L’arte e la vita nello spazio di una melodia: Capuana e il fascino misterioso dei sogni

Nel suo “Il Decameroncino”, liberamente ispirato al capolavoro boccacciano, lo scrittore siciliano inserì una novella dal titolo “Il sogno di un musicista”, nella quale un raffinato pianista appassionato di musica sacra si strugge perché incapace di comporre l’opera perfetta. Un evento onirico, tuttavia, cambia la sorte del personaggio, mettendoci dinanzi al dilemma senza fine sul significato del sognare. E su come l’artista, delle note ma anche delle parole, tenti sempre di allontanare da sé lo spettro della fine

È uno dei grandi archetipi della narrazione. Il limbo nel quale realtà e finzione, premonizione ed illusione, si inseguono l’un l’altro in un continuo gioco di specchi. È una dimensione misteriosa, il sogno. Troppo intima per essere cristallizzata, contenuta in ricordo nitido; troppo magmatica per riposare nell’abisso dei pensieri senza prolungarsi sulla superficie delle realtà. Scienziati e letterati le hanno reso, a più riprese, un devoto omaggio. Convinti, talvolta, che lo scenario onirico potesse rivelare verità altrimenti irraggiungibili. In altre occasioni, preoccupati – o affascinati – dal fatto che potesse rappresentare un avvertimento, ma anche una sorta di identità collettiva, in cui ravvisare tratti comuni dell’umano sperare, dell’umano sentire. Di certo, il sogno ha un che di indecifrabile. Una vaga appartenenza al regno dell’assurdo, del non detto, delle consuetudini capovolte. Non regna alcuna legge, se non quella dell’impossibile, della fantasia, dell’infinita ricombinazione. Disvelatore, dissacrante, alternativamente circostanziato o slegato da un’apparenza di significato. Ossessione o malinconico conforto. Tutto vi è contenuto perché in tutto, in qualunque direzione, i suoi esiti possono confluire. Magari in una storia che non ha l’ambizione di spiegare o interpretare le sue stranezze. Ma soltanto di raccontare, ricordare, e ricominciare daccapo ad aspettare un nuovo segno. Un nuovo incipit. È quello che fece nel 1901, dando seguito una passione di lungo corso per i temi che intrecciano spiritualità ed irrazionalità, Luigi Capuana, in una delle novelle che compone Il Decameroncino, una raccolta di racconti che declina liberamente, e in maniera contemporanea, il modello boccacciano. Attraverso la sapiente arte oratoria dell’anziano dottor Maggioli, che intrattiene i convenuti presso il prestigioso salotto della baronessa Lanari inventando traiettorie e personaggi senza soluzione di continuità, il lettore viene messo a conoscenza della curiosa vicenda di Volgango Brauchbar, protagonista de Il sogno di un musicista, racconto che occupa la settima giornata. Dirimpettaio del dottor Maggioli, sin dalle prime battute appare, infatti, come un irrequieto artista in cerca di risposte, dedito alla musica sacra, all’esplorazione della mistica, ma mai del tutto soddisfatto della resa pratica della sua ispirazione.

Si strugge, il musicista, nel tentativo di privare la sua arte di ogni traccia terrena, di ogni ombra di carnalità. Vorrebbe che la sua musica rasentasse l’etereo, che le sue note intonassero una melodia ignota, superiore. Una melodia che nemmeno l’amore per la sua giovane compagna italiana può fare scaturire. Giorno e notte, intento a provare sul suo fidato pianoforte, Volgango, come la tela di Penelope, compone e scompone il frutto del proprio ingegno. Finché una notte – il teatro dei sogni per eccellenza – qualcosa non cambia radicalmente la sua prospettiva: «Una notte, cosa affatto insolita – era d’inverno e faceva freddo intensissimo – ecco il pianoforte di Volgango che rompe il gran silenzio della casa e mi desta nel meglio del sonno. Sto ad ascoltare, mezzo insonnolito, e mi metto a sedere sul letto, vinto dalla delizia della musica. Il pianoforte tace per alcuni minuti, poi riprende lo stesso pezzo. L’impressione è cosí viva, cosí forte, così meravigliosa, che salto giù dal letto, mi vesto in fretta, e picchio all’uscio del mio amico: Volgango! Volgango!». Una strana elettricità avvolge l’aria che separa l’appartamento del dottore da quello del pianista. Insolita è anche la successione delle note che la attraversa. Lo spazio onirico ha invaso la realtà. Ha lasciato intravedere una promessa, un messaggio da decriptare: «Ho fatto un sogno! … Mi pareva di essere in mezzo a una fitta nebbia, illuminata da luce bianca, assai più bianca della luce lunare. Ero atterrito di trovarmi così sperduto, e non osavo di fare un passo, quando tutt’a un tratto una dolcissima voce mi disse, piano, all’orecchio: “Ascolta!”. Un coro di voci femminili; prima lento, quasi lontano, poi incalzante, con una melodia larga, ma piena di fremiti, di lagrime… Oh! Oh! Una cosa ineffabile! Avevo coscienza di sognare; e ascoltando intentamente, dicevo tra me e me: “Potessi ricordarmene sveglio! Potessi trascriverlo! Basterebbe a immortalarmi! Signore, Signore, fate che io me ne ricordi! Che non me ne perda una nota!”. E intanto il coro sembrava allontanarsi, diveniva più fievole, si estingueva quasi in un sospiro. Ma ecco uno scatto di gioia, un sussulto, un inno di liberazione, di redenzione, di trionfo! Tutte quelle voci lo lanciavano per lo spazio, tra la nebbia che nascondeva ogni forma, via per l’infinito. Nessuna musica umana aveva mai attinto quell’altezza di espressione e di forza. Me la sentivo vibrare dentro, dalla testa ai piedi, come se tutte quelle voci scaturissero dai miei nervi in tumulto, dalle mie fibre, dal mio sangue, dal mio spirito … E la sensazione era così forte che credevo di doverne morire […] E quella dolcissima voce tornò a parlarmi, basso, all’orecchio: “Ricorderai la prima parte soltanto. Se ricordassi anche la seconda, morresti!”. Mi destai con un gran scossone, tremante, quasi i miei nervi, simili a corde di pianoforte, ancora fremessero delle ultime ondulazioni di quel coro divino».

