Il silenzio e le bombe: gli attimi sospesi di Rassa e Giacomo tra Palermo e Teheran
Da una parte, il blackout nelle comunicazioni che ti lascia col fiato sospeso. Dall’altro, il tremore delle esplosioni che ti getta nel caos. Nonostante la sua conclusione, la guerra tra Iran e Israele, ribattezzata dei dodici giorni, ha lasciato strascichi importanti. Che emergono nel racconto di una ricercatrice iraniana che ha scelto di vivere e lavorare nel capoluogo siciliano, e di un traduttore dal persiano che si trovava in Iran allo scoppio del conflitto. Due facce intrecciate e speculari di uno stesso incubo
A Palermo, sono le due e venti del mattino. Tutto sembra scorrere sulla scia dei giorni precedenti. Almeno finché non prendi in mano il cellulare. Nel frattempo, anche a Teheran il sole non ha ancora fatto capolino. Sono le tre e cinquanta. La guerra con Israele infuria ormai da quasi dieci giorni. Ma quella che sta per iniziare è una giornata più lunga del solito. È il 22 giugno. Rassa Ghaffari è una ricercatrice iraniana che vive che vive tra Palermo e Genova. Si occupa di migrazioni non autorizzate lungo la rotta dei Balcani. Il suo lavoro ruota intorno alle migrazioni femminili e agli strumenti digitali, e lavora come interprete per richiedenti asilo e rifugiati iraniani ed afghani. Parte dei suoi affetti è ancora in Iran: nel giorno dell’attacco americano alle basi nucleari, ecco il blackout. Niente connessione Internet, nessuna possibilità di contatto con i propri cari. «Per diversi giorni dopo quell’aggressione che tengo a sottolineare essere stata condotta in violazione del diritto internazionale – ricorda – le mie conversazioni WhatsApp e Telegram sono diventate un susseguirsi di “ci sei?” e “mi ricevi?”».
Dall’altra parte, quella rimasta momentaneamente oscura alle preoccupazioni di Rassa, si trova, per lavoro, Giacomo Longhi. Sta rientrando nel suo appartamento, quando il boato della prima esplosione causata dai bombardieri statunitensi gli penetra nelle orecchie. Poi le altre due, una breve distanza dall’altra. Le ultime in ordine di tempo, dopo giorni di ordigni che avevano colpito diversi obiettivi civili. «Sia io che il resto della popolazione – ripercorre con la memoria – non capivamo cosa stesse succedendo». Alla sorpresa per l’offensiva statunitense, si aggiunge la costante pressione israeliana: «Le bombe colpivano abitazioni private, nel cuore della città. Eravamo costretti a stare chiusi in casa senza sapere cosa sarebbe potuto succederci».
«A Teheran adesso hanno imparato molto bene a fare l’espresso. Ci sono state notti in cui non ho dormito. Andavo a prendere un caffè e chiacchieravo con dei giovani per non restare da solo. Qualcuno diceva che la guerra sarebbe durata due settimane, come poi è stato. Si cercava di dimenticare la precarietà con una apparente normalità»
Giacomo Longhi
LE RADICI GUARDANO AL MONDO. La guerra sembra riportare indietro le lancette di un orologio che, in Iran, si era mosso in avanti con tanta fatica. E Giacomo, una delle voci più autorevoli sul mondo arabo e persiano, ne è testimone diretto. Non solo perché lavora come traduttore per diverse case editrici italiane, ma anche perché si dedica alla ricerca di giovani talenti iraniani della scrittura – da cui poi è nato il volume Iran Under 30: «L’Iran è un paese che muta velocemente, dove si respira una grande voglia di libertà che si è radicata grazie al movimento “donna, vita, libertà. Ci sono molti scrittori e scrittrici che colpiscono per la libertà di prospettive trattate nei loro lavori, i giovani hanno una visione aperta sul mondo occidentale, consumano i prodotti culturali dell’occidente pur tenendo salde le loro radici culturali persiane». Ed in questo contesto di apertura al mondo, la storia di Rassa si muove parallelamente: è figlia di genitori iraniani emigrati a Genova negli anni Ottanta, e ha scelto il Sud, e Palermo, come meta dove stabilirsi. Una storia comune a quella di tanti nostri connazionali, che hanno deciso di invertire la rotta delle migrazioni spostandosi dal Nord verso il Meridione d’Italia. Quello che ai suoi occhi è un grande privilegio: «La mia carriera mi concede di spostarmi facilmente a Genova, quando necessario. Ma la vivacità e la cultura di Palermo mi hanno legata a questo territorio. Un territorio che è per definizione un grande crocevia, che per chi, come me, studia il fenomeno delle migrazioni, rappresenta un terreno fertile. Continuare a vivere qui è la mia aspirazione». Ma tutto questo, la riappropriazione dei propri tempi e dei propri spazi, viene messo in dubbio dalla guerra. Da quel senso di impreparazione che, nelle due sponde, coglie i protagonisti di questa vicenda.
