Jeff Jarvis, 25 anni dopo l’11 settembre: «Mi sbagliavo»
Per anni ha creduto che il trauma dell’11 settembre avesse unito gli Stati Uniti. Venticinque anni dopo Jeff Jarvis, che quel giorno era a New York e sopravvisse all’attacco al World Trade Center, rilegge quella convinzione alla luce di ciò che è accaduto da allora. Una riflessione personale sulla politica, sul giornalismo e sull’idea stessa di “ritorno alla normalità”
Jeff Jarvis era a New York l’11 settembre 2001 e si trovava nei pressi del World Trade Center quando avvennero gli attentati. In questi venticinque anni è tornato più volte, sul suo blog BuzzMachine, su ciò che vide e sulle conseguenze che quel giorno ha avuto sulla sua vita e sugli Stati Uniti. Alcune di queste riflessioni sono state tradotte e ripubblicate negli anni anche dal Sicilian Post, con il suo permesso: nel 2020, durante la pandemia, in «Ogni giorno mi sveglio dentro l’11 settembre»; e nel 2021, nel ventesimo anniversario degli attentati, in «Conseguenze». A venticinque anni dagli attentati, Jarvis torna su quel giorno con una lettura ancora più radicale. Il suo è un punto di vista personale e politico, che riteniamo meriti attenzione e confronto. La pubblichiamo in traduzione italiana con l’autorizzazione dell’autore.
Ho scritto molto dei miei ricordi dell’11 settembre: il mio racconto di come sono sopravvissuto a quel giorno; la registrazione di ciò a cui ho assistito; una riflessione sullo Yahrzeit; poi a cinque anni di distanza, a dieci e a vent’anni, raccontando ciò che ancora ricordavo. Ora, venticinque anni dopo, devo scrivere del mio rammarico.
Per tutto questo tempo mi ero convinto di un’idea molto diffusa: che il trauma dell’11 settembre ci avesse uniti come nazione e ci avesse mostrato ciò che avremmo potuto essere. Era un mito. Mi sbagliavo.
Dopo un decennio di Trump, di fascismo americano, di colpevoli fallimenti della mia stessa professione, il giornalismo, di fronte a tutto questo, come potrei continuare a credere che oggi siamo in qualche modo migliori di quanto fossimo prima? Il fatto che gli Stati Uniti abbiano eletto due volte alla presidenza un uomo incompetente, ignorante, intollerante, pericoloso, guerrafondaio e autoritario dimostra che questa nazione non ha imparato nulla e, anzi, non ha rispetto per l’apprendimento. Il fatto che la Germania, proprio la Germania, possa vedere uno dei suoi Länder consegnare una vittoria elettorale schiacciante agli estremisti di destra dimostra che qualsiasi lezione, per quanto profonda, può essere dimenticata.
L’11 settembre ha prodotto estremismo in risposta all’estremismo. Ha portato una cultura marginale del complottismo fino al cuore della politica e dei media di destra. Ha reso possibile uno Stato securitario costruito sul sospetto permanente e sulla paranoia. Ha alimentato un senso americano di vittimismo e la convinzione di avere più diritti degli altri, soffocando l’empatia che dovremmo provare per la sofferenza di altri Paesi sotto attacco. Ha reso accettabile un’intolleranza americana intercambiabile, rivolta prima contro un gruppo e poi contro qualsiasi altro. Non voglio sembrare cinico. Ma negare il cinismo che ha messo radici e si è diffuso in questa nazione negli ultimi venticinque anni sarebbe, di per sé, un atto di cinismo.

Se esiste una via d’uscita, non passa attraverso rituali annuali che evocano un’unità perduta. Deve passare attraverso la lotta: contro l’autoritarismo, l’ignoranza, il sospetto, l’intolleranza, il terrorismo, interno e straniero, e il fascismo. Per farlo è necessario che noi, a cominciare dai leader politici e dai giornalisti, riconosciamo innanzitutto questi mali che gravano sul Paese, così da poterci organizzare per contrastarli. Dobbiamo dire con precisione che cosa è sotto attacco, la democrazia, l’istruzione, l’uguaglianza, l’inclusione, prima di poter difendere ciascuno di questi principi.
La prima emozione che provai dopo essere sopravvissuto all’attacco al World Trade Center fu rabbia, non sollievo. Sull’onda di quel momento, chiamai inizialmente “World War III” il blog che aprii pochi giorni dopo l’attacco; poco tempo dopo sarebbe diventato BuzzMachine. Era una rabbia mal indirizzata, una rabbia che poteva essere sfruttata.
La rabbia, quando viene incanalata nella direzione giusta, è una forza potente. Noi che difendiamo la democrazia dobbiamo rivolgere la nostra rabbia contro chi la minaccia, contro chi ha sfruttato l’11 settembre per conquistare il potere. Sono arrabbiato con le istituzioni, università, aziende dei media, studi legali, pubblica amministrazione, che non riescono a difendersi da attacchi ingiusti. Sono arrabbiato con i miei colleghi giornalisti per essersi arresi ai loro riflessi automatici, ai cliché dell’unità immaginaria, dell’obiettività, della normalità.

Dopo l’11 settembre ci chiedevamo quando saremmo tornati alla normalità. Durante il Covid ci siamo posti la stessa domanda. Ma la verità è che la normalità è una frode nostalgica: la convinzione che esista un giorno migliore del passato al quale poter tornare. Se sei nero, latino, immigrato, disabile, LGBTQ, donna, povero o in qualsiasi modo privato di diritti e potere, quel giorno non è mai esistito. Il passato non è qualcosa per cui valga la pena combattere. Ciò per cui dobbiamo unirci e combattere è un futuro diverso e migliore: il progresso.
Guardandomi indietro, vedo che l’11 settembre mi ha derubato dei sogni. Ha permesso alle forze del passato, del cosiddetto conservatorismo, di imporre la loro agenda di protezione, esclusione e regressione, invece del progresso.
In quella limpida e bellissima giornata di settembre, che ricorderò per tutti i giorni che mi restano, sono stato testimone dell’orrore e gli sono sopravvissuto. Le conseguenze concrete che quell’esperienza ha avuto sulla mia vita, una patologia cardiaca, due tumori, il disturbo da stress post-traumatico e il peso ricaduto sulla mia famiglia, non sono nulla in confronto alle perdite e ai traumi vissuti da così tante altre persone, che ne portano ancora le cicatrici. Quel giorno, e ancora oggi, so quanto sono stato fortunato.
Ma sono anche arrabbiato per il progresso e le possibilità che abbiamo perduto. Sono arrabbiato con me stesso per non aver combattuto abbastanza duramente per recuperarli. È così che mi sento, venticinque anni dopo.
Jeff Jarvis è giornalista, autore e studioso dei media. Il testo originale, “25 Years”, è stato pubblicato su BuzzMachine il 10 settembre 2026. Traduzione italiana pubblicata con l’autorizzazione dell’autore.
Immagine di copertina realizzata con IA – Chat GPT
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