Kæreste: dalla Groenlandia con amore

La storia di Thomas Egede, pilota cresciuto nell’Artico e oggi a Sciacca, attraversa identità, migrazioni e il dibattito che riguarda l’isola artica: l’indipendenza, il rapporto con la Danimarca, le pressioni degli Stati Uniti e il nodo delle risorse naturali. Un racconto personale che incrocia una questione molto attuale

In danese la parola per dire fidanzata, kæreste, vuol dire letteralmente la più amata. Quindi, ogni volta che qualcuno chiede a Thomas Egede, 46 anni, pilota di aerei nato e cresciuto a Nuuk in Groenlandia, perché abbia scelto di trasferirsi a Sciacca in Sicilia, con un involontario aumento della funzione poetica del linguaggio lui risponde: per l’amata. L’amata infatti è palermitana e dopo alcune vacanze trascorse insieme a Sciacca i due hanno deciso di trasferirsi nel paese in provincia di Agrigento. «Mi sono innamorato subito di Sciacca – spiega Thomas – soprattutto per il calore e l’anima del paese». E aggiunge: «In italia sto da dio», anche se gli dispiace molto per il «degrado ambientale di un’isola così bella» unito a una «visione solo privata e raramente pubblica della gestione dell’ambiente».

«Crescere in Groenlandia è stato bellissimo, ma purtroppo c’è molto razzismo verso i danesi. Io che lo sono per metà l’ho subito perfino sul mio corpo, con le parolacce e anche con i pugni»

Thomas Egede

UNA VITA AI MARGINI DEL MONDO. Si è trasferito in Italia nel 2019, e da allora non è più tornato in Groenlandia. «Vivere lì è stato molto bello. È una vita molto diversa: non c’è stress o traffico e conosci quasi tutti. È tutto più libero perché siamo lontani da tutto. Una vita di natura, una vita più selvatica». Per molti può non essere facile: «Spostarsi è complicato perché non ci sono strade quindi si usa molto l’aereo. Soprattutto ti deve piacere l’inverno, perché dura 8-9 mesi all’anno». Ma non solo per il meteo Thomas ha lasciato la Groenlandia: «Nel 2019 erano maturate in me le condizioni per andare via, ero pronto e volevo qualcos’altro, vedere le altre parti del mondo. Non mi piaceva il lavoro che avevo con la compagnia aerea groenlandese, con cui volavo dal 2006, perché era tosta: tanti voli, tanto lavoro». Ma non solo: «Purtroppo c’è molto razzismo verso i danesi che vivono in Groenlandia. Io che pure sono nato e cresciuto sull’isola non sembro un nativo perché mia madre è danese e mio padre groenlandese. Quindi soprattutto quando ero piccolo è stato pesante: ho sentito il razzismo sul mio corpo, con le parolacce e anche con i pugni. Ma nonostante il razzismo, crescere in Groenlandia è stato bellissimo, soprattutto è stato qualcosa di libero. Semplicemente ho avuto bisogno di qualcos’altro».

UNA STORIA COLONIALE ANCORA APERTA. Il rapporto tra indigeni e danesi non è semplice. Iniziò circa mille anni fa con i primi insediamenti vichinghi e si intensificò nel XVIII secolo con la cristianizzazione delle popolazioni Inuit. Nel 1953 la corona danese cambiò lo status della Groenlandia da colonia a provincia, avviando negli anni Settanta un processo di modernizzazione e industrializzazione forzata in una società di cacciatori e pescatori. In quegli anni aumentò drasticamente il tasso di suicidi, che ancora oggi è il più alto al mondo. Oggi il dibattito pubblico è animato da un forte risentimento per il passato coloniale, ma una parte significativa della popolazione, tra cui Thomas, riconosce che il legame con la Danimarca garantisce una stabilità essenziale: «Gli estremisti dicono che la Danimarca ha rubato tutto e ha fatto solo male alla Groenlandia, ma questa non è la verità. La storia non può essere tutta bianca o nera e io credo che la verità sia un bel misto di colonialismo, ma anche di crescita per l’isola».

«I groenlandesi non sono così corruttibili, forse qualcuno potrebbe accettare un’eventuale offerta economica da parte degli USA, ma complessivamente non saranno disponibili»

Thomas Egede

UN FUTURO IN BILICO. Oggi, forse anche per le minacce degli Stati Uniti «molti hanno capito che con questa Danimarca in realtà si sta bene» dice Thomas, che è preoccupato per il futuro del suo paese, soprattutto per la sua comunità: «La minaccia che grava sopra le teste dei groenlandesi aumenta molte divisioni perché alcuni vogliono l’indipendenza anche dalla Danimarca, ma molti credono che per ora non sia fattibile. E la situazione attuale esaspera un dibattito che va avanti da tempo. Spero che ci si possa riappacificare». Secondo un sondaggio realizzato a inizio dell’anno scorso (ma le minacce del governo americano non sono cambiate) l’85 per cento dei groenlandesi intervistati è contrario alla possibilità che l’isola diventi parte degli Stati Uniti. Secondo Thomas, l’idea del governo statunitense di offrire incentivi economici ai groenlandesi, con somme tra i 10mila e i 100mila dollari a testa è una follia: «I groenlandesi non sono così corruttibili, forse qualcuno potrebbe accettare, ma complessivamente non saranno disponibili». «La Groenlandia – spiega Thomas – ha sempre voluto essere indipendente. Nel 2009 il Self-Governement Act ha riconosciuto il diritto dei Groenlandesi all’autodeterminazione, ma per ora non ci sono le condizioni per l’indipendenza, perché governare un territorio così grande (da nord a sud c’è una distanza pari a quella che c’è tra Malaga e Oslo) quasi completamente ghiacciato, senza strade e senza infrastrutture è estremamente costoso, e non è ancora possibile per i groenlandesi, che sono solo 55.000». La Danimarca infatti ogni anno versa quasi 600 milioni di euro alla Groenlandia, la metà del bilancio dell’isola.

CRESCERE SENZA DISTRUGGERE. «L’economia è un tema sensibilissimo per i groenlandesi perché tocca il tema dell’ecologia». Per molti infatti la crescita economica della Groenlandia (quindi anche la sua indipendenza) passa per lo sfruttamento delle risorse naturali – miniere di uranio, terre rare e giacimenti di petrolio – ma non per la maggior parte dei groenlandesi. Un caso emblematico è il giacimento di Kvanefjeld, nel sud dell’isola, una delle più grandi riserve mondiali di terre rare. Il suo sfruttamento è stato rifiutato dai groenlandesi, e Thomas è d’accordo: «Sono ancora un poco un po’ indeciso, però tendo verso il no allo sfruttamento. La Groenlandia deve arricchirsi ma ci deve essere un altro modo. Questo è troppo inquinante».

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Studente di lettere classiche all'università di Catania e allievo della Scuola Superiore di Catania. Collabora con la rubrica culturale della Treccani "Il Chiasmo" e gestisce il giornale universitario "InChiostro".

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