L’aspirazione di Volgango appare dunque proibita. Il suo limite ben definito. Dopo aver trascritto la prima parte di quel misterioso dono, il pianista si eclissa, si raccoglie su sé stesso. Lascia che quell’inaccessibile motivo rimanga incompleto. Ma non per molto. Solo finché il suo desiderio di scoperta, di ascesa, non riprende a travolgere i suoi sentimenti. Ed ecco che nel momento più improbabile, nel giorno in cui il sogno avrebbe dovuto lasciare spazio alla concretezza del reale, la sua storia conosce la conclusione: «Mi aveva invitato alle sue nozze. Era raggiante di felicità quella sera, in muta adorazione attorno alla sposa, con gli occhi quasi notanti nelle lagrime di tenerezza rattenute a stento. Aveva composto un epitalamio musicale, e fu pregato di sonarlo. Io mi ero seduto accanto a lui per voltargli i fogli della musica. Terminato quel pezzo, tra fragorosi applausi degli astanti, egli non si alzò, ma riprese a preludiare. Si fece subito silenzio. E, con mia grande meraviglia, udii le prime battute del coro da lui sognato. «Perché?» gli dissi sottovoce, vedendolo impallidire. Con gli occhi spalancati enormemente e fissi davanti a sé, quasi non vedessero, egli sonava, assorto, impallidendo sempre più. Perline di sudore cominciarono a spuntargli su la fronte e su le tempie; il respiro diveniva affannato, ansimante. «Smettete, Volgango; vi fa male!». «Oh Dio! Oh Dio! – mi disse con un fil di voce. – Ricordo! … Oh Dio!». E nello stesso tempo scattò dai tasti del pianoforte l’inno di gioia, di liberazione, di redenzione, di trionfo di cui egli mi aveva parlato. Tutti gli invitati si erano levati in piedi, affollandosi attorno a lui, attratti dal fascino di quel miracolo musicale… Io avrei voluto afferrare le mani di Volgango, impedirgli di sonare, ma ero ammaliato anch’io, incredulo e nello stesso tempo ansioso di vedere quel che ne sarebbe seguito. Con lo schianto delle ultime note, Volgango Brauchbar reclinava la testa sul pianoforte. Era morto!».

Nell’istante in cui l’artista giunge alla massima espressione di sé, in cui il picco della sua arte è realizzato, si dissolve. L’ingegno e il suo prodotto finiscono per coincidere. Era stato, forse, una profezia, quel sogno? O il riflesso di un impulso già accaduto? Non è dato saperlo. Così come non è dato conoscere se, senza quello spazio visionario, la sua musica – e in generale quella di ogni artista – sarebbe esistita. Ciò che è certo, al termine del racconto, è che il dottor Maggioli è pronto a tessere una nuova narrazione. Non per sfuggire alla peste, come i suoi illustri predecessori toscani. Ma per rimandare il pensiero della fine, della morte. Per intrattenere un’ora di più quel salotto che non vuole andarsene. Perché i sogni possono annunciare il termine. Ma possono anche, sotto forma di parola, andare persino oltre.

(In copertina: José Santiago Garnelo y Alda 1866-1944, Il pianoforte)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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