Le foto (im)possibili di Giovanni Caruso

Il professionista della luce, collega di Giuseppe Fava, in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata, impegnato in reportage dal Kurdistan al Perù, intervistato mentre insegna ad Alessio, 14 anni, nato senza occhi, la meraviglia del primo scatto. La carriera e i ricordi, le fasi della produzione e l’impegno, dopo aver perso la vista, per rendere inclusivi anche i sogni che sembrano inconcepibili

«Tieni, è pesante».
«Wow. È una macchina fotografica?»
«Sì. Ecco, premi qua».

Il primo scatto di Alessio, 14 anni, cieco dalla nascita, illumina di stupore le sale del Palazzo Scammacca del Murgo di Catania. Qui incontriamo il fotografo Giovanni Caruso per la mostra da poco conclusasi Di luce e di vita – curata da Marco Pirrello e Nancy D’Arrigo con il supporto di Siciliani Giovani, Arci Catania e Fondazione Fava – che ripercorre i due tempi della sua carriera. Classe 1950, senza esitazione affida al ragazzo la sua macchinetta, compagna di lavoro, avventure e di sogni riconquistati. Fotogiornalista e attivista antimafia catanese, ha lavorato con Giuseppe Fava al Giornale del Sud e a I Siciliani, documentando la stagione delle guerre di mafia nella città dell’elefante. Poi i reportage: dal Kurdistan al Perù. Nel 2004 la perdita della vista, per il progressivo aggravarsi della malattia. Nel 2020 la svolta: «Avevo chiuso tutto in una cassapanca. Un mio amico spagnolo mi aveva sempre spronato e in fondo sapevo che si poteva scattare usando gli altri sensi. Un giorno mia moglie mi parlò di “Tommaso il fotografo cieco” (opera di Bufalino, ndr). Allora scoprii che mi ricordavo perfettamente come si fotografa». Bandana al collo, spillette militanti al petto, lo intervistiamo mentre si intrattiene con studenti a parlare di giornalismo, lotte sociali e inclusione. Il filo rosso? La fotografia, la sua.

SECONDO TEMPO. «Se sapessi che mi fanno complimenti perché sono cieco mi incazzerei, butterei le foto nel cesso». Generoso di storie e sorrisi, Caruso non le manda certo a dire. I 30 anni di insegnamento alle spalle lo avvicinano ai ragazzi, mentre la schiettezza delle sue foto urla diritti e libertà, in un intreccio che si arricchisce ad ogni fase della sua vita. «Mi emoziona caricare la macchina fotografica analogica, mi rendo conto che sono ancora valido, che le mie mani vedono». Un cieco fotografo: il binomio incredulo che interroga chiunque. «Sento la luce: il calore nelle mani, i rumori, gli odori. E la memoria tecnica mi guida. Così scatto ancora». Ha cominciato da casa: il primo soggetto fu la sua pipa, poi l’albero di ficus, la gatta Sosa, un cesto di frutta, «Non mi piace chiamarla natura morta». Analogico, bianco e nero: nostalgia del passato? «Il bianco e nero è esistenziale, ma mi è sempre piaciuto. Sono anche scelte tecniche. La pellicola ha una tonalità più alta di grigi, con più contrasto. Io uso la 400 ISO perché è più granulosa». Il fotografo, che lavora anche con il digitale, non si definisce refrattario alle innovazioni: «Non sopporto quei nostalgici che si mettono in cattedra per criticare il presente. Ogni tempo ha la sua storia. La mia nostalgia mi porta a raccontare il passato a chi è curioso». Tira fuori il cellulare e consiglia il modello ad Alessio: «Con la sintesi vocale riesco a fare tutto».  Lo sa bene chi lo va a trovare a casa sua, Villa Majorana, la storica dimora dallo stile Liberty, appartenente alla famiglia della moglie Elena, partner nella vita come nelle battaglie sociali: il fotogiornalista si destreggia al computer, accompagnato dalla radio, «rigorosamente Rai Radio 3, dalle 6.30 alle 19». Più complicato il rapporto con il Braille: «Prima di diventare cieco ho conosciuto una ragazza cieca che provò ad insegnarmelo. Viveva in una casa spoglia, senza quadri, serrande abbassate. Ci provai, ma mi mise tristezza». Alessio prende la tavoletta, sistema il righello e stringendo il punteruolo come uno scalpello scrive sul foglio di carta gialla il suo grazie e felice glielo consegna. «Posso riprovarci», si convince Caruso.

