A usarle in ambito culinario furono i greci prima e i romani poi, com’è attestato nella commedia Le rane di Aristofane, in cui il mitico eroe si racconta essere stato cresciuto proprio a zuppa di fave. Scopriamone insieme le origini

Secondo la tradizione, ‘u paìsi du maccu sarebbe Raffadali, nella provincia di Agrigento. Agli abitanti di questo paesino si deve quindi la diffusione di un piatto siculo che è attualmente inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali: la pasta con il maccu, crema di fave condita con olio d’oliva e pepe nero. In realtà, la storia è ben più complessa di così e affonda le sue radici nella Sicilia di 5000 anni fa, quando i commerci tra la Grecia e l’Anatolia portarono sull’isola le prime coltivazioni di fave.

A usarle in ambito culinario furono i greci prima e i romani poi, com’è attestato nella commedia Le rane di Aristofane, in cui Ercole si racconta essere stato cresciuto proprio a zuppa di fave, e nelle opere di Plinio, in cui viene definita una «pietanza sacra di arcaica religione». A quei tempi c’era chi la considerava una pietanza dalle proprietà afrodisiache e chi riteneva che nascondesse nei propri semi le anime dei morti, motivo per cui la si mangiava in occasioni specifiche dell’anno.

Nella Trinacria, invece, il suo uso era ben più frequente e nel XV secolo portò addirittura all’invenzione di un recipiente ad hoc per la sua preparazione, che venne definito «ad opus mirandi maccum», atto a soddisfare la curiosità di chi voleva ammirarne la preparazione. Né deve stupire una simile espressione in latino, giacché l’etimologia del termine si deve proprio al periodo della dominazione romana, nella cui lingua significava schiacciare o ridurre in poltiglia. Maccus, però, era anche il nome di un personaggio tipico delle Fabulae Atellanae, le farse popolari latine, che veniva associato a un servo insoddisfatto e sempre pronto a rimpinzarsi di alimenti “da poveri”.

Per secoli, non a caso, la pasta con il maccu sostituiva la carne nella dieta dei ceti sociali più bassi, sebbene ora sia invece diventata un piatto gourmet. Del suo ricco passato sono invece rimasti i modi di dire livàri l’ogliu du maccu (togliere l’olio dal macco), che sottolinea una particolare abilità nelle attività manuali, e cògghiri l’ogghiu supra ‘u maccu (raccogliere l’olio che c’è sul macco), riferita invece alle persone avare, che cercano di risparmiare in ogni occasione.

 

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