La bellezza ostinata. Dentro l’Atelier Mendola, dove l’arte sfida l’oblio

Concepita nel 1961 dal genio autodidatta di Carmelo Mendola come spazio comune che potesse riunire la famiglia dopo gli anni difficili della Seconda guerra mondiale, questa casa-museo, sita in vi Bronte 38 a Catania, è un vero presidio di tutela della creatività. Capace di resistere all’indifferenza e alla miopia delle istituzioni e del mondo accademico, e di regalare alla comunità opere iconiche come la Fontana dei Malavoglia e la Nike di Giardini Naxos, simbolo della resistenza alla devastazione del Ciclone Harry. Oggi quell’eredità è portata avanti dalle nipoti Sabina e Renata: «L’arte nell’isola è come un ercolino sempre in piedi. Puoi darle pugni e colpi, puoi ignorarla, ma lei ritrova sempre il suo equilibrio»

«A casa nostra c’era odore di lenticchie all’acquaragia». Mentre racconta la storia di suo nonno Carmelo, Sabina sorride, seduta a capotavola in via Bronte 38, a Catania. L’aria, qui all’Atelier Mendola, conserva il profumo di una quotidianità dove la creazione non era mai separata dal rito domestico. Poco dopo, accanto a Sabina, arriva anche la sorella Renata: sposta la sedia del pianoforte, la trascina fino ad avvicinarsi al tavolo e si inserisce nel racconto. «Per noi era normale crescere in un posto così», spiega Sabina, «non c’era un confine tra lo spazio dell’arte e quello degli affetti. Era la nostra quotidianità».

L’Atelier Mendola è una casa che continua a vivere dentro le sue opere, un guscio protettivo nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Carmelo Mendola aveva conosciuto sua moglie proprio a Udine, dove si recava spesso per affari legati al commercio di legname. Allo scoppio del conflitto, temendo che la Sicilia sarebbe stata il bersaglio principale dello sbarco alleato, decise di mandare moglie e figlie al Nord, convinto di metterle al sicuro. La storia però lo tradì: con la risalita della Linea Gotica, l’Italia fu spaccata in due e per due anni Carmelo perse ogni contatto con la famiglia, vivendo in uno stato di angosciosa incertezza. Ignorava che la loro bellissima villa liberty fosse stata centrata da ben sessanta bombe e completamente rasa al suolo. Quando finalmente riuscì a risalire verso il Friuli, promise loro un tempio. Per mesi aveva vagato non sapendo se fossero vive, finché un giorno, camminando per le strade del quartiere e urlando i loro nomi, sua figlia Ileana riconobbe la sua voce e gli corse incontro.

DEVOZIONE ETERNA. È da quella frattura ricomposta che nasce l’idea di questa casa-museo, concepita nel 1961 per riunire la famiglia attorno a uno spazio comune dove coltivare l’arte e la cultura, proteggendola da future dispersioni. Carmelo era un autodidatta. Figlio di commercianti di legname, gli era stato proibito ogni studio artistico. L’unica concessione infantile era stata la musica: imparò a suonare il mandolino e il pianoforte, ma la sua urgenza artistica esplose solo verso i quarant’anni. Studiava anatomia su manuali e modellava la creta mentre ascoltava le distorsioni rock degli Aphrodite’s Child. Nonostante la formazione classica, era un uomo inaspettatamente pop: sperimentava con le resine colorate e usava la fotografia per studiare la tridimensionalità delle sue opere. Spesso lavorò gratuitamente, fino anche ad indebitarsi per regalare a Catania la Fontana dei Malavoglia in piazza Verga. Un’epopea durata vent’anni, tra ostacoli burocratici e rifiuti accademici, conclusasi con la morte, nel febbraio del 1976, colpito da un ictus proprio ai piedi della sua fontana, nel fragore della festa di Sant’Agata. «L’arte doveva essere eterna», dice Sabina. «Per questo lavorava il bronzo e il marmo».

«L’arte nell’isola è come un ercolino sempre in piedi. Puoi darle pugni e colpi, puoi ignorarla, ma lei ritrova sempre il suo equilibrio»

Sabina Mendola

UN’EREDITÀ DA CUSTODIRE. Ma l’Atelier è anche la storia di una rivoluzione silenziosa, quella di sua figlia Ileana. Cresciuta all’ombra di un padre così ingombrante, Ileana Mendola “esplose” artisticamente solo dopo la morte di Carmelo. «Sostituì il pennello con l’ago», dice Sabina, abbandonando la sacralità del bronzo e la pittura degli esordi per abbracciare materiali umili e trascurati: juta, fili di ferro, stoffe, corde. Era la sarta dell’arte che cercava il bello nella semplicità delle cose vecchie e deperibili. Tra il 1981 e il 1991, trasformò l’Atelier nel CIAC (Centro Informazione Arte Contemporanea), rendendolo un crocevia culturale dove passavano giganti come Sciascia, Bufalino e De Gregori. Oggi quell’eredità continua in modo fragile ma ostinato proprio attraverso Sabina e Renata. Durante le occasioni importanti, le ampie sedie nere dove le padrone di casa fanno appoggiare gli ospiti, vengono spostate per ospitare concerti da camera, laboratori di mandala e visite guidate. «Non vogliamo che questo posto si fossilizzi, altrimenti muore», avverte Renata. Fuori dalle mura di via Bronte, il rapporto con la città resta complesso: le sorelle raccontano anni di battaglie per una semplice targa di riconoscimento ai piedi della fontana o per tutelare un getto d’acqua originale progettato dal nonno, spesso ignorato dai restauri moderni. Eppure, nessuna delle due sembra voler abbandonare il presidio.

La forza la attingono anche dal “miracolo” della Nike di Giardini Naxos, un’altra creatura di Carmelo. Quando a gennaio scorso il Ciclone Harry ha devastato il lungomare, la statua è rimasta immobile tra le macerie perché, a differenza del cemento circostante, il suo basamento poggiava su uno scoglio vero. È la metafora perfetta di questo luogo: «L’arte nell’isola è come un ercolino sempre in piedi», conclude Sabina con un sorriso che sa di sfida. «Puoi darle pugni e colpi, puoi ignorarla, ma lei ritrova sempre il suo equilibrio». Abitare l’Atelier Mendola significa restare dentro una città senza smettere di interrogarla, ricucendo ogni giorno, tra i marmi e l’acquaragia, la bellezza di una terra difficile.

(In copertina: Foto di Giovanni Maria Zinno)

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