“La guerra dei santi”: Verga e l’incredibile banalità della violenza

In un paesino siciliano senza nome, la comunità si divide – e lotta in maniera sanguinolenta – tra i devoti di San Rocco e quelli di San Pasquale. La fede dovrebbe tenere insieme le due fazioni, che invece finiscono per odiarsi per motivi futili: una processione interrotta, un abito da prete più curato di un altro, una gara di ripicche a quale santo fa più miracoli. La realtà, tuttavia, è che il conflitto e l’antagonismo, per quanti nomi possano avere, fanno parte della natura dell’uomo. Ma spesso, come capita al paese a causa del colera, ce ne si accorge troppo tardi. Dinanzi ai drammi veri, quelli che non hanno rimedio

Il più terribile degli incendi, spesso, non è che il risultato della più banale e ingiustificabile delle scintille. È un’attitudine umana insopprimibile, quella alla zuffa: un piacere perverso che assume forme disparate, che trova il suo intimo soddisfacimento nella propensione alla prepotenza. In uno dei suoi capolavori, La peste, Albert Camus sosteneva che «quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare». E quelli che si affannano a difenderla, a trovarle improbabili ragion d’essere, sono poi, paradossalmente, gli stessi che se ne tengono ben a distanza. Che la guardano dipanarsi all’orizzonte come un’eco perduta. Quelli che dividono e conquistano, parafrasando un antico adagio. A volte persino la si camuffa dietro nomi fantasiosi o locuzioni ardite: disputa, difesa, necessità, interesse nazionale, deterrenza. Si chiamano in causa provocazioni varie, minacce fantasmatiche, presunti diritti sepolti tra le pietre della Storia. Sovrastrutture sapientemente studiate per negare la sconcertante banalità di ogni conflitto. Contorni che distraggono dalla cronica incapacità umana di trovare un pacifico equilibrio. Perché la guerra, in fondo, nasce prima ancora del boato di un ordigno. Nasce nella ferrea volontà di non ascoltarsi, nelle futili invidie, nella condanna aprioristica di ciò che esula dai nostri canoni di giudizio. Trova terreno fertile nell’incitamento all’avversione, nelle fazioni che trasformano in dramma le questioni più risibili. E proprio di fazioni, di surreali contrapposizioni e metodi discutibili tratta la novella di Giovanni Verga La guerra dei santi, inclusa nella celebre raccolta Vita dei campi (1880). Benché, ad una prima lettura, il testo sembri mettere in scena un semplice spaccato folkloristico e quotidiano di un paesino siciliano, il testo verghiano è, in realtà, una lunga ed amara considerazione su quanto sia difficile, per le nostre società, trovare un punto d’incontro. Anche – e persino – tra coloro che condividono un legame sentimentale.

Sono le questioni di principio, sembra dirci lo scrittore catanese tra le righe della rigorosa impersonalità verista, il peggior nemico del dialogo. Di certo lo sono per la popolazione dell’immaginaria località in cui si svolgono i fatti, insanabilmente divisa tra i sostenitori di San Rocco e quelli di San Pasquale. Una faida di matrice tutta religiosa, portata avanti da anni tra ripicche, dispetti e scontri plateali. L’ultimo dei quali avviene quando, durante la processione di San Rocco, gli avversari piombano sulla folla come disturbatori: «Tutt’a un tratto, mentre San Rocco se ne andava tranquillamente per la sua strada, sotto il baldacchino, coi cani al guinzaglio, un gran numero di ceri accesi tutt’intorno, e la banda, la processione, la calca dei devoti, accadde una parapiglia, un fuggi fuggi, un casa del diavolo: preti che scappavano colle sottane per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che strillavano, il sangue a rigagnoli, e le legnate che piovevano come pere fradicie fin sotto il naso di San Rocco benedetto. Accorsero il pretore, il sindaco, i carabinieri; le ossa rotte furono portate all’ospedale, i più riottosi andarono a dormire in prigione, il santo tornò in chiesa di corsa più che a passo di processione, e la festa finì come le commedie di Pulcinella. Tutto ciò per l’invidia di que’ del quartiere di San Pasquale, perché quell’anno i devoti di San Rocco avevano speso gli occhi della testa per far le cose in grande. Tutto ciò urtava maledettamente i nervi ai devoti di San Pasquale, sicché uno di loro alla fine smarrì la pazienza, e si diede a urlare, pallido dalla bile: – Viva San Pasquale! – Allora s’erano messe le legnate». La sola esistenza dell’altro, il suo solo diritto ad autodeterminare la propria fede e i propri costumi, si manifesta come un oltraggio da sradicare. In quella convivenza forzata e turbante non sembra esserci spazio nemmeno per Saridda e Nino, due amanti che si lasciano trascinare dalla follia del paese, fino a sovrapporre alla loro relazione il livore di una rivalità più grande di loro. Un confronto che arriva a scomodare persino le alte sfere ecclesiastiche, adombrando trame economiche sotterranee. Come la “scandalosa” vicenda delle mozzette: «La faccenda poi s’era fatta grossa, perché il vescovo della diocesi aveva accordato il privilegio di portar la mozzetta ai canonici di San Pasquale, e quelli di San Rocco, che avevano i preti senza mozzetta, erano andati fino a Roma, a fare il diavolo ai piedi del Santo Padre, coi documenti in mano, su carta bollata e ogni cosa; ma tutto era stato inutile, giacché i loro avversari del quartiere basso, che ognuno se li rammentava senza scarpe ai piedi, s’erano arricchiti come porci, colla nuova industria della concia delle pelli, e a questo mondo si sa, che la giustizia si compra e vende come l’anima di Giuda. A San Pasquale aspettavano il delegato di monsignore, il quale era un uomo di proposito, che ci aveva due fibbie d’argento di mezza libra l’una alle scarpe, chi l’aveva visto, e veniva a portare la mozzetta ai canonici; perciò avevano scritturato anche loro la banda, per andare ad incontrare il delegato di monsignore tre miglia fuori del paese, e si diceva che la sera ci sarebbero stati i fuochi in piazza, con tanto di “Viva San Pasquale” a lettere di scatola».

