«L’immagine fotografica permette ai lettori di giornali con maggiore chiarezza e immediatezza di comprendere i fatti che accadono molto di più degli articoli dei giornalisti». Così ebbe a intendere la sua missione di testimone della realtà Calogero Cascio, uno dei più grandi maestri della fotografia del dopoguerra. Nato a Sciacca nel 1927, si trasferisce a Roma per proseguire gli studi universitari in medicina. Qui scopre la passione per la fotografia e inizia a collaborare con i settimanali L’Espresso e Il Mondo. Nel ‘58, insieme a Caio Garrubba e ai fratelli Sansone, fonda l’Agenzia RealPhoto, punto di riferimento di un modo di intendere il fotogiornalismo come strumento di azione politica e lotta sociale.

«Calogero – disse di lui l’amico e collega Piero Racanicchi – ha il pregio di scrivere nella stessa maniera in cui fotografa: la sua intelligenza visiva lo porta verso uno stile narrativo sciolto e scorrevole, fatto di impressioni e di riflessioni, che punta al nocciolo delle cose, scarta le situazioni marginali, affronta gli argomenti con immediatezza, di fronte, senza concedere nulla alla fantasia e al descrittivismo». Uno sguardo che il fotoreporter puntò tanto verso la sua Sicilia, di cui fu capace di raccontare contraddizioni e cambiamenti – destò scandalo il suo reportage del ‘66 sul delitto d’onore – quanto sui principali eventi della storia italiana. Il suo interesse per l’aspetto antropologico, sociale e politico di ogni situazione ritratta, lo portò ben presto ad esplorare il mondo oltre l’Italia. Inizia così un periodo di viaggi alla ricerca di quanto è universalmente umano che lo porta dal Medio ed Estremo Oriente – visita Israele, Egitto, Vietnam, India, Nepal, Laos, Thailandia – fino al Sudamerica – Brasile, Perù, Colombia, Venezuela.

La foto scelta è stata scattata a Roma, la città dove Cascio si era trasferito, nel 1958 e dove è morto nel 2015. È una istantanea di tre bambini che giocano nelle baracche romane vicino all’acquedotto antico. Il fotografo siciliano ha usato un obiettivo grandangolo per esaltare la profondità di campo e il grande spazio dietro il sorriso giocoso dei bimbi. L’ambiente attorno è povero, si intravedono in fondo alla foto altre persone, un bambino, un anziano con una vespa e due giovani vicino a resti di una bicicletta. Il vero soggetto è la gioia dei bimbi, che supera tutto, anche la povertà in cui versano insieme alle proprie famiglie. Il narrare fotografico di Cascio, in questa immagine, immortala volti dentro tante contraddizioni e non poca ironia. Il suo è un narrare che ci sfida unendo la denuncia sociale alla difficile letizia di tre bambini. Descrive un mondo amaro, ma senza esagerazione, il bianco e nero e lo scatto in forte controluce favorisce il forte contrasto tra luce ed ombra.

Per 15 anni i fotoreportage di Calogero Cascio diedero una voce agli sconfitti e rappresentarono un potente strumento di denuncia di una società dimentica degli ultimi. Dall’Europa all’America, molti furono i periodici e quotidiani che si trovarono ad ospitare i suoi lavori, in cui Cascio era solito accompagnare alle foto dei brevi testi. Nei suoi reportage era evidente che non cercava la notizia, era un fotoreporter intellettuale, politico, di denuncia, un uomo di lotta e di impegno sociale. Alla fine degli anni Settanta, riflettendo sulle difficoltà attraversate dai giornali, Cascio lasciò la fotografia e si dedicò all’editoria. «Life sta finendo, Look è finito, Paris Match è in crisi, i giornali sono senza una lira, affermò nel 1978. Io non viaggio più come una volta, ma non ho rimpianti perché, in fondo, le cose grosse della mia vita le ho viste tutte».

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