Il soprano Jessica Pratt: «L’Italia è una delle piazze più difficili»

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Uno dei più grandi nomi dell’opera a Catania per ricevere del Premio internazionale Giuseppe Di Stefano. Ci ha raccontato del suo percorso artistico e del suo amore per i compositori del Bel Paese

Studio, dedizione e un timbro fuori dal comune, che hanno fatto di Jessica Pratt la regina indiscussa del Belcanto mondiale, sono le qualità per le quali martedì 4 febbraio alle ore 20.00 nella Chiesa di San Michele ai Minoriti a Catania il soprano anglo-australiano verrà insignito del Premio internazionale Giuseppe Di Stefano, promosso dal Coro Lirico Siciliano da sempre sostenitore delle grandi eccellenze. L’abbiamo intervista per farci raccontare del suo amore per la musica, per gli animali e del legame con il Bel Paese dove ormai vive in pianta stabile.

 Il suo rapporto con la musica inizia molto presto: 8 anni inizia a suonare la tromba; a 10 il suo papà, Phil, da tenore la introduce allo studio del canto. Quanto conta la predisposizione familiare nell’avvicinare i ragazzi alla musica?

«Non credo sia essenziale, ho tantissimi amici cantanti e strumentisti che non provengono da famiglie di musicisti, avere dei genitori che capiscono quello che fai però è un grande aiuto e un sostegno importante. Molti quando dicono ai genitori di voler intraprendere questa strada li vedono andare nel panico, sarebbe stato lo stesso se avessi detto ai miei che volevo fare la dottoressa».

Eppure voleva diventare una veterinaria.

«Sì, a 15 anni ho fatto esperienza in uno studio veterinario e poi per due anni ho lavorato come volontaria in una clinica dove mi sono presa cura di koala, canguri e altri animali. Ho un legame forte con loro, per fortuna li adora anche mio marito».

Nella sua carriera ha vinto molti concorsi alcuni nel suo paese, come l’Australian Singing Competition, altri in Italia. Che ruolo possono avere nella carriera di un esordiente?

«Credo siano un punto di riferimento importante. Alcuni come l’AsLiCo in Italia o il Bad Wildbad in Germania offrono agli esordienti la possibilità di calcare un palcoscenico, prendere contatti, magari trovare un’agenzia. Agli inizi è dura, partecipare ai concorsi e alle audizioni è costoso, bisogna pagarsi il viaggio, il pianista e nell’80% dei casi non si viene presi. Bisogna essere molto forti per superare le difficoltà che questo mestiere ti mette davanti».

 Il suo repertorio è molto vasto ma gli autori come Rossini, Bellini e Donizetti ricorrono più spesso degli altri. Come mai?

«Tutti e tre, come anche Vaccaj, scrivono apposta per la voce mentre Verdi, ad esempio, compone per trasmettere un’emozione. Così, se con Donizetti posso accettare l’incarico di un’opera rara solo leggendo lo spartito e conoscendo il registro, con Verdi compierei un salto nel buio. Bellini, invece, ha una malinconia che riesce a straziarti il cuore. Bellissimo il suo legato centrale, che permette alle emozioni che di svilupparsi in un arco temporale molto vasto facendosi portatore di molte sfumature».

Come si accosta solitamente allo studio di un nuovo ruolo?

«Innanzitutto, non ascolto mai le registrazioni di altri cantanti: un’abitudine che ho fin dagli inizi quando il repertorio era talmente raro che mancavano dei riferimenti. In generale ritengo  renda più liberi: nella Lucia di Lammermoor, ad esemio, è comune eseguire la cadenza della Callas, che in realtà era della Tetrazzini, sebbene sia stilisticamente sbagliata. Tuttavia ha un bell’effetto e quindi sarebbe strano non farla. In questo senso, siamo intrappolati nelle abitudini discografiche. Con il tempo magari si cambierà approccio e ognuno potrà portare la propria versione, oggi poi con Youtube abbiamo la possibilità di sentire tutte le varianti che sono state messe in scena».

Con Lucia di Lammermoor ha superato le 103 repliche, riesce ancora a trovare nuove sfumature in questo personaggio?

«Certamente. Molto dipende dagli input che mi arrivano dai colleghi: un Edgardo aggressivo o gentile, ad esempio, mi suscita determinate sensazioni e di conseguenza una risposta diversa; poi ci sono i tempi, i tagli, le variazioni del direttore e ovviamente la messa in scena, che è diversa in ogni produzione. Credo che siano più di trenta quelle a cui ho preso parte finora e ognuna ha accresciuto l’idea che avevo del ruolo».

 C’è un’edizione che le è rimasta nel cuore?

«Ricordo in particolare quella al San Carlo di Napoli con la regia di Gianni Amelio: era bellissima e aveva dei costumi spettacolari».

 Gelmetti, Devia, Scotto, sono alcuni dei suoi maestri. Quanto conta avere un buon insegnante?

«Una guida è molto importante, anche a livello morale. Da 10 anni lavoro con Lella Cuberli, che oltre ad essere molto brava è come una seconda madre per me. Anche lei viene da molto lontano, dagli Stati Uniti, e si è sposata in Italia e condivide con me gran parte del repertorio. Per queste ragioni è un supporto importante nei momenti difficili. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la voce richiede uno studio costante, come il corpo anche lei, nel bene o nel male, si modifica per questo bisogna sempre allenarla».

 A tal proposito quali sono le maggiori differenze fra il pubblico italiano e quello estero?

«Per quanto riguarda il Belcanto l’Italia è una delle piazze più difficili, a differenza di quelle internazionali. Lì il pubblico si lascia molto impressionare dalla pubblicità e dalle star del momento mentre in pochi possono permettersi di cantare a Pavia o a Cremona. In generale, le maggiori differenze sono tra il pubblico italiano e spagnolo rispetto agli altri. Si tratta anche di una questione linguistica: la platea capisce subito quello che si dici nel momento in cui lo dici, mentre altri hanno difficoltà a seguire la vicenda, dovendo leggere i sovra titoli. Ma platee come quella australiana o britannica hanno un’altra sensibilità: “Armida” per loro è una commedia così come “La sonnambula”. All’inizio, anch’io non capivo perché tanto patimento per un amore mentre oggi sono diventata latina a tutti gli effetti».

Il 5 marzo sarà a Essen per il Rossini Operngala, quali altri impegni l’aspettano dopo?

«Per il Rossini Gala dovrò fare tanti esercizi (ride), ho guardato il programma che avevo mandato e credo che per almeno due settimane dovrò stare al pianoforte. Poi farò diversi concerti a Bologna, un recital a Firenze, Sondrio poi sarò a Mosca mentre a maggio canterò “I Puritani” al San Carlo».

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