“Le donne di Messina”: Vittorini e l’illusione ferita di una vita senza la trappola del consumo
Un romanzo che si muove tra coralità e utopia, quello dello scrittore siciliano, in cui, all’indomani della devastazione della Seconda guerra mondiale, si intrecciano le storie di un gruppo di sfollati che vorrebbe appartarsi dalla storia, dalla frenesia e dall’obbligo del progresso, in un villaggio nel quale viene istituito un modello di vita egualitaria. Ben presto, tuttavia, il boom economico, l’abbaglio della fabbrica, della produzione, lo spettro delle gerarchie e dei guadagni si presenta alla loro porta. E tutto svanisce. Tutto diventa merce, alienazione, rassegnazione. Il mondo di allora diventa, insomma, il mondo di adesso
In una delle sue opere più celebri, ovvero L’uomo a una dimensione, il filosofo tedesco Herbert Marcuse, appartenente alla Scuola di Francoforte e costretto ad emigrare negli Stati Uniti per via delle persecuzioni del regime nazista, fotografò con nitore quasi miracoloso ciò che, agli inizi degli anni ‘60, era ancora pressoché un concetto agli albori: la trappola del progresso e delle sue promesse di benessere. Scrisse, infatti: «Ci troviamo dinanzi ad uno degli aspetti più inquietanti della civiltà industriale avanzata. Il carattere razionale della sua irrazionalità. La sua produttività ed efficienza, la sua capacità di accrescere e diffondere le comodità, di trasformare lo spreco in bisogno, e la distruzione in costruzione; la misura in cui questa civiltà trasforma il mondo oggettuale in una estensione della mente e del corpo dell’uomo, rendono discutibile la nozione stessa di alienazione. Le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due livelli, nell’attrezzatura della cucina. Lo stesso meccanismo che lega l’individuo alla sua società è mutato, e il controllo sociale è radicato nei nuovi bisogni che esso ha prodotto». In questa sorta di paradosso, di limbo ineliminabile, si muove il vivere umano, tra la tentazione di cedere alle lusinghe della grande civilizzazione e l’istinto di sottrarsi, di mettersi da parte rispetto alla frenesia della storia. Sembra quasi un sacrificio, quello a cui questa propensione totalizzante verso il futuro ci ha spinto: un altare sul quale perdono il loro significato valori come l’autenticità, la riservatezza, la singolarità dell’esperienza. Nel grande, enorme meccanismo di produzione e consumo, esiste solo una collettività indefinita, un’anima deforme da soddisfare. Da incatenare allo spettro della tecnologia e delle sue mirabolanti invenzioni. Dalle quali nemmeno la letteratura, nonostante gli sforzi appassionati, può garantire una totale immunità. Viene in mente lo spaurito sguardo di Carducci, dinanzi alla forza travolgente di un treno in corsa e dei suoi minacciosi fanali. Viene in mente il Serafino operatore di Pirandello, inglobato nell’alienazione della sua macchina da presa. E viene in mente Vittorini, che nel 1946 – e con le successive modifiche del 1964, proprio l’anno di pubblicazione del saggio di Marcuse – diede alle stampe Le donne di Messina, un romanzo che si libra con grazia e con coraggio tra l’opera corale e l’utopia, tra il rimpianto e la nostalgia, tra il desiderio di rivoluzione e lo sprofondo nella realtà. Nelle tre storie che si intrecciano e che, in qualche misura, si alternano nel ruolo di filone principale, lo scrittore siciliano scolpì le attese, le inquietudini, le fragilità di un’intera generazione provata dalla guerra e alla disperata ricerca di una svolta. Che, tuttavia, si rivelerà fin troppo scomoda.
Tutti i protagonisti della vicenda, del resto, condividono una certa attitudine al vagabondaggio, la sensazione di aver perso definitivamente qualcosa di importante. Così è per zio Agrippa, che non si dà pace per il distacco con la figlia che ha scelto di unirsi alle truppe Alleate giunte in Sicilia e che trascorre i suoi giorni su vagoni di treni sempre diversi, cercando negli interlocutori occasionali un impossibile conforto. Così è per gli sfollati messinesi, costretti ad abbandonare la Città dello Stretto a causa dei bombardamenti, che scelgono di fondare una comunità in un villaggio distrutto degli Appennini, non distante da Bologna. A capo di questa cooperativa contadina, basata su un egualitarismo diametralmente lontano dalle gerarchie sociali e produttive consolidate, ci sono delle donne, che in prima persona si impegnano per ricostruire e sminare quel terreno che deve ospitare quell’improbabile popolazione. Così è per Ventura e Siracusa, due giovani che tentano di farsi largo in questo nuovo microcosmo per lasciarsi alle spalle le violenze, gli errori, gli abbagli del fascismo. Ma il seme della disfatta, in quel nascente idillio, è già presente. Solo abbozzato, fantasmatico, quando i camion della ricostruzione irrompono nel silenzio delle campagne con il frastuono dei loro motori e il lezzo dei loro carburanti. Ingombrante, asfissiante, poi, quando Carlo il Calvo, uno dei passeggeri che più ha familiarizzato con Agrippa, gli racconta di essere l’emissario dei proprietari delle case e dei campi abbandonati, che adesso vorrebbero applicare un contratto di mezzadria ai nuovi occupanti. La consuetudine giuridica, il do ut des, si ripresenta a quei sognatori dallo spirito libertario, con il suo cinico bisogno di compromesso. Mentre le strade, le ferrovie tentano di riunire il paese – ma davvero tutto? – una nuova divisione tenta di insinuarsi in quel peculiare progetto di vita. Fino a sfasciarlo, a sgretolarlo. I cacciatori di profitto, simbolo della modernità delle fabbriche, delle città futuristiche, di quella che poi sarà anche l’imprenditoria edile selvaggia, oscurano la magia di un luogo fino a quel momento appartato. Pochi accettano di rimanere a quelle condizioni. Vittime designate di un progresso che prospetta di abbattere i confini dell’immaginazione, ma che finisce per avvantaggiare solo una parte di coloro che vi hanno creduto. Tutti gli altri si rimettono in marcia, eterni migranti senza meta.
Come lo zio Agrippa, prigioniero di quelle lamiere che mai lo hanno condotto al suo scopo. Viaggiatore perenne, che non conosce approdo. Come le donne tratteggiate da Vittorini, portatrici di una concezione nuova del mondo, ribelle alla logica bellicista degli uomini, alle loro brame di potere. E come tutti coloro che, schiacciati tra la dimensione del futuro e quella del passato, ancora oggi faticano ad individuare qualcuno o qualcosa di un cui riconoscersi. Alienati al mondo, alle logiche dello sfruttamento. Alienati a sé stessi e alla propria, irrealizzabile vocazione.

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