La Sicilia, il Mediterraneo e il Medio Oriente al tempo della «guerra cognitiva»
Dall’Iran al Libano, fino alle rotte strategiche che attraversano il bacino centrale del mare europeo. La reporter Laura Silvia Battaglia al-Jalal ci racconta come i conflitti della regione non si giochino solo sul piano militare, ma anche su quello dell’informazione, della propaganda e della costruzione delle narrazioni pubbliche. Tra rivalità regionali, interessi energetici e nuove forme di pressione sull’opinione pubblica, l’isola torna a occupare una posizione cruciale negli equilibri geopolitici contemporanei
Mentre il dibattito internazionale si interroga sugli sviluppi di quella che alcuni analisti definiscono una possibile “Terza guerra del Golfo”, la Sicilia torna a trovarsi al centro di una scacchiera strategica sempre più instabile. Crocevia militare nel Mediterraneo e piattaforma logistica delle operazioni occidentali nella regione, l’isola osserva da vicino le tensioni che attraversano il Medio Oriente, dall’Iran al Libano. Per capire cosa sta accadendo tra Teheran, Beirut e le basi militari presenti in Sicilia abbiamo parlato con Laura Silvia Battaglia al-Jalal, giornalista e reporter specializzata in Medio Oriente, che vive e lavora da anni tra Yemen, Iraq e Libano ed è tra i fondatori della Fondazione Giornalismo Mediterraneo.
Alcuni analisti parlano oggi di una “Terza guerra del Golfo”. Stiamo assistendo alla ripetizione di dinamiche storiche già note o ci sono elementi di forte novità?
«Rispetto al passato possiamo individuare alcune similitudini, ma ci sono delle novità assolute che riguardano lo stato attuale del mondo e il cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. La similitudine è con quanto accaduto in Iran agli inizi degli anni ‘50. Cioè quando gli Stati Uniti e gli inglesi cercarono di mettere le mani sul petrolio iraniano, sabotando con un’operazione congiunta della CIA e dei servizi segreti britannici il governo del primo ministro Mohammad Mossadeq che puntava a nazionalizzare le risorse petrolifere dell’Iran. Il progetto politico di Mossadeq, frutto di una partecipazione realmente democratica, venne sedato nel sangue e il potere fu restituito allo Scià Mohammad Reza Pahlavi, che divenne il principale alleato degli interessi occidentali in Medio Oriente. Poi nel 1979 la Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini rovesciò il governo dello Scià e lo sostituì con una forma di potere molto particolare che dura fino ad oggi, una teocrazia autoritaria che si isolò dal sistema finanziario globale a guida statunitense, e realizzò – ma con strumenti non democratici – l’obiettivo che era stato di Mossadeq, cioè la nazionalizzazione del prodotto petrolifero».
Per gli Stati Uniti si tratta di un’occasione per “chiudere il cerchio” aperto nel 1953, e riportare l’Iran all’interno del sistema economico occidentale?
«Si è aperta una finestra di opportunità molto importante per gli Stati Uniti per rimettere le mani sulle grandi risorse petrolifere iraniane. Per farlo hanno bisogno di un governo iraniano favorevole a due entità: agli Stati Uniti stessi – quindi al sistema capitalistico e finanziario globale dal quale gli iraniani si sono esclusi – e al paese satellite degli Stati Uniti nella regione, cioè Israele. Qui sta l’elemento di novità: Israele desidera imporre la sua egemonia nel Medio Oriente come unica potenza a scapito di tutte le altre. Nel breve periodo l’obiettivo è che tale egemonia sia riconosciuta- Ma nella destra messianica israeliana – per intenderci Ben Gvir e Smotrich, ministri molto forti nell’attuale governo di Netanyahu – esiste anche una visione più radicale, spesso richiamata con l’espressione “Grande Israele”, che immagina un’espansione territoriale o dell’influenza israeliana su alcune aree considerate strategiche nella regione, dalle alture del Golan in Siria al Libano meridionale, fino ad altri snodi geopolitici del Medio Oriente e del Mar Rosso, come Yemen e Corno d’Africa. È un tema poco citato nei racconti mediatici attuali ma presente nel dibattito politico israeliano».
«La Sicilia è sempre stata e sarà sempre uno scalino verso l’Asia e l’Africa. Bisogna capire che scalino si vuole essere. Ma ad oggi, in questa logica geopolitica, non mi pare ci sia grande scelta se non esserne uno di tipo militare».
Laura Silvia Battaglia al-Jalal
E qual è invece il progetto iraniano?
«L’Iran pone come obiettivo della sua agenda l’eliminazione dello stato di Israele. Siamo allora di fronte ad una guerra esistenziale, un armageddon: o con me o contro di me, mors tua vita mea. L’Iran ha trovato diversi alleati regionali in vari paesi – gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano – e ha messo in atto una serie di strategie in questi anni. Strategie culminate poi nell’attentato del 7 ottobre che è stato realizzato da una delle milizie del suo asse di influenza: Hamas».
Oggi è l’8 marzo. La condizione delle donne in Iran è spesso usata come argomento politico in Occidente. Qual è la tua analisi su questo punto?
