La tragica innocenza di Scilla: se il mostro, a volte, è solo negli occhi degli altri

Il binomio mitologico siciliano con Cariddi è tra i più celebri e temuti. La terribile creatura che spazza le navi e divora le vite degli uomini: è questa la sua immagine eterna. Ma dietro questa storia così consolidata si cela un dramma che lascia riflettere. Perché la giovane fanciulla era innocente e bellissima. E ciò che sembra, ciò che crediamo di sapere, spesso è solo ciò che qualcuno ha voluto che vedessimo

La verità può celarsi dietro le immagini più distorte. È uno dei paradigmi – e dei paradossi – delle storie che leggiamo. Della letteratura, del mito, delle immortali narrazioni. Guardiamo ad esse come sedimenti immutabili, eternamente incatenate al sentire comune da un senso fugace, quasi logicamente schematico, da bianco o nero. Dimenticando, invece, che anche gli archetipi possono essere degli abili trasformisti. Che la certezza può rivelarsi un miraggio nel deserto. Che ogni inganno contiene in sé qualcosa di autentico. E che, messo in controluce, può essere ribaltato, riscritto, risemantizzato. La giustizia può rivelarsi sopraffazione. Il carnefice può rapidamente accodarsi alla schiera delle vittime. L’imponenza del Fato può ridursi ad un malizioso capriccio umano. Le epiche vicende di dei, eroi e creature soprannaturali cedono il passo a fitte e sotterranee trame di invidia, di ripicche, di bieche e miopi gelosie. Accade per Elena di Troia, ritenuta poco più che un trofeo da conquistare e da sfoggiare da quegli stessi uomini che la accusano di essere la responsabile del conflitto fondativo della narrativa occidentale. Accade per Prometeo, il bandito che viola le determinazioni divine rubando il fuoco e concedendolo all’umanità, condannato ad un dolore senza speranza di posa. Accade persino per Medusa, la mostruosa Gorgone capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo, punita da Atena nonostante la sua innocenza. Ed è proprio sul medesimo binario che la mente corre ad un altro, celebre mito. Uno siciliano, citato più volte sia da Omero che da Virgilio. Un mito trasversale, familiare agli accademici quanto ai pescatori, cresciuti con la sua eco tra le onde e le conchiglie. Il mito della giovane Scilla, temutissima creatura marina che fa strazio delle navi che transitano dallo Stretto di Messina e spesso associata a Cariddi, la sua terribile controparte che si staglia sul lato opposto. Ma le storie, si diceva, non sempre corrispondono a ciò che appaiono. Perché quella di Scilla, essenzialmente, è una profonda tragedia. Nella quale l’amore soccombe all’orrore. E la purezza alla viltà.

