La pace di una ninna nanna nella follia della guerra: Camilleri, Ofelia e il fantasma della purezza

Dei 39 volti femminili che lasciarono il segno nella sua esistenza e che lo scrittore empedoclino incastonò nel volume “Donne”, ce n’è una che, nella sua arcana e fragile innocenza, emerge più di tutte: una ragazza incontrata tra i fumi e le macerie di un bombardamento nei pressi di Palermo nel 1943. Non parla, mostra comportamenti alienati e stringe solo un fagotto: una bambola a cui intona una nenia che fa cessare, per un attimo, l’orrore. A volte, è necessario il coraggio di credere nella follia. Specie in tempi come i nostri: dove nulla, di ciò che accade sui fronti di conflitto, viene più considerato tale

Più ti atterriscono con il loro fulminante incedere, più la meraviglia della loro rivelazione finisce per lasciarti senza fiato. È la legge universale degli appuntamenti col destino. Quelli ostinati, quelli strappati all’aridità di una probabilità, che squarciano il mondo e la sua cortina di nebbia anche quando il suo aspetto appare denso, asfissiante, impenetrabile. Anche quando quella nebbia si chiama guerra, distanza, solitudine. Non possono fare a meno di accadere, questi incroci intrecciati dal fato come corde di violino. Di prorompere sulla scena con misterioso e infallibile tempismo, mentre tutto annuncerebbe il verificarsi del loro esatto opposto. Sono silhouette dai contorni sfumati, ombre che si arrampicano su un muro scalcinato, sussurri in una notte senza stelle, carezze nel freddo pungente di un inverno senza fine. Correnti ribelli in un tempo condannato, anomalie d’animo che stravolgono il già scritto. Si riconoscono, gli appuntamenti col destino, perché adorano camuffarsi, presentarsi per ciò che non sono, mettere alla prova la finezza dello spirito di chi li attende. Ma anche perché non hanno l’abitudine di chiedere qualcosa in cambio, per la generosità con cui ricambiano la pazienza, per il valore che attribuiscono alla bontà di chi, più o meno consapevolmente, li accoglie. Fino a quando, veloci come si erano manifestati, spariscono nella prosaicità di un giorno che finisce, di un treno che parte, di un saluto appena accennato. E lì, nell’istante immediatamente successivo, nel soffio spezzato delle labbra, il dubbio diventa certezza. Saranno state almeno 39 le volte in cui Andrea Camilleri deve aver interrogato la sorte nel medesimo modo. 39 come i quadri di parole, le elegie appassionate, che nel 2014 volle radunare nel volume dal titolo Donne. 39 come le occasioni in cui una singolare epifania dal volto femminile era riuscita a farsi strada nella sua contorta e avventurosa vita e lo aveva indotto a scrivere, a renderne testimonianza. Singolare, appunto, perché, in questo suo classico esperimento dal gusto autobiografico, il Maestro di Porto Empedocle scelse di includere, senza soluzione di continuità, una accanto all’altra, eroine del mito e della letteratura con compagne e amanti reali. Così, accanto alla Beatrice dantesca o alla Desdemona shakespeariana, o ancora alla suadente sigaraia sivigliana Carmen (tratta dalla novella di Mérimée che poi ispirerà Bizet), campeggiano meravigliose semi-sconosciute, rese eterne dallo sfuggente ardore di qualche pagina. Ma tra queste, nel suo essere apparentemente sommessa, ce n’è una che incarna, più di ogni altra, le indecifrabili manovre del fato. Una ragazza che non parla. Straziata dalle veemenze delle bombe. Eppure aggrappata ad un’arcana purezza.

È nei concitati mesi estivi del 1943, quelli dello sbarco alleato nell’isola, che Camilleri, arruolatosi e di stanza ad Augusta, si imbatté in lei nel tentativo di raggiungere la famiglia rifugiatasi a Serradifalco per sfuggire ad un’infinita sequela di bombardamenti a bassa quota. Un’avaria del camion che lo trasportava lo costrinse a sostare nei pressi di Palermo, dove chiese un passaggio ad un caporale che, il giorno dopo, si sarebbe diretto a San Cataldo, a pochi chilometri dalla meta tanto desiderata. Ma proprio la notte precedente accadde qualcosa di inconsueto. Il terribile impatto degli ordigni sganciati dagli aerei fece tremare l’aria, tramutando il terrore in fumo. Fu allora che la vide farsi largo con inerme semplicità tra le macerie e le sirene. Singhiozzava e vagava su quella landa arsa dal fuoco della guerra. Teneva artigliato a sé un fagotto, che i suoi lunghi capelli neri contribuivano a coprire. La invitò a mettersi al riparo all’interno di un furgone. Dai suoi balbettii convulsi non riuscì a trarre nessun nome. Poi la rivelazione: tra le fasce tanto accudite non risiedeva alcun bambino, bensì una bambola. Ebbe la tentazione di lanciarla lontano, il giovane Nenè. Finché la ragazza, con voce rotta, non iniziò ad intonare una dolcissima nenia: «Quella ninna nanna me l’aveva cantata tante volte mia nonna per addormentarmi. Per qualche minuto quella ragazza compì il miracolo: niente più guerra, niente più morte e distruzione. Un gran silenzio. Una grande pace dietro la quale si scioglievano paure e affanni, orrori e angosce». Nel più atroce momento di sconforto, quell’intonazione bisbigliata aveva come interrotto il flusso del tempo. Riconciliato il mondo con la sua anima più nobile. Quell’incontro che non sarebbe dovuto esistere aveva invece riaffermato la verità più importante. O, almeno la sua transitoria illusione. La mattina seguente, dopo essere stati trovati dal caporale teneramente abbracciati, si diressero in un vicino convento di suore. La ragazza sempre, testardamente aggrovigliata al fagotto, ai piedi gli scarponi che Camilleri si era sfilato per permetterle di camminare più agevolmente. Tra i resti di un paese ormai derelitto dalla furia dal conflitto, ancora una volta, non era rimasta che lei. L’immagine della fragilità che, pur barcollando, prosegue il cammino. «Non ho mai saputo come si chiamasse davvero. Ma da quando mi era comparsa davanti alle prime luci di quell’alba, mi venne di chiamarla col nome di colei che la follia la portava nel cuore: Ofelia».

Ofelia, come il grande personaggio dell’Amleto, tradita dalla sua ingenuità e da una cospirazione più grande di lei. Ma anche come “colei che porta soccorso”, come etimologia vuole. A volte, ciò che serve, quando tutto il resto è andato in frantumi, è la follia di credere. Di credere che una ninna nanna potrà fermare un missile. Che un fagotto, prima o poi, risveglierà la compassione di un mondo senza tregua. Che a volte basta uno sguardo o una mano stretta ad un’altra per riscoprirsi vicini, simili, legati. Che è andare controcorrente la ricetta per sottrarsi al meccanismo della distruzione. E forse la pace che aspettiamo è come Ofelia: attende che qualcuno se ne prenda cura. Come l’Ofelia di Arthur Rimbaud:

«Sono più di mille anni che la triste Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
Mormora una romanza alla brezza della sera.
Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!
Ti scioglievi per lui come la neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavan le parole
E il terribile Infinito sconvolse il tuo sguardo azzurro!
 E il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,
La bianca Ofelia come un gran giglio ondeggiare».

A. Rimbaud, “Ophélie”, 1870

(Immagine in copertina generata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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