«La vita delle donne in Iran è segnata da una profonda “schizofrenia”. Spesso la vita pubblica e la vita privata sono completamente diverse. L’Iran è l’unico paese islamico dove esiste una legge sull’obbligo del velo, nonostante nel Corano sia solo una raccomandazione lasciata alla scelta individuale. Le giovani donne della rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” arrivano a dire sui social che preferiscono la morte a questo tipo di vita costrittiva. La schizofrenia sta nel fatto che l’Iran ha un livello di scolarizzazione femminile altissimo. Ho amiche di 35 anni che sono docenti ordinarie di fisica o dirigenti di banca. Eppure, legalmente, queste stesse donne non hanno autonomia legale: per viaggiare o comprare casa serve la firma del padre o del marito. È una lotta per l’autonomia personale che va avanti da tempo. Dopodiché il punto centrale da capire è questo, cioè che in questo Paese dagli anni ’70 si è sviluppato un profondo antiamericanismo che il regime utilizza come strumento di controllo e di consenso. Qualsiasi persona che chieda o aspiri a delle forme di libertà o comportamentali che si avvicinano a quelle proposte dagli Stati Uniti e dai suoi alleati viene considerato un nemico della patria. È una questione legata anche all’ingerenza degli Stati Uniti. Quando l’Occidente dice “vogliamo liberare le donne iraniane”, spesso è un pretesto. Se ci importasse davvero delle donne, guarderemmo all’Afghanistan, dove la situazione è davvero molto peggiore, una vera e propria schiavitù. Ma dell’Afghanistan non importa a nessuno perché lì gli interessi sono diversi: le terre rare, l’oppio, spostano l’attenzione altrove. Capire queste ipocrisie è fondamentale nella politica internazionale».
Sei siciliana ma vivi tra Milano e Sanaa, nello Yemen. In un Mediterraneo che appare sempre più diviso, quale ruolo vedi per la Sicilia, specialmente alla luce delle recenti decisioni del parlamento sull’utilizzo delle basi americane?
«La Sicilia è sempre stata e sarà sempre uno scalino verso l’Asia e l’Africa. Bisogna capire che scalino si vuole essere. Ma ad oggi, in questa logica geopolitica, non mi pare ci sia grande scelta se non essere uno scalino di tipo militare, cioè un avamposto militare nel centro del Mediterraneo. Punto e basta. Se i soldi in un mondo in guerra vengono dalle armi e chi guadagna di più sono i produttori di armi, di sicuro non sarà la produzione delle olive e delle arance che farà la nostra differenza economica. La Sicilia è un’isola immensa al centro del Mediterraneo, già militarizzata e utilizzata nei secoli per operazioni di vario tipo, dove tutti volevano stare. Oggi continuiamo a essere questa cosa qui, una grande base militare».
«La prima vittima dell’informazione bellica è l’umanità: la disumanizzazione del nemico è lo strumento con cui si giustificano i crimini di guerra».
Laura Silvia Battaglia al-Jalal
Sei tra i fondatori della Fondazione Giornalismo Mediterraneo, che ha tra i suoi scopi affrontare le sfide contemporanee dell’informazione. In un contesto di guerra allora – dove le notizie sono sempre degli strumenti politici e ogni dichiarazione politica esprime contenuti di propaganda – come deve operare un giornalista?
«È fondamentale ricordare che oggi siamo immersi in un ambiente di “guerra cognitiva”. In questo contesto, lo spostamento dell’opinione pubblica — che sia parziale, totale o anche solo momentanea — su determinati aspetti del conflitto può influenzare drasticamente gli esiti successivi della guerra stessa. Per questo motivo, il giornalismo dovrebbe configurarsi innanzitutto come un rigoroso lavoro di osservazione, limitando il più possibile il pronunciamento di opinioni personali, che spesso risultano irrilevanti ai fini dell’analisi. Tuttavia, esiste un limite oltre il quale la cronaca deve diventare obbligo di denuncia. Denunciare ciò che accade sotto i nostri occhi non è un punto di vista soggettivo: quando un attore in guerra si rende responsabile di massacri provati e documentati si ha il dovere di esprimersi. Non si può restare indifferenti o, peggio, plaudire di fronte all’uccisione di migliaia di civili inermi o alla strage di 160 di bambini in una scuola primaria, appellandosi a una presunta neutralità. La prima vittima dell’informazione bellica è l’umanità: la disumanizzazione del nemico è lo strumento con cui si giustificano i crimini di guerra e si convince la gente che certi massacri siano “cosa buona e giusta”. Se simili dinamiche erano tollerate fino alla Seconda Guerra Mondiale, oggi non è più così. Abbiamo creato istituzioni come le Nazioni Unite proprio per dotarci degli strumenti necessari a controllare e sanzionare questi orrori. È un impegno di civiltà e di diritto che non dobbiamo dimenticare mai»
In questo periodo saresti dovuta essere a Beirut. Che situazione stanno vivendo oggi le persone con cui sei in contatto nella regione? E come riesci a mantenere i contatti con i tuoi familiari e amici tra Libano, Iran e Yemen?
«Non riesco assolutamente a sapere come stanno i miei amici iraniani, cosa fanno o dove sono ed è preoccupante. Internet non funziona, o se funziona loro evitano di parlare con chi vive qui. I giornalisti stranieri per il regime sono automaticamente delle spie. Riesco a parlare con la mia famiglia in Yemen, quindi almeno gli amici yemeniti e la famiglia stanno bene. In Libano sento gli amici quotidianamente. Beirut è una città molto grande, e anche se non sei in una zona attaccata direttamente da Israele, vivi da anni con il rumore costante dei droni di ricognizione che gli israeliani usano per mappare il territorio. È un suono antipatico, psicologicamente logorante, perché non sai mai se quel drone che senti passerà oltre o colpirà qualcosa vicino a te. La gente lì cerca di scindere quel suono dal cervello e vive come se fosse normale, aspettando di vedere cosa succederà il giorno dopo».
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Anna
2 mesi agoInteressantissimo! Piacevole da leggere e soprattutto informativo in modo ordinato e limpido. Inoltre bellissime le evocative parole della giornalista, un’intervista ben fatta!
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