Cariddi, secondo la tradizione, era una donna rapace, abietta, incurante del dolore che provocava al prossimo. Ma Scilla no. È Ovidio, nei libri XIII e XIV delle Metamorfosi, a ricostruire la triste vicenda della ninfa dagli occhi cerulei che amava la costa messinese al punto da farne il suo tratto di mare prediletto. Di lei si era perdutamente innamorato Glauco, un tempo semplice mortale, poi tramutatosi in parte in una creatura marina a causa della sua irrefrenabile curiosità per un’erba misteriosa. La fanciulla ne aveva temuto le strambe fattezze. Ed era fuggita al suo accorato appello sentimentale: «Ed ecco che fendendo i flutti, arriva Glauco che, mutate le membra ad Antèdone in faccia all’Eubea, solo da poco viveva nell’oceano; vede la vergine e per il desiderio si arresta, le rivolge tutte le frasi che pensa possano trattenerla. Ma lei, resa veloce dal timore, fugge, fugge e raggiunge la cima di un monte che sorge vicino alla spiaggia. Qui lei si ferma e, da quel luogo sicuro, indecisa se quell’essere sia un mostro oppure un dio, ne guarda stupita il colore, i capelli che gli coprono le spalle giù sino al dorso e si meraviglia che dall’inguine si affusoli come un pesce. Glauco se ne accorge e, aggrappandosi a uno scoglio lì vicino: “Non sono un mostro, vergine, né una belva feroce, ma un dio dell’acqua” dice. “Ma che mi serve questo aspetto, l’esser piaciuto agli dei marini, essere un dio, se tutto ciò ti lascia indifferente?”. Stava ancora parlando, e avrebbe detto di più, se con sdegno Scilla non l’avesse abbandonato. Lui s’infuriò e irritato dal rifiuto si diresse verso il palazzo incantato di Circe». Se n’era andata, Scilla. Libera come sempre era stata. Libera dal peso di dover amare, verso una vita da solcare con l’entusiasmo di chi non conosce orizzonti. Sognando solo il giorno dopo. E quello ancora successivo, sulla riva della sua giovinezza. Ma il dramma si era già messo in moto. Glauco era corso dalla celebre – e bizzosa – maga Circe. L’aveva pregata, con la buona fede dei disperati che credono di poter comprare o fabbricare l’amore, di concedergli un filtro che potesse convincerla a mutare sentimento. «”O dea,” le dice, “abbi pietà di un dio, ti prego: tu sei l’unica, se ti sembro degno, che possa alleviare l’amore mio. Quale potere abbiano le erbe, o figlia del Titano, nessuno lo sa meglio di me, che da un’erba fui mutato. Ma perché tu conosca la ragione della mia passione: sulla sponda d’Italia, di fronte alle mura di Messina, mi è apparsa Scilla. Mi vergogno troppo a riferirti le promesse, le suppliche, le lusinghe e le parole mie: tutto ha disprezzato. E tu, se qualche efficacia hanno gli incantesimi, pronunci un incantesimo magico; o se per vincerla è più adatta un’erba, serviti di un’erba che abbia poteri di provato effetto. Non ti chiedo di curare e sanare la ferita mia: non voglio che tu me ne liberi, ma che Scilla bruci dello stesso fuoco». E un fuoco sarebbe divampato. Quello dell’invidia. Circe, a sua volta infatuata di Glauco, era montata su tutte le furie. Nella tenera ninfa aveva intravisto la radice della sua infelicità. In quella riservata piacevolezza un affronto imperdonabile.

Aveva approntato così un intruglio fatale. Le cui conseguenze, nelle notti di burrasca, fanno ancora udire le loro grida di incredulo dolore: «C’era una piccola cala dai contorni sinuosi, dove Scilla amava riposare per ripararsi dalle burrasche o dalla canicola, quando al culmine del cielo il sole a picco riduceva le ombre a un filo. La dea la contamina inquinandola con veleni pestiferi: vi sparge liquidi spremuti da radici malefiche, mormorando, nove volte per tre, una cantilena incantata, groviglio oscuro di misteriose parole. Scilla arriva e non appena s’immerge con metà del corpo in acqua, vede i suoi fianchi deformarsi in orribili mostri ringhianti. Non potendo credere che quei cani appartengano al suo corpo, tenta terrorizzata di schivarne e di respingerne le fauci furiose. Ma anche quando fugge li trascina con sé e quando cerca nel suo corpo cosce, stinchi e piedi, al loro posto altro non trova che musi di Cerbero. Si regge su cani rabbiosi e col ventre che sporge sull’inguine mozzo, schiaccia, sotto, il dorso di quelle fiere. Pianse Glauco che l’amava, sfuggendo agli amplessi di Circe, che del potere delle erbe con troppo livore s’era servita».

Il resto, si direbbe è storia. O, in questo caso, è mito. Riflesso increspato che lascia di sé una percezione vaga e ambigua. I compagni di Ulisse che affondano tra i vortici di Scilla. Una vita appartata all’ombra di un’umida grotta. Il possente Eracle che la affronta con disprezzo. Lei, che amava solo il mare. Mostro agli occhi di chi non sa.

(Immagine in copertina: Ary Renan, Charybde et Scylla, 1894, Musée de la Vie romantique)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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