La “disdetta”: De Roberto e il paradosso della solitudine tra la folla
Una nobile in declino, ossessionata dal gioco delle carte, si illude di attraversare la sua vecchiaia circondata da una rumorosa compagnia. Ma quelle figure familiari si rivelano, col tempo, dei meschini sciacalli che la spogliano del poco che le è rimasto. Dipinge così, lo scrittore siciliano, la società del suo tempo. E, in fondo, anche la nostra. Dove tutti si conoscono e si parlano. E dove tutti, al tempo stesso, vivono in un irrisolvibile isolamento
Nel romanzo Lo scherzo, il compianto scrittore ceco Milan Kundera scriveva, a proposito di uno dei grandi temi della letteratura, che «a condannare un uomo alla solitudine non sono i suoi nemici ma i suoi amici». E certo appare comprensibile, se si pensa che l’isolamento più doloroso non nasce dal conflitto, dall’avversità, dall’ostilità: bensì dalla fiducia tradita. Dall’aver riposto nella persona sbagliata l’aspettativa di un’autentica reciprocità. Forse è per questo che la solitudine, talvolta, non trova rimedio: perché si camuffa tra l’ipocrisia di una folla. Si annida nel gioioso carrozzone di una festa, nella frigida cordialità di una comitiva improvvisata. Produce schiamazzo, e persino eco: lascia un’ambigua traccia di vivacità, salvo poi nutrirsi del vuoto che produce. Del silenzio che la sua patina di positivo affollamento non può coprire fino in fondo. È la presenza inalienabile nella più totale, deprimente, irrimediabile assenza. Più si prova ad esorcizzarla, a scacciarla via con la frenesia di una vita costruita ad arte, più ci si incaglia tra le sue secche. Nella necessità di instaurare una convivenza forzata. Che, troppo spesso, ha il volto di una condanna perenne. Persino lo scrittore, nel suo tentativo di plasmarla nella finzione, di replicarla tra le pieghe dell’inchiostro, cade vittima del suo sortilegio. Solo con le sue parole, con le sue convinzioni, con le sue amarezze che cercano affannosamente di essere sublimate. Spettatore e riproduttore di una società fondata sul paradosso per cui il possesso, più è esteso, più è evanescente. La stessa società che Federico De Roberto seppe osservare con occhio clinico nelle sue ostinate decadenze. Quella dei nobili ormai stritolati dall’apparenza, delle bontà di facciata, dei cinici e degli arrampicatori sociali. La società, insomma, che fa da sfondo alle novelle della raccolta La sorte (pubblicata per la prima volta nel 1891) e, in particolare, a quella che la inaugura, vale a dire La disdetta. Nella quale la principessa di Roccasciano appare come esemplare figura di un impero di polvere. Come la più ricercata della propria cerchia. Eppure, come la più inconsolabile ed emarginata.
Si muove, la protagonista, tra due poli singolari: l’ossessione quasi compulsiva per il gioco d’azzardo con le carte e il fatalismo di chi crede di essere, metaforicamente e non, destinata a perdere. Mentre maledice la sfortuna, sembra quasi di intravedere la fiacchezza delle velleità che apparterranno a Zeno Cosini e alla sua ricorrente incapacità di smettere con il vizio del fumo. La principessa si ripromette più volte di darci un taglio, di preservarsi da quella pratica divenuta cos totalizzante. Ma poi, puntualmente, finisce per cedere, e per sprofondare sempre più in un’inerzia fatale. Attorno a lei, si sviluppa un bizzarro nugolo di comparse. Nella sua magione, infatti, plastico riflesso di un declino irreversibile, si alternano presunte piacevoli compagnie: «Ma l’uscio di casa Roccasciano non stava mai chiuso dieci minuti di seguito, e ad ogni scampanellata i giuocatori sospendevano la partita, guardando la porta, inquieti. Fanny, la cameriera, non annunziava nessuno, badando a pettinarsi, a lisciarsi, o a scherzare col servitore, col cuoco, con Agostino Giarrusso, il contabile; e la gente, certe volte, andava via stanca di suonare, credendo che la casa fosse deserta. Don Ferdinando, duca di Santa Cita, il cugino della principessa che veniva ogni giorno a desinare da lei dopo che il giuoco lo aveva ridotto povero in canna, scampanellava talmente forte ed a lungo, che tutti i servi correvano ad aprirgli; ma i giuocatori non si prendevano soggezione di lui». Anche Padre Agatino fa presto il suo ingresso in scena, tutt’altro che virtuoso considerando il suo ruolo e quanto, invece, si avidamente in cerca di vincite. Signorotti, aspiranti tali, lontani parenti disastrati o in cerca di fortuna: in questo trionfo di maschere, un solo filo rosso si dipana tra le loro sagome. L’interesse non per chi li ospita, ma per i benefici egoisticamente personali che è possibile trarre: «Così, ogni giorno la principessa andava a desinare un poco più tardi. La sua tavola era sempre apparecchiata con molti posti; ella aveva spesso dei commensali: ora il cavaliere Fornari, ora il marchese, ora qualche altro. – È una cosa disperante, non ho più appetito! E si rimpinzava di droghe, di digestivi, mangiava per forza, si levava di tavola più disgustata di prima. Invece il duca di Santa Cita diluviava per due, con un appetito insaziabile; restava a tavola a fare il chilo, allentando le cinghie dei calzoni e del panciotto, pel troppo cibo. La principessa andava a buttarsi un istante sul letto, ma non le davano il tempo di pigliar riposo. Appena notte, cominciava a venir gente: una processione continua di persone di ogni genere».
