Karbala, il funerale di Khamenei tra devozione e politica
Milioni di persone riunite attorno alla salma della Guida suprema iraniana. Il reportage di Laura Silvia Battaglia racconta come il culto del martirio e la partecipazione popolare si intreccino alla forza delle milizie irachene e alla strategia di Teheran in Iraq e nella regione
Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Golfi, il progetto curato da Laura Silvia Battaglia, Lorenzo Buonarosa e Mirea D’Alessandro che ogni giovedì racconta la Penisola Arabica e i mari intorno con analisi, dati e storie dal campo. Il Sicilian Post lo ripropone in collaborazione con la testata e con il consenso dell’autrice. Per ricevere Golfi ogni settimana, basta iscriversi alla newsletter.

Lui, sempre Lui, solo ed esclusivamente Lui. Perfettamente chiaro, identificabile, ‘indimenticabile’. Il sayyed, il nobile ayatollah Ali Khamenei. In piedi, di profilo, a mezzobusto, a figura intera. Con lo sfondo azzurro e verde dei giardini del paradiso; con lo sfondo nero e rosso della battaglia di Karbala. E poi le espressioni: il dito benedicente, il dito giudicante; il palmo invocante; le mani conserte; le mani sollevate in alto in preghiera. E poi loro: migliaia, milioni. I media locali dicono 4 milioni. Noi li abbiamo visti con gli occhi e diciamo: milioni di sicuro. Indistinti, sfuggenti, anonimi. Visti, dall’alto, dalle riprese controllatissime con il drone, come piccoli spilli, puntini neri, formiche brulicanti. Uomini diventati tutti mani protese verso l’alto per la rabbia; verso la bara del sayyed per la preghiera; verticali con il telefonino in mano per la vanità, per immortalare il momento storico. Oppure esseri umani senza mani: perché disabili, in centinaia, su carrozzine trasportate a turno da tutta la famiglia; o perché donne, intabarrate nei chador che chi ci ha camminato sa quanto questo drappo pesi dal capo verso i piedi e favorisca l’inciampo e la caduta.
Qui, a Karbala, penso alla festa di Sant’Agata, patrona di Catania, la mia città natale, e non può non arrivarmi nelle vene la potenza di questa devozione popolare, questa necessità di credere in qualcosa, in qualcuno vivo e morto ma santo, a cui appellarsi per continuare a vivere, come si fa con un papa, un martire, un messia. Queste celebrazioni spettacolari sono un segno dei tempi: la fine della razionalità, e l’irrazionalità che diventa sistema-Paese, leva del potere, controllo e ricatto delle masse, dichiarazione concreta e pragmatica di mobilitazione, partecipazione sociale per chiunque voglia e senta.
Qui, a Karbala, penso alla festa di Sant’Agata, patrona di Catania, la mia città natale, e non può non arrivarmi nelle vene la potenza di questa devozione popolare

Qui a Karbala, davanti ai miei occhi è andata in scena la mujitama al-muqawama, ossia la resistenza sociale nella sua forma più parabolica. E la ta’bi’a, che è il cuore della dottrina dei pasdaran, degli Hezbollah e di tutti i gruppi affiliati, è qui plasticamente rappresentata, sia se la si intenda come mobilitazione armata che come Stato sociale. Lo Stato sociale brulica fuori e dentro al santuario: famiglie con valigie, tantissimi padri famiglia con frotte di pie donne, trascinanti masserizie, thermos per le vivande; anziani; giovani coppie con donne incinte; gruppi di giovani uomini adolescenti in bicicletta; ricchi iracheni sul SUV; pellegrini sui pullman. Gli albergatori sono in stato febbrile e applicano intorno al santuario le regole che ho visto seguire solo in Iran: per dormire non si accettano stranieri, non si accettano non musulmani e coppie che non sono sposate, anche se chiedono di dormire in stanze separate. “Non ci immischiamo in queste vergogne”, dice un albergatore. Siamo nel cuore di quel mondo che si sente mustad’af, impoverito, privato della sua dignità, e attribuisce la causa agli arroganti regimi occidentali, i mustakbir. In questa rigidissima forma di antiamericanismo, basta vestire anche solo un Apple Watch per essere identificato come un munafik, un infedele, anche se sei musulmano.
La mobilitazione armata ha la faccia dei 200mila delle Forze di Mobilitazione Popolare
La mobilitazione armata ha la faccia dei 200mila delle Forze di Mobilitazione Popolare — cinquanta sigle di gruppi armati diversi — che qui controllano tutto. Hanno fatto mettere da parte le autorità del santuario dell’imam Ali di Karbala che ha pure la sua security e la sua televisione e ha imposto, per la prima volta, pieno controllo e presenza, anche dei media. La radiografia toccherà anche a noi, con un equivoco che, a lungo andare, diventerà pericoloso ma, nel frattempo, siamo riusciti a partecipare al funerale dell’anno e a capire che in questo evento si sono sovrapposti più livelli di significazione.
Quello domestico e politico: le Forze di Mobilitazione Popolare — che non amano essere definite milizie per via di una legge irachena del 2016 che ne giustifica l’esistenza e l’operato — sono attive, capaci e non sarà facile disarmarle perché hanno un obiettivo: combattere l’ingiustizia e fare la guerra ad al-Shaytan al-akbar (il Grande Satana, ossia gli Stati Uniti d’America) e al-Shaytan al-ashghar (il piccolo Satana ossia Israele), come abbiamo sentito in corteo dalle Kataib Hezbollah. Il messaggio è per il nuovo premier iracheno Ali al-Zaidi che ha rimarcato il 30 settembre 2026 come data massima per il disarmamento e l’assimilazione delle Forze nell’esercito regolare iracheno, in forme ancora da decidersi. Tra le cinquanta sigle, due hanno aderito, ma la maggior parte no. Soprattutto le Kataib Hezbollah non hanno alcuna voglia di demordere: qui continuano a celebrare Hassan Nasrallah con giganteschi cartelloni a cui vengono associati i martiri iracheni e si sentono investite di un mandato eterno.