L’inclinazione alla devozione, che avrebbe dovuto affratellare le due parti, si rivela invece un simbolo di segno opposto: entrambe bisognose di riconoscersi in un protettore, entrambe bramose di una speranza capace di alleviare le fatiche del vivere, si ritrovano a detestarsi nonostante la loro conclamata affinità. E a nulla vale l’ipocrita visita de monsignore, che sfoggiando la sua ricchezza non fa altro che acuire una tensione che la chiesa, dal punto di vista di Verga, non si cura di alleviare. Ma poi il dramma, quello vero, finisce per sparigliare le carte. Per irrompere come il mezzo più improbabile di una momentanea riconciliazione. A fare la sua comparsa tra le strade del paese è infatti il colera, con annessa carestia. Una torma di contadini disperati, di famiglie allo stremo, mette da parte l’acredine di lungo corso in nome di uno spirito di sopravvivenza. I devoti di San Rocco invocano il santo rivale per non soccombere alla fame. I seguaci di San Pasquale trovano invece rifugio dalla malattia nei luoghi dedicati alla controparte. «Ma la verità era che gli animi si trovavano esasperati, ora che San Pasquale l’avevano portato in processione a levante e a ponente con quel bel risultato. Il peggio era che molti del quartiere di San Rocco si erano lasciati indurre ad andare colla processione anche loro, picchiandosi come asini, e colla corona di spine in capo, per amor del seminato. Ora poi si sfogavano in improperi, tanto che il delegato di monsignore aveva dovuto battersela a piedi e senza banda, com’era venuto. Sicché un bel giorno si udì la notizia che nella notte erano arrivati i Compagni d’Arme, e ognuno poteva andare a vederli nello stallatico.
  – Son venuti pel colera, – dicevano però degli altri. – Laggiù nella città la gente muore come le mosche -. Lo speziale mise il catenaccio alla bottega, il dottore scappò il primo di tutti, perché non l’accoppassero. – Non sarà nulla, – dicevano quei pochi rimasti in paese, che non erano potuti fuggire qua e là per la campagna. – San Rocco benedetto lo guarderà il suo paese! e il primo che va in giro di notte gli faremo la pelle! – E anche quelli del quartiere basso erano corsi a piedi scalzi nella chiesa di San Rocco
».

Solamente dinanzi all’irreparabile, al dolore senza appello, alla prospettiva della fine che si fa plasticamente presente, le coscienze sembrano rinsavire. Ma perché giungere fino a tanto? Perché solo la fragilità e la disperazione hanno il potere di riportare alla luce un barlume di solidarietà? Perché ci si ricorda della propria umanità solo quando si è spalle al muro? Persino Nino e Saridda, che avevano smesso di vedersi, si ritrovano proprio grazie alla malattia di lei, quando il ragazzo accorre alla casa del fratello di lei per sincerarsi delle sue condizioni. Uniti, forse e finalmente, in maniera inseparabile. Come il paese, che ha sperimentato sulla propria pelle il prezzo dell’odio. Ma che, nonostante questo, presto o tardi, chiosa malinconicamente Verga, presto tornerà a cedere alla propria, umanissima, natura: «La gnà Saridda lo guardava con certi occhi infossati che ci voleva la lanterna a trovarli, e Nino ci aveva due fontane ai suoi occhi. – Ah, San Rocco! – diceva lui, – questo tiro è più birbone di quello che ci ha fatto San Pasquale. Però la Saridda guarì, e mentre stava sull’uscio, col capo avvolto nel fazzoletto, gialla come la cera vergine, gli andava dicendo: – San Rocco mi ha fatto il miracolo, e dovete venirci anche voi a portargli la candela per la sua festa -. Nino, col cuore gonfio, diceva di sì col capo; ma intanto aveva preso il male anche lui, e stette per morire. Saridda allora si graffiava il viso, e diceva che voleva morire con lui, e si sarebbe tagliati i capelli e glieli avrebbe messi nel cataletto, ché nessuno l’avrebbe più vista in faccia, finché era viva. – No! no! – rispondeva Nino, col viso disfatto. – I capelli torneranno a crescere; ma chi non ti vedrà più sarò io, che sarò morto. – Bel miracolo che ti ha fatto San Rocco ! – gli diceva Turi, per consolarlo. E tutti e due, convalescenti, mentre si scaldavano al sole, colle spalle al muro e il viso lungo, si gettavano in viso l’un l’altro San Rocco e San Pasquale.
Una volta passò Bruno il carradore, che tornava di fuori a colera finito, e disse: – Vogliamo fare una gran festa, per ringraziare San Pasquale di averci salvati tutti quanti siamo. D’ora innanzi non ci saranno più arruffapopoli, né oppositori, ora che è morto quel vicepretore che ha lasciato la lite nel testamento. – Sì, faremo la festa per quelli che son morti! – sogghignò Nino. – E tu che sei vivo per San Rocco forse? – La volete finire, – saltò su Saridda, – che poi ci vorrà un altro colera, per far la pace! -».

(Immagine in copertina realizzata con Gemini AI image generator)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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