«Sono rimasta commossa dalla macchina dei supporti che si è attivata: ho letto, ad esempio, di ostelli a Londra che offrivano stanze gratuitamente a quanti fossero rimasti temporaneamente bloccati fuori dal paese per via del conflitto»
Rassa Ghaffari
L’INCUBO SENZA RISPOSTA. Perché in quei momenti di apprensione, a Teheran, nessuno sembra sapere bene cosa fare. Né i 10 milioni di abitanti che la capitale conta, privi di infrastrutture o bunker in cui potersi efficacemente rifugiare. Né gli italiani, tra 500 e 700, presenti sul suolo iraniano per lavoro o per turismo, a lungo privi di indicazioni utili: «Nessun connazionale – afferma Longhi . era stato allertato dal nostro governo o aveva ricevuto segnali dalla Farnesina. Tutto è rimasto confuso. Solo l’ambasciatrice italiana si era dimostrata l’unica istituzione che aveva accolto gli italiani sul posto ed aveva offerto loro riparo dai bombardamenti nella sua residenza, dove le esplosioni colpivano comunque a poca distanza». Confuso come le notizie che, frammento dopo frammento, giungevano a Rassa: «Eravamo del tutto sorpresi. Tutto dai nostri cari taceva e soltanto attraverso i social media potevamo ricostruire parzialmente cosa stesse succedendo».
UNO SPIRAGLIO NEL FUMO. Nel totale senso di isolamento, tuttavia, Rassa ha scoperto di non essere sola. In quei dodici giorni che hanno poi definito mediaticamente la guerra, una rete di solidarietà formata da compagne e compagni conosciuti a Palermo si è unita al supporto che le proveniva da parte di iraniani ed iraniane all’estero. «Sono rimasta commossa dalla macchina dei supporti che si è attivata: ho letto, ad esempio, di ostelli a Londra che offrivano stanze gratuitamente a quanti fossero rimasti temporaneamente bloccati fuori dal paese per via del conflitto». Per trovarla, la solidarietà, a volte basta solo il bancone di un bar. «A Teheran – sorride Longhi – adesso hanno imparato molto bene a fare l’espresso. Ci sono state notti in cui non ho dormito. Andavo a prendere un caffè e chiacchieravo con dei giovani per non restare da solo. Qualcuno diceva che la guerra sarebbe durata due settimane, come poi è stato. Si cercava di dimenticare la precarietà con una apparente normalità». In attesa di quello spiraglio di speranza tanto desiderato: un trasporto che conduce Giacomo fuori dall’Iran, lungo le strade che avrebbero poi conosciuto ancora tanti ordigni. Una storia visualizzata su Instagram o una veloce rassicurazione dei parenti su iMessage per Rassa. Per tornare finalmente a respirare.
(In copertina: Uno degli attacchi israeliani a Teheran del 13 giugno 2025 | Ph. Mehr News Agency, C.C by SA 4.0)
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