Decreto Southworking: il rischio di restare sospesi

La Regione Siciliana ha reso operativa la norma : 54 milioni in tre anni per incentivare il lavoro agile svolto dall’Isola. Un segnale importante, che prova a trasformare il ritorno in una possibilità concreta e non in un’eccezione individuale. Ma può bastare un incentivo a cambiare un destino?

Per anni abbiamo raccontato il Sud come una sala d’attesa. Si cresce, si studia, si parte. È quasi un rito di passaggio. Il talento si forma qui e si realizza altrove. È stato così normale che a un certo punto abbiamo smesso perfino di chiamarla emigrazione. Adesso, invece, la Regione siciliana prova a raccontare un’altra storia. Si chiama South Working. Il decreto attuativo è stato approvato: 54 milioni in tre anni, fino a 30 mila euro per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato in modalità agile, a condizione che lavori dalla Sicilia per almeno cinque anni. Le imprese potranno accedere ai contributi attraverso bandi gestiti da Irfis.

L’idea è semplice e potente: se il lavoro può viaggiare su una fibra, allora può fermarsi dove c’è vita. Dove c’è casa. Dove c’è comunità.  Nel frattempo anche i numeri raccontano qualcosa di diverso. In alcuni settori e distretti il Sud sta crescendo più del Nord. Non è una rivoluzione industriale, ma è un segnale. Non siamo soltanto un problema da colmare: possiamo essere un luogo che produce crescita, se le condizioni diventano strutturali. E allora la domanda è inevitabile: basta un incentivo per cambiare un destino?

Perché il South Working non è solo una misura economica. È un test di maturità. Funziona se diventa ecosistema. Se accanto al bonus ci sono treni che arrivano – cosa non scontata, se la ferrovia Messina–Taormina, interrotta dal maltempo, riaprirà sulla carta solo attorno al 6 marzo – scuole che funzionano, connessioni che non saltano, spazi dove incontrarsi. Funziona se chi torna non resta un corpo estraneo che lavora per altrove e consuma qui.

C’è poi una verità più silenziosa. Molti il South Working lo praticano già, senza decreto e senza contributi. Hanno scelto di tornare durante la pandemia e sono rimasti. Vivono una doppia geografia: stipendio altrove, vita qui. Sono la prova che si può.

Il punto, allora, non è convincersi che ora sia possibile. Il punto è capire se vogliamo che resti una scelta individuale o diventi un progetto collettivo. Il decreto c’è. I fondi pure. Ma con un binario sospeso nel vuoto, come abbiamo visto durante scorse settimane nel tratto fra Taormina e Messina, capisci una cosa: non basta mettere l’incentivo sulla carta perché la gente resti. Ci vuole altro. Ci vuole tutto. Perché tornare è una scelta. Restare è un progetto di vita.

Hai apprezzato questo contenuto?

Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.

Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.

Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.

Abbonati

Abbonati al Sicilian Post

About Author /

Direttore responsabile del Sicilian Post. Giornalista, laureato in comunicazione. Collabora con le pagine di cultura e spettacolo del quotidiano "La Stampa". Ha pubblicato su svariate testate nazionali e regionali, tra le quali "La Repubblica" e "La Sicilia". Dal 2018 è promotore del workshop internazionale "Il giornalismo che verrà". Attivo sul piano dell'innovazione è tra gli ideatori di "ARIA", tool per infografiche finanziato da Google DNI. Il suo ultimo libro è "L'unica donna nel CDA" (Guerini Next, 2023).

Leave a Comment

Your email address will not be published.

Start typing and press Enter to search