C’è una convinzione che più passa il tempo e più ho maturato rispetto ai grandi classici della letteratura, ovvero: saranno pure grandi, ma non per forza devono fare per noi. Per ciascuno di noi, in ogni momento della nostra vita, a qualunque costo. Magari per fare breccia richiedono tempo, richiedono la giusta congiunzione astrale, o richiedono a volte anche solo un’altra sensibilità che noi potremmo non sviluppare mai. E va bene così.

Quando trovo un modo per smentire questa mia stessa visione delle cose, però, ammetto che ne sono felice. Rivalutare l’ingegno di un artista è uno dei piaceri più folgoranti della vita, uno di quelli che varrebbe la pena andare sempre a cercare col lanternino. Ed ecco perché, quando ho saputo che la casa editrice Spartaco stava pubblicando per la prima volta in italiano la novella La casa natale di Henry James in un’edizione curata e tradotta da Sergio Perosa, mi sono fiondata sulle sue pagine: perché a me Henry James finora non aveva detto granché, anche se la storia in questione aveva tutta l’aria di farmi ricredere.

La copertina del volume

In breve, infatti, il racconto pareva concentrarsi sulla presunta casa natale di William Shakespeare, che un certo Morris Gedge doveva decidere se circondare di informazioni false e di dettagli succulenti pur di attirare più turisti, pur di incuriosire la stampa, pur di guadagnare insomma anche a scapito della veridicità delle sue fonti e dell’opinione di sua moglie. Una premessa a dir poco irresistibile. Poi l’ho letto, e ho capito che non avevo capito fino in fondo la sinossi.

Ho capito che la menzogna, secondo il libro, consiste infatti nel far credere che una specifica casa abbia dato i natali a un uomo del quale di fatto non si sa quasi niente, e di cui quindi è impossibile ricostruire l’indirizzo, le abitudini, il mobilio. E ho capito che lo scrupolo del suo custode sta tutto nel dover recitare questa pantomima, quando invece non ci sono certezze ma solo superiori esigenti, visitatori fanatici e potenzialmente famelici, e una moglie che vorrebbe a tutti i costi mantenere lo status quo. Una scoperta quasi migliore della premessa iniziale.

La casa natale, in altre parole, parla di pressioni sociali, di consuetudini rigide ma insensate, del valore della verità e dell’idolatria di quegli omuncoli che credono di poter conoscere il genio creativo attraverso quattro nozioni convenzionali sulla sua biografia. Straordinario. Molto à la Henry James – o forse molto poco, dal momento che non mi era ancora capitato di apprezzarlo per la sua ironia beffarda, per i suoi sottintesi brillanti, per le contraddizioni interiori dei suoi personaggi.

Mi ha segnato, questa sua novella, anche e soprattutto per via del fatto che ha rovesciato le mie aspettative. Che non è ampollosa, non è lenta, non è manieristica. Che ci ho visto dentro un autore mai riconosciuto così nelle altre sue opere, capace di anticipare a modo suo certi tratti di Virginia Woolf, Marcel Proust, George Orwell. E per via del fatto che inaugura una collana nuova di zecca, diretta da Alessio Bottone, la quale adesso mi chiedo quanti altri letterati mi porterà a guardare da nuove prospettive, a rivalutare attraverso le loro pubblicazioni minori. Ah, perché c’è pure un’altra convinzione che più passa il tempo e più ho maturato rispetto ai grandi classici della letteratura, e cioè che per conoscere sul serio l’estro di un intellettuale non c’è niente di meglio che evitare le sue opere più note e andare in cerca di quelle di cui non parla quasi mai.

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