“Foglie”. Foto di Giovanni Caruso

«Mi emoziona caricare la macchina fotografica analogica, mi rendo conto che sono ancora valido, che le mie mani vedono.Sento la luce: il calore nelle mani, i rumori, gli odori. E la memoria tecnica mi guida. Così scatto ancora»

Giovanni Caruso seleziona le foto da inviarci al computer di casa sua, Villa Majorana (Catania). Foto di Francesca Rita Privitera

GLI ESORDI L’OMICIDIO FAVA. «Mio zio era giornalista, mio padre pure: a 14 anni mi portava con sé e il fotografo che lo accompagnava mi regalò una Minicomet. Scattai le prime foto davanti alla Chiesa del “Cristo Re” dove c’era u passiaturi. Erano gli anni ‘60, immortalai due capelloni con il simbolo della pace nei giubbotti di jeans». A 19 anni, quando è ricoverato per la prima volta e gli dicono che l’uveite sarebbe stata degenerativa, aveva già deciso cosa fare da grande. «La fotografia è stata la mia sfida». Poi l’incontro con Giuseppe Fava e con un fotogiornalismo militante. « A quel tempo, fotografavamo morti ammazzati in una città che diceva che la mafia non esisteva. Parlavano di scassapagghiari, ma dietro quegli omicidi e la circolazione dell’eroina c’era di più». In questo contesto, nel 1980, Fava diventa direttore del Giornale del Sud. «È lui che si rende conto che dietro quella violenza da un lato c’è Nitto Santapaola, referente di Totò Riina, dall’altro Alfio Ferlito, con il suo clan delle campagne». Per capire il clima di quegli anni Caruso ricorda che Santapaola compariva in foto con imprenditori e politici, mescolandosi alla “Catania bene”. «Noi abbiamo dato un nome a tutto questo: mafia». Audacia che costò a Fava il licenziamento, dopo neanche due anni. Da lì la fondazione di un giornale proprio, I Siciliani. «Non c’erano soldi», ma tante idee e tanto coraggio. «Proposero 200 milioni di lire per chiudere il giornale. Ma non mi aspettavo che lo uccidessero. L’ho saputo la mattina dopo. Non ho pianto, solo un grande dolore. Io e altri colleghi non siamo andati neanche al funerale. E dolorosissimo fu affrontare chi negava che fosse stato ucciso da Cosa Nostra. Decisi di abbandonare il fotogiornalismo». Nel 1988, 4 anni dopo, accade qualcosa: si ritrova a lavorare con i minori del quartiere di San Cristoforo: «Mi unisco ad una mostra collettiva in cui denunciamo la vita nel quartiere: passo alla fotografia sociale, parente della fotografia giornalistica». Da qui nasce l’associazione GAPA – Giovani Assolutamente per Agire, di cui è membro fondatore, che organizza attività per i più giovani di San Cristoforo e le loro famiglie. «L’antimafia conosciuta con Fava adesso la praticavo proprio dove era un tabù».

Machu Picchu (1989). Foto di Giovanni Caruso

FUCILI E COLORI. Ma l’arte di Caruso trova anche il modo di valicare i confini della Sicilia. Per giungere a Chiapas, regione simbolo delle istanze indigene; nel Kurdistan, area segnata dalle lotte per l’autodeterminazione; o nel Perù, sulle orme di Che Guevara insieme a «compagni e compagne» del Gapa. È nato prima l’impegno civile o la passione per questo mestiere? «Hanno sempre convissuto. Da piccolo mi nascondevo sotto un tavolo fingendo fosse la mia tenda e immaginandomi un indiano d’America». Del Kurdistan ricorda con ardore i colori e la forza delle donne. E i pericoli scampati. «Al rientro viaggiano con noi delle donne curde. Un pomeriggio un commissario di polizia turco entra nel nostro albergo ad Istanbul intimando di farle uscire, insieme a uomini grandi come armadi. Rompono la porta girevole, a un ragazzo spagnolo che le proteggeva fratturano il setto nasale, tirano una ragazza inglese per i capelli. Dino Frