La circolare della discordia: il divieto degli smartphone a scuola è una necessità didattica o una restrizione della libertà?

Sociologi, psicologi e neuroscenziati concordano: i dispositivi mobili hanno effetti fortemente nocivi sulla formazione dei giovani. Tuttavia, mentre i docenti si schierano per lo più a favore del provvedimento di Valditara, gli studenti, specialmente i più grandi, bollano la decisione come anacronistica e come un palliativo che non risolverà la presunta dipendenza da cellulare delle nuove generazioni. Nel frattempo, l’inizio dell’anno scolastico ha sollevato nuovi interrogativi: perché al divieto non è stata accompagnata una adeguata formazione sull’uso delle nuove tecnologie? E perché, dopo aver dato le linee guida, il Ministero ha scaricato interamente sulla scuola le modalità di applicazione del provvedimento?

Nelle scuole se ne parla ogni giorno, e due parole sono sulla bocca di tutti: circolare ministeriale. Questo perché dal 16 giugno 2025 il divieto d’uso degli smartphone è stato esteso anche agli studenti delle scuole superiori, non solo durante le lezioni, ma in orario scolastico. Il divieto include anche l’uso “per fini didattici”, e sono previste sanzioni disciplinari per gli studenti che violano il divieto. 

Per capire le reazioni che la circolare ha generato si può visitare il sito di petizioni online change.org. Pochi giorni dopo l’inizio della scuola sono comparse due petizioni: una, 10.000 firme, chiede l’abolizione della circolare “perché crea stress e tensione per gli studenti” l’altra, promossa dal pedagogista Daniele Novara – 110.000 firmatari – chiede un ulteriore giro di vite e propone il divieto di possedere uno smartphone personale prima dei 14 anni e di avere un profilo sui social media prima dei 16, come avvenuto in Australia. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico si è intensificato, e se  esperti e professionisti convergono su un giudizio sostanzialmente positivo del divieto, secondo un sondaggio SWG il 76% degli italiani si trova d’accordo con la circolare. Com’è ovvio non mancano critiche o posizioni sfumate. L’Ordine Nazionale degli Psicologi si è espresso a favore della circolare e la sua presidente Rita Giulino, ha dichiarato che «a scuola si deve fare scuola», ma ha anche aggiunto che non basta vietare: «Serve anche un’educazione psicologica digitale, coinvolgere scuole, famiglie e insegnanti». Tommaso Martelli, coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti, “il sindacato dell3 studenti” ha criticato l’approccio affermando che non è il cellulare la causa principale di un’attenzione carente ma i metodi didattici troppo frontali. 

«Il problema non è l’utilizzo del digitale in generale nella scuola – escluderlo sarebbe illogico e in controtendenza – ma specificamente l’uso degli smartphone o dei dispositivi digitali personali degli studenti. Si tratta di strumenti pensati per spingere all’assuefazione e alla dipendenza, che generano distrazione perché contengono tutta la loro vita sociale»

Guido Nicolosi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania

LE PERPLESSITÀ DEGLI STUDENTI. Se si chiede a una cinquantina di studenti di quattro scuole superiori (studenti catanesi, che non dovrebbero essere tanto diversi dagli studenti del resto d’Italia), si avrà solo una risposta: non sono d’accordo. Un’opinione che certo ha posizionamenti diversi ma alcune osservazioni costanti. Qualcuno parla di «luddismo anacronistico», altri di «deresponsabilizzazione» e di «un divieto che vieta, ma non insegna». Uno studente all’ultimo anno di scuola afferma che «a 18 anni mi sembra perfino buffo che mi trattino così», un’altra che «nasce da una rappresentazione distorta di un’intera generazione». Molti osservano che «non è cambiato poi così tanto», che «ci sono molte altre cose da fare per migliorare le scuole», esprimono dubbi sull’applicabilità del divieto nel lungo termine, e quasi tutti dichiarano che «un proibizionismo simile non serve, ma rende l’oggetto vietato ancora più desiderabile», così come quasi tutti esprimono perplessità per l’estensione del divieto anche durante la ricreazione, non riconoscendone l’utilità. 

LA SCUOLA COME ZONA FRANCA. Anche Guido Nicolosi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, membro di diversi gruppi di ricerca nazionali e internazionali, definisce “prevedibile” la reazione degli studenti, ed esprime un giudizio sostanzialmente positivo sulla circolare. «Un giudizio – specifica – non politico, ma se possibile tecnico. Positivo perché in fondo Valditara sta portando in Italia un’istanza che già in tanti altri paesi è stata da tempo accolta, come in Francia e in paesi i cui governi hanno posizioni politiche completamente diverse dall’attuale governo italiano. Su questo specifico aspetto il ministro sta agendo bene. Ormai la letteratura scientifica sul tema è abbastanza ampia e convergente. Sociologi, psicologi, neuroscienziati concordano nel riconoscere effetti critici degli smartphone sulle capacità cognitive dei giovani e dei giovanissimi». Il problema, osserva, «non è l’utilizzo del digitale in generale nella scuola – escluderlo sarebbe illogico e in controtendenza – ma specificamente l’uso degli smartphone o dei dispositivi digitali personali degli studenti. Si tratta di strumenti pensati per spingere all’assuefazione e alla dipendenza, e che generano distrazione perché contengono tutta la vita sociale degli studenti».

