Javier Moreno: «Il Sud America prigioniero dell’intreccio tra crimine e potere»

L’ex direttore di El País, intervenuto a Catania nell’ambito de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, si è soffermato sugli scenari che, in America Latina, destano particolare preoccupazione, mettendo poi in guardia le società occidentali sulla fragilità delle democrazie che le reggono. «Sotto i nostri occhi i valori dell’Occidente stanno scomparendo, ed è una cosa che mi rattrista profondamente. Stiamo eliminando trecento anni di evoluzione democratica alla luce del giorno». E se con l’area mediterranea è possibile tracciare dei parallelismi, l’invito alle nuove generazioni è quello di non cedere alla tentazione di ritenere il declino inevitabile

C’è un filo invisibile ma robusto che lega le sponde del Mediterraneo a quelle dell’America Latina. Un filo fatto di disuguaglianze, flussi migratori e società in agitazione. A rivelarne l’esistenza, a Catania, ospite de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’Informazione mediterranea”, è stato Javier Moreno Barber, già direttore del prestigioso quotidiano spagnolo El País. In un dialogo con il direttore del Sicilian Post Giorgio Romeo, Moreno ha tracciato un quadro lucido e a tratti desolante delle democrazie contemporanee e delle dinamiche di potere di cui sono ostaggio, avvertendo il pubblico sulla fragilità di conquiste che credevamo acquisite per sempre. Un discorso che in Sicilia, terra che ha pagato un prezzo altissimo nella lotta per il controllo del territorio, risuona con una familiarità quasi dolorosa.

Direttore, quando parliamo di America Latina il pensiero corre subito alla violenza del narcotraffico. Nel suo ultimo libro ¿Quién manda aquí? lei suggerisce, prendendo in esame la realtà specifica del Messico, che il vero problema sia l’intreccio con la politica: un controllo capillare del territorio che svuota lo Stato dall’interno. Quanto è profonda questa sovrapposizione?
«Il Messico è un gigante, è sei volte e mezzo l’Italia, e controllare un territorio così vasto è un’impresa titanica. Dal mio punto di vista, per poter dire che uno Stato ha davvero il controllo, devono esserci almeno tre caratteristiche fondamentali. Prima cosa: deve essere lo Stato a decidere della vita dei cittadini, non la criminalità. Seconda cosa: deve essere in grado di amministrare la giustizia, una sfida enorme nelle piccole località distanti anni luce da Città del Messico. Terza cosa: la capacità di riscuotere le tasse. In Messico oggi lo Stato controlla solo una minima parte di tutto questo. In alcuni contesti, criminalità organizzata e governo eletto sono ormai la stessa cosa, non entità separate. La mattina si indossa il cappello delle istituzioni, la sera si fa altro. Certi presidenti appaiono impotenti, incapaci di controbattere. E se per avviare una piccola attività o ricevere un servizio devi pagare un pizzo, siamo davanti a un potere controllante assoluto. Una dinamica che purtroppo, in Ecuador, Colombia o Bolivia, è persino peggiore».

Nella sua analisi, questo deficit di sovranità e legalità non genera conseguenze soltanto nell’immediato, ma anche sul lungo periodo
«Non si tratta solo di ciò che accade nel presente, ma di dove queste dinamiche finiscono per sfociare. Il collasso del controllo statale porta dritti a un’inclinazione dittatoriale, spesso di destra o di estrema destra. A questa realtà, si sommano altri interessi cruciali. Guardiamo al Venezuela: lì l’intreccio tra le mire degli Stati Uniti sul petrolio e la competizione globale è centrale. Abbiamo assistito a scenari in cui figure come Donald Trump hanno concentrato in sé il ruolo di prosecutor, giudice e giuria. Tutto ridotto a un solo uomo con il dito sul pulsante. Dopo secoli di lotte per separare i poteri, per fare in modo che chi infrange la legge affronti una trafila democratica e trasparente, oggi quella trafila sembra cancellata in un attimo. Sotto i nostri occhi i valori dell’Occidente stanno scomparendo, ed è una cosa che mi rattrista profondamente. Stiamo eliminando trecento anni di evoluzione democratica alla luce del giorno».

Un momento del panel tenutosi nella cornice dell’Anfiteatro romandi di Catania per “Il giornalismo che verrà”.
Da sn: Giorgio Romeo, Javier Moreno Barber. Foto Martina Dettori.

Esiste, a suo giudizio, il pericolo di sottovalutare la portata di queste trasformazioni? Stiamo in qualche modo favorendo la normalizzazione di azioni e dialettiche che hanno a che fare con l’immaginario della violenza e della sopraffazione?
«A mio parere sì. Non ci rendiamo conto di quante vite siano a rischio mettendo un potere così immenso nelle mani di una sola persona. C’è una pericolosa assuefazione in atto. Penso, ad esempio, a quanto sia accaduto all’inizio del conflitto tra Iran e Stati Uniti, con il bombardamento di una scuola. Il mio appello, soprattutto ai più giovani e a chi fa informazione, è uno solo: non accettate mai tutto questo come se non ci fosse alternativa. La democrazia non è un elemento innato, ma qualcosa da difendere ogni giorno».

La Sicilia, che da otto edizioni ospita il festival nella città di Catania, non è un luogo come gli altri: è il cuore geografico e identitario del Mediterraneo. È possibile ravvisare dei parallelismi tra la realtà latinoamericana e quella del Mare Nostrum?
«I punti di contatto sono evidenti. Fenomeni come le immigrazioni e le profonde disuguaglianze sociali sono sfide comuni sia al Mediterraneo che all’America Latina. Probabilmente questo intreccio di poteri criminali e controllo del territorio fa risuonare una campana molto forte qui in Sicilia, pensando a ciò che l’isola ha vissuto venti, trenta o quarant’anni fa. Oggi assistiamo a una paura generalizzata dell’immigrazione, spesso cavalcata dalla middle class che sta velocemente scomparendo. Anzi, molti di noi non appartengono nemmeno più alla classe media, anche se continuano a pensarlo. Le dinamiche latine sono certo più complesse, ma parlarne qui in Sicilia ha profondamente senso perché le radici del malessere sono le stesse».

In questo scenario così difficile, da dove si può ripartire per invertire la rotta? E che ruolo può ricoprire il giornalismo nella lotta per una società più giusta?
«Non bisogna assolutamente perdere la fiducia. La mia generazione forse ha fallito nel consegnare un mondo migliore di quello che abbiamo adesso, ma ora è il turno dei giovani. Ogni generazione ha la sua battaglia da combattere e deve essere capace di trovare i propri mezzi per farlo. Questo discorso vale anche per il giornalismo: nonostante la crisi e le trasformazioni in atto, questa professione può e deve ancora assolvere alla sua fondamentale funzione sociale di denunciare ciò che non funziona. Per questo dico ai giornalisti del presente e del futuro: fate un blend di culture, riconoscete ciò che più vi spinge e vi sta a cuore e fatevi guidare da questo. Non accettate il declino come inevitabile». 

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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