La vita nel volo di una farfalla: Addamo e l’occhio malinconico di un poeta
A più riprese, nella sua lirica, lo scrittore catanese si soffermò sul valore simbolico di questa aggraziata e fragile creatura. Che nel suo coraggioso andare, nel suo spendersi interamente nonostante un destino segnato, rispecchia perfettamente le fasi della vita umana. Lo sforzo di ritagliarsi un posto in un mondo e in un tempo infiniti. Il trionfo della bellezza effimera
Se potessimo scegliere in quale immagine condensare la nostra visione del mondo, il modo in cui la nostra mente si riflette nello spazio dell’esistenza, su quale finirebbe per cadere la nostra scelta? Opteremmo forse per un’aggraziata manifestazione naturale? Per un colore, una sfumatura, un movimento soffuso come quello di un germoglio? O ci ritroveremmo a vagare lungo i confini intangibili dell’astrattezza? Affamati di un’emozione senza definizione, di antichi ricordi senza nome. È questo uno dei più grandi dilemmi dello scrittore: come sublimare la vastità del proprio sentire. Come operare una sostituzione di parole assenti, talvolta inadeguate ed inefficaci. Come sopperire alla distanza tra intuizione e descrizione. E la risposta, molto spesso, non può che risiedere nell’esistente, in ciò che si srotola quotidianamente, ma con millenaria cadenza, dinanzi ai nostri occhi. Nei gesti e nelle forme più inusuali, che proprio per tale ragione si mostrano senza filtri, ignari della loro potenza simbolica. Della loro portata universale. Almeno finché i poeti non ne scorgono il valore, elevandoli all’eternità della scrittura. Anche quando il loro apparire è fulmineo e caduco come quello delle farfalle. Proprio le farfalle hanno rappresentato uno dei soggetti lirici più cari a Sebastiano Addamo, che a più riprese, con il suo singolare stile poetico, le menzionò nei suoi scritti. Quasi a voler cristallizzare la bellezza, l’andatura malinconica, il volo indecifrabile di una creatura tanto leggiadra quanto incatenata ad una tragica sorte. Perché nell’osservarle, le farfalle, come Addamo faceva immaginandole nelle più disparate pose, si rivelano dei veri correlativi oggettivi delle fasi della vita umana. Frammenti di realtà che tratteggiano remote consuetudini, linguaggi perduti. Che sussumono la vetta e l’oblio, l’epifania e la scomparsa, il coraggio e la fragilità. Figure che si stagliano sullo sfondo di un destino da sfidare: che remano controcorrente, anche quando le probabilità sono infinitesimali. Che lasciano una traccia, anche quando nessuno si accorge del loro passaggio.
Sono forse, quelle farfalle, le voci flebili dei poeti, che incidono sul mondo senza pretendere di essere ascoltate. O sono i travagli generazionali di uomini e donne sempre uguali e sempre diversi, di affanni che popolano un pianeta che assiste silenzioso al loro ricambio. Irrompono, le farfalle, squarciando gli orizzonti grigi. Imponendosi nei tempi d’attesa, sfuggendo alla travolgente carica della noia. Punti sfumati che si ostinano a proseguire, trasferendo a chi le scruta il medesimo desiderio. Come fanno nella poesia inclusa nella raccolta Il giro della vite (1983):
«Non so per ritrovare che cosa
Sebastiano Addamo, “Farfalle”
lo slancio vibratile maschio e femmina
il nous che li contenga
ti spingi a guardare
—————-le due farfalle
s’intrecciano al sommo dell’albero
la vita più intensa è la più mortale
presto di esse non si avrà memoria
al vento della città
tu continui ad aspettare la piaggia il lampo nel buio
la gemma che implacabile
—————-spacca la corteccia
il taciturno inverno che si dilaga
rompe i muri l’obliquo azzurro
i suoni il gufo
il salice del lago
vigile sicario
—————-con occhi amari
—————-ti guarda»
Ma sono anche le stagioni del tempo che ci è concesso. Tenere illusioni, esplosioni di felicità, inattese deviazioni. Gocce di luce e ombre crepuscolari, avvio e conclusione. Impronte di sabbia che sfidano l’avanzare della marea: «Anzitutto – scrive il poeta questa volta in Le linee della mano (1990) – le trovi d’improvviso, sembrano allegre. Salgono dal basso, da qualche parte, dal lato oscuro. L’inclemenza del giorno a volte le mette in fuga, d’inverno spariscono. Folle flora animata. Le grandi ali già cautamente annunciano l’ombra che sono. Sono multiple e dialettiche. Il fuoco fatuo, il lampo azzurro e fulmineo della notte. Ciò che passa. Il fiore più alto è il più maturo, il più bello. Il più mortale. In fondo non puoi ignorarle. Seriche folate sorvolano il giorno, l’arcobaleno. Irrompono vive e disperate. Rovistano la testa come mani sottili». Non è poi così difficile rispecchiarsi nel loro stare al mondo. Nel loro sforzo di ritagliarsi il diritto ad esistere contro la soverchiante grandezza della natura. Nei movimenti silenziosi che solcano intrepidi l’oscurità: «Talvolta sono notturne. Hanno corpi tozzi per resistere all’umido, e voli lenti caparbi, o veloci e sibilanti, enfatici colori bruni e peluria viscida e lucente. La loro vista suscita apprensione e allarme. La presenza assilla. Spesso con l’occhio rotondo, in congiura da angoli segreti, immobilmente fissano il nemico. La bocca è breve vorace e crudele. Ripara il guasto dell’imminente sconfitta».
Vanno ammirate, le farfalle. Perché non ritengono vana la breve fatica della loro vita. Perché si spendono anche quando il loro scopo non è evidente. Perché inneggiano alla brevità in un ciclo interminabile di sostituzione. Sfidando le abitudini consolidate il tempo e le sue rincorse. Come fanno gli uomini che non si rassegnano al fato: «Questo neutro assembramento fa volgere il pensiero verso il vago, capovolge il caso, insensibilmente sorprendere l’effimero, la rapidità d’un transito. Il ritmo costante della Terra».
(In copertina: William Gouw Ferguson, Sette farfalle su un ramo di rosa, 1690, olio su tavola, cm 20×26, National Galleries of Scotland, Edimburgo)

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