Quello locale, religioso e culturale: il passaggio del feretro di Khamenei in Iraq è un omaggio dovuto alla base dottrinale dello sciismo duodecimano che ha sede a Najaf e Karbala, e che lega il fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini all’ayatollah Ali al-Sistani di Najaf, ma prova anche in modo inequivocabile il sentimento popolare e la certezza che Khamenei sia morto da martire, da santo per il mondo islamico sciita, continuamente accostato a Hussein, nelle parole (”Labayk, ya Hussein”, ossia “Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein”) e nell’iconografia della battaglia, spesso accompagnato dall’armata dei giusti (il generale iraniano Qasem Suleimani) contro quella dei demoni (Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Shimr ibn Dhil-Jawshan, il comandante dell’esercito omayyade che uccise Hussein di suo pugno). La monumentalità e la pietas popolare, condite dalla rabbia verso il nemico esterno, espresse in queste celebrazioni, non possono essere frutto solo di una dipendenza economica dalla struttura della Repubblica Islamica, che va considerata certo, ma lo sono di certo e, di più, dal punto di vista dottrinale e culturale. Negarlo significherebbe non volere vedere l’elefante nella stanza, piaccia o no.
«Khamenei è morto da martire, da santo per il mondo islamico sciita, continuamente accostato a Hussein»
Quello politico transnazionale: qui il messaggio è iraniano e solo iraniano. All’Iraq: ricordati che sei il mio giardino di casa, mio territorio, mia estensione. Non mi puoi tradire. Il messaggio è per il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi e, obliquamente, per tutte le forze politiche irachene che si discostano sia dal blocco sciita di Nuri al-Maliki che dai sadristi, che dai sostenitori delle Forze di Mobilitazione Popolare. Il tema sotteso sembra essere il rischio di essere in grado di piantare una guerra civile se non si raggiungerà l’accordo e se l’Iraq penderà pericolosamente verso i suggerimenti statunitensi. E poi c’è il capolavoro politico, rivolto a tutti i Paesi del Golfo e del Sud Globale e condensato nella cerimonia ufficiale di Teheran, con tutti i rappresentanti diplomatici. Un versetto del Corano per ogni delegazione regionale o sovra-regionale, dalla Turchia al Pakistan, dalla Russia alla Cina; dall’Egitto alla Nigeria. Ma alcune scelte non sono passate inosservate.
Alle Hashd al-Shaabi irachene è stato ricordato che chi viene “martirizzato per la causa di Dio” non è morto, ma vivo
Il versetto della sura Al-Imran 3:13, per la delegazione saudita: è il passo che descrive la battaglia di Badr, avvenuta nella Penisola Arabica nel 624 d.C., dove una forza musulmana in netta inferiorità numerica e mal equipaggiata sconfisse un esercito di gran lunga superiore “per volontà di Dio”. È un chiaro riferimento a quella che molti definiscono sempre più spesso la vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti e su Israele nella loro guerra contro il Paese. Hamas è stato accolto con un versetto che descrive un popolo “che si è dimostrato fedele alla promessa fatta a Dio” — alcuni che “hanno mantenuto la promessa”, altri “in attesa del loro turno”, nessuno dei quali “ha minimamente cambiato il proprio impegno”. Il versetto per accogliere la delegazione di Hezbollah prometteva la “supremazia” ai “veri credenti”, inquadrando le sconfitte militari come parte di un ciclo divino in cui Dio “sceglie i martiri” e rivela chi rimane fedele.

Per gli Houthi dello Yemen (Ansarullah), il versetto scelto è il 29 della Sura Al-Fath, un passo sulla lealtà, la disciplina e la crescita di fronte alle avversità. Il versetto descrive coloro che erano con il profeta Mohammad come “fermi con i miscredenti” e “compassionevoli gli uni con gli altri”, una formulazione che inquadra il movimento come duro contro i suoi nemici ma unito da una solidarietà interna. Ai talebani e alla Jihad islamica palestinese è stato letto l’inizio della Sura Al-Fath: “un trionfo chiaro” concesso affinché le mancanze passate e future siano perdonate e il favore di Dio sia completo. Per completare il giro solo delle delegazioni dell’Asse della resistenza, le Hashd al-Shaabi irachene (appunto le Forze di Mobilitazione Popolare) hanno ricevuto la nota frase che afferma che coloro che sono stati “martirizzati per la causa di Dio” non sono morti, ma sono vivi, semplicemente al di là della percezione ordinaria. Proprio come il sayyed Khamenei che, per tutta questa folla, indica la strada, in una convinzione popolare irrazionale che ci lascia con molte più domande che risposte per il prossimo futuro. E accresce la nostra preoccupazione per una convivenza pacifica realmente possibile, tra ogni declinazione dell’umanità.
In copertina, foto di Laura Silvia Battaglia
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