Nessuno, in questa giravolta di discutibili personaggi, si cura della principessa. Neppure il fidato factotum Don Peppino, intento a fantasticare sulla sua carriera di artista mentre le finanze della sua signora colano a picco: «Vedendo la sua casa ridotta a mal partito, la principessa deliberò finalmente un giorno di rifarla da cima a fondo. — Mi occorrono diecimila lire — disse al suo amministratore. — Dove vuole ch’io le pigli? — rispose don Peppino, pensando ancora alla farsa, che gli aveva fruttato appena una chiamata. — Come, non sapete trovare diecimila lire? — Le trovi lei, se può. Io non mi fido di trovare neanche un soldo. Non sa che gli ultimi denari sono stati presi al quindici? E che Strignoni minaccia un protesto? E che la Falconara è piena d’ipoteche? E che un giorno o l’altro bisognerà prendere una risoluzione? Ella restava interdetta, si passava una mano sulla fronte, impressionata, addolorata dalla rivelazione come per una inattesa disgrazia. — È la sorte che mi perseguita! Voi, caro don Peppino, dovete aiutarmi; mi metto nelle vostre mani; non mi lasciate vendere la Falconara, se no, io sono rovinata. — Se dipendesse da me!… Ma don Peppino pensava alla sua rivincita, un gran dramma come Patria! di Sardou: Masuccio, ovvero Dio non paga il sabato, in cinque atti; la selva era già pronta, e l’Imparziale avrebbe pubblicato il testo in appendice…. Il giorno che la Falconara, l’antico feudo di casa Roccasciano, fu messo all’asta, la principessa si mise a piangere, disperatamente, come una bambina».
Con il dissolversi di quel pallido alone di ricchezza, anche la folla inizia a disperdersi. Quello che sembrava un ritrovo conviviale, un sincero atto di vicinanza, si rivela come uno sciacallaggio meschino. Ma solo, tristemente, alla cognizione del lettore. Perché la principessa, costretta ormai a letto dalla povertà e dalla malattia, ha il tempo di lasciarsi vincere, per l’ultima volta, dall’intreccio tra dipendenza e bisogno di compagnia. Tra incoscienza e minata purezza. Con lei è rimasto solo Padre Agatino. L’immagine perfetta e perturbante di come anche un volto rassicurante possa significare solitudine: «Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa. — Come vi sentite? — Meglio… meglio… — rispose con un filo di voce. — Siete svegliata da un pezzo?… Perchè non avete chiamato?… Volete nulla?… Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte. — Questo?… Giuochiamo?… — Sì, un poco… aiutatemi a sollevarmi. — E i gettoni? — Lì, pigliate quelle pasticche. — Quanto valgono? — … Cinque lire… E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva; tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l’altra, con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guance si accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano violentemente, tutta la persona tremava. Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante. — Do carte — disse quello. — Carte… La principessa coprì la nuova carta con l’altra, che ritirò lentissimamente. — Nove! — disse scoprendo il suo giuoco. — Nove! — rispose padre Agatino, mostrando il suo. — Che… disdetta!… — E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati. Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po’ di zucchero in mano».
(In copertina: immagine generata con Gemini AI)

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