La penna come una spada: Martoglio e il sogno guascone del “D’Artagnan”
Fu un esperimento dettato dall’ardore giovanile. Ma fu, soprattutto, un laboratorio di impegno civile e solidale. Il giornale che, appena 19enne, lo scrittore siciliano fondò a Catania rappresentò, per quindici anni, una spina nel fianco per i potenti, un osservatorio sulle ingiustizie e sulle storture della società. Un omaggio al personaggio di Dumas, che sognava il riscatto ed un mondo più giusto
A certi personaggi della letteratura, con la naturalezza propria dei legami familiari, vorremmo quasi affidare la nostra voce. Le parole che non sappiamo dire o quelle che, grazie a loro, abbiamo imparato. Sentiamo di vestire i loro panni, come se l’inchiostro che incornicia le loro avventure potesse aggiungere, di volta in volta, una minuscola postilla che ci vede altrettanto protagonisti. E vorremmo perfino rubarle, quelle fattezze solo immaginate. Adattare i nostri connotati a questa o a quell’altra iconica espressione, modellare la nostra postura su quella dei grandi archetipi della nostra civiltà. Finiamo per immaginarli come compagni, alter ego di battaglie da combattere, viaggiatori del tempo capaci di scavallare tra un’epoca e l’altra e di riaffermare la propria inconfondibile identità. Per interpretarli come ruoli che conosciamo a menadito. Così, le icone della finzione letteraria prendono vita. Al punto da imporsi come realtà sostanziali, come modelli incarnati di coraggio e di valore. Come accadde quando un giovanissimo Nino Martoglio, col fervore appassionato di un rivoluzionario, non tramutò una sua personale ammirazione in un simbolo libertario. Mettendo su a Catania, nel 1889, un giornale destinato, con i suoi articoli affilati, a scardinare le convenzioni. A scuotere coscienze intorpidite dall’indifferenza e dal perbenismo. Il riferimento è al D’Artagnan, la testata sulla quale lo scrittore intervenne più volte per smascherare senza remore le trame nascoste del potere. Guascone, irriverente, refrattario ai compromessi, come svela l’omaggio ad una delle più celebri creature di Dumas. Ma anche, come la controparte letteraria, affamato di riscatto, desideroso di affermarsi, di ribadire il suo valore nonostante le umili origini. Aggrappato ad una visione utopistica della giustizia e dell’equità. Fu un moschettiere, Martoglio, nei quindici anni – fino al 1904 – che lo videro in prima linea. Un uomo che amava farsi carico delle battaglie dei più fragili. E che lo fece non soltanto con ammirevole forza d’animo. Ma anche con una straordinaria modernità.
A dispetto, infatti, dei tentativi di censura che, più volte, tentarono di destabilizzare l’attività editoriale del giornale, i redattori del D’Artagnan non rinunciarono mai ad esprimere la propria visione. Nemmeno quando, puntata dopo puntata, i loro pareri apparivano in contrasto. Fu un autentico laboratorio di civiltà e di impegno sociale, un osservatorio che ambiva a scrutare il mondo senza perdere di vista ciò che era più prossimo. Come ben ricostruito da Giulia Letizia Sottile nel suo volume Martoglio e il d’Artagnan: preludio di un genio, nulla, seppur con qualche nodo critico, legati a temi come il colonialismo, sfuggiva all’attenzione dello scrittore isolano e dei suoi collaboratori: l’inadeguatezza e la voracità di una classe politica incapace di essere un riferimento trasversale; le ombre di un clericalismo di facciata, troppo spesso dimentico della sua presunta moralità e altrettanto di frequente connivente con le peggiori declinazioni del mondo istituzionale; il riguardo per lo spopolamento del Paese e per la violenza diffusa, specialmente al Sud, frutto di una classe politica, indistintamente di destra o di sinistra, miope e distante dalle esigenze reali delle persone. Pur nella sua talvolta eccessiva impulsività – ma quale progetto giovanile, in fondo, non lo è stato? – Martoglio seppe mettere al centro del dibattito pubblico, con un’esperienza di scrittura certamente singolare, un sincero interesse per il bene comune. Un appello alla solidarietà, al ripensamento di una società fondata sull’emarginazione e sulla prepotenza. Un richiamo alla riconsiderazione della dignità delle persone e della responsabilità di chi le governa. Seppe farlo, Martoglio, con notevole varietà di mezzi: con l’arringa infuocata dell’indignazione, con la sottigliezza del sarcasmo, con la leggerezza di chi sa anche quando non è il caso di prendersi troppo sul serio. Con le pagine illustrate, altro elemento certamente avanguardista, con la convinzione di chi, novello cavaliere letterario, confida che la penna possa incidere come la punta di una spada. Una sicurezza che lo scrittore trattenne in sé almeno fino al termine dell’esperienza editoriale. Almeno fino al suo trasferimento a Roma.
Quando, forse, fiaccato dall’immobilismo di quel mondo che aveva provato a picconare, dalla tensione crescente che l’inizio del nuovo secolo aveva portato con sé sovrastando il suo sogno “socialista”, il suo sguardo si ritrasse. Anticipando i canoni di quello che poi sarebbe divenuto il neorealismo. Rannicchiato dietro una cinepresa o in uno scorcio di visuale nascosto. Là dove il mondo può solo essere fotografato, cristallizzato.
(In copertina: immagine realizzata con GeminiAI)

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