Nemmeno durante la ricreazione? Per il sociologo la logica che guida la circolare è «fare della scuola una sorta di “zona franca”, in modo da proteggere i ragazzi dal flusso massiccio di informazioni e dalla connessione permanente. Questo favorisce lo sviluppo delle relazioni sociali e contrasta la diminuzione della capacità di rimanere attenti registrata nelle nuove generazioni». Il divieto della circolare viene dopo anni in cui la scuola ha fatto grandissimi investimenti sul materiale digitale: «A livello globale si parla di circa 15 miliardi di dollari. Ma a differenza dell’introduzione di un nuovo medicinale (che richiede test e prove di anni prima di essere commercializzato), non si è prima verificato quanto i dispositivi digitali fossero realmente utili a sviluppare le capacità cognitive dei ragazzi. Di conseguenza la scuola è stata inondata da dosi massicce di tecnologia – senza occuparsi della formazione dei docenti all’utilizzo di tale tecnologia – per l’adesione a una ideologia “nuovista”: l’assunto che il nuovo e l’innovativo debbano essere per forza positivi. Non si è compreso che le tecnologie possono avere un effetto positivo solo in alcune condizioni particolari» conclude Nicolosi.

Negli ultimi anni della scuola i ragazzi dovrebbero essere abituati all’autonomia: perché siano abitatori di un tempo comprensibile per loro. In questa fase, si dovrebbe sperimentare e utilizzare le tecnologie del nostro tempo, anche lo smartphone. Questa circolare sembra essere stata prodotta senza molte riflessioni

Alessandro Salerno, docente di storia e filosofia

DIVIETO SÌ, MA NON PER TUTTI. Se si interrogano invece alcuni insegnanti di quattro scuole superiori della provincia di Catania, alcuni di essi non risparmiano giudizi strettamente politici. «Si tratta innanzitutto di una di quelle misure a costo zero», dice Alessandro Salerno, professore di storia e filosofia a Mascalucia, «ma di grande impatto mediatico. Una semplice circolare permette al ministero di occupare lo spazio pubblico e di mostrare di avere a cuore i problemi dei giovani e delle scuole, ma senza occuparsi dei problemi strutturali, come il fatto che L’Italia sia il terzultimo paese in Europa per investimenti in istruzione in rapporto al PIL». Salerno non risparmia critiche nemmeno alla scelta, come si legge nella circolare, di «rimettere all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte al rispetto del divieto» perché «in realtà scaricano alle scuole la complessità delle modalità di attuazione del divieto, e ciò genererà microconflittualità tra docenti, studenti e famiglie». 

Nel corso di anni di insegnamento il professore Salerno ha anche sviluppato un complesso e articolato punto di vista sulla questione del digitale a scuola. «La scuola deve essere inattuale» dice Salerno, «non deve inseguire la modernità tecnologica, non per passatismo, ma per ragioni evolutive e formative. Nel perseguire il suo scopo di rendere l’individuo contemporaneo del suo tempo, deve rispettare delle tappe evolutive molto chiare: il bambino, come nel principio della civiltà umana, deve imparare a manipolare gli oggetti, a disegnare e scrivere in corsivo». Per questi motivi Salerno esprime approvazione per il divieto di utilizzare lo smartphone prima dei sedici anni: «Andrebbe esteso anche fuori dalla scuola: l’impatto delle tecnologie in fasi di sviluppo delicate (bambini e preadolescenti) produce un effetto distruttivo, paragonabile a quello che la civiltà occidentale ha avuto sulle popolazioni indigene che vivevano in strutture sociali meno complesse. È fondamentale che i giovani vivano le tappe necessarie dell’educazione-sviluppo-della-specie, per non soccombere alla tecnologia che non sanno comprendere o costruire». 

Ma non condivide il divieto per gli studenti dell’ultimo triennio: «Negli ultimi anni della scuola, invece, i ragazzi dovrebbero essere abituati all’autonomia: appunto perché siano abitatori di un tempo comprensibile per loro. In questa fase, si dovrebbe invece sperimentare e utilizzare le tecnologie del nostro tempo, anche lo smartphone. Dopo anni di politiche “byod, bring your own device” cioè “porta il tuo dispositivo” questa circolare sembra essere stata prodotta senza molte riflessioni». 

(Foto in copertina: AdobeStock)

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Studente di lettere classiche all'università di Catania e allievo della Scuola Superiore di Catania. Collabora con la rubrica culturale della Treccani "Il Chiasmo" e gestisce il giornale universitario "InChiostro".

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