atto di questa demolizione è stato l’accorpamento delle cinque sezioni tecnico scientifiche, operato tramite un atto amministrativo, il Decreto di Giunta n. 9/2019, che ha inoltre inglobato la totalità dei musei archeologici e delle aree demaniali nei “Servizi Parchi archeologici”. Questa riorganizzazione ha generato una conflittualità perenne tra Soprintendenze e Parchi (separando tutela e valorizzazione) e, cosa ancor più grave, ha determinato la scomparsa della competenza disciplinare.
«Una famosa frase di Pirandello recita: “Naturalmente anche tu andrai via dalla Sicilia, ma non dimenticare il profumo”. Non c’è niente di naturale nel lasciare la propria terra. E della Sicilia non voglio solo conservare il profumo: il patrimonio archeologico della Sicilia è semplicemente eccezionale. La massima aspirazione per un archeologo siciliano è restare dove è nato»
Luciano, specializzando in archeologia
LE RICADUTE SUI BENI CULTURALI. L’assenza di una selezione meritocratica (richiesta dalla legge) produce gravi conseguenze in termini di conservazione e valorizzazione dei beni culturali, oltre che di uso sociale del patrimonio. Basti pensare alle numerose critiche che il recente assemblaggio del Telamone di Agrigento ha portato con sé: 90 pezzi di 8 statue diverse montati su una lastra di acciaio di oltre 10 metri senza la supervisione di un archeologo. O all’intervento edilizio al Teatro Antico di Catania: l’integrazione in muratura dei settori centrali della cavea risulta un intervento invasivo e per molti illegittimo. Ma non è tutto. Non si tratta soltanto di pregiudicare la credibilità scientifica degli enti siciliani: il mancato ordinamento dei ruoli tecnici e la dissoluzione dell’assetto multidisciplinare rischiano di compromettere il riconoscimento dei titoli universitari. Come scrivono tra le pagine del libro Portale e Militello, docenti di archeologia dell’Università di Catania, «in sostanza per l’intera falange dei nostri studenti universitari di qualunque livello sarebbe una pura velleità pensare di sfruttare le proprie diversificate qualificazioni. Il personale attuale, anche privo dei titoli adeguati, è sempre e comunque facilitato nelle progressioni “verticali” dalla categoria inferiore, senza che per lo meno un concorso verifichi l’idoneità a ricoprire il ruolo superiore».
IL PERCORSO A OSTACOLI DEI FUTURI ARCHEOLOGI. Che le aspirazioni dei giovani archeologi siano mortificate è effetto non secondario del paradosso siciliano. Luciano, originario di Sortino, si è appena laureato a Catania e alla magistrale studierà archeologia egea ad Oxford. Tornerà in Italia – il ritorno è peraltro un vincolo della prestigiosa borsa Zegna, che gli permette di studiare oltremanica -, e non considera la partenza dall’isola un “passaggio obbligato” del suo percorso di studi: «Una famosa frase di Pirandello recita: “Naturalmente anche tu andrai via dalla Sicilia, ma non dimenticare il profumo”. Ecco io ho sempre trovato fastidioso quel naturalmente. Non c’è niente di naturale nel lasciare la propria terra. E della Sicilia non voglio solo conservare il profumo: il patrimonio archeologico della Sicilia è semplicemente eccezionale. La massima aspirazione per un archeologo siciliano è restare dove è nato». Sulla gestione dei beni culturali il giudizio di Luciano è drastico: «Sotto questo aspetto, la Sicilia è uno stato pre-moderno, quasi feudale». E per rafforzare il concetto, cita il filosofo tedesco Max Weber: «Negli stati moderni un corpo burocratico basato sull‘istruzione professionale e sulla divisione del lavoro, costituisce il criterio unico della modernizzazione. In Sicilia, da qualche decennio, tutto questo si traduce in pigghiari u traghettu…».
«La soluzione ai gravi problemi del sistema regionale di tutela – scrive Italia Nostra – può venire solo dal ripristino del ruolo tecnico del personale dei beni culturali. Ciò renderà possibile l’indizione, dopo più di vent’anni, di nuovi bandi di concorso per i professionisti». Gli stessi hanno più volte chiesto al Governo nazionale di esercitare nei confronti della Regione il potere sostitutivo previsto dall’articolo 120 della Costituzione, al fine di ripristinare l’assetto istituzionale legale e garantire l’adempimento degli obblighi di tutela. Sul tema, a chiosare è ancora Luciano: «Mi sembra che la vicenda dei beni culturali sia dentro la storia più grande dell’autonomia regionale, e in un certo senso sia esemplare dello storico fallimento del progetto autonomista. Le leggi di fine anni ’70 sui beni culturali hanno rappresentato uno dei tanti sentieri virtuosi, traditi e mai intrapresi».
(Foto in copertina: Parco archeologico di Segesta, G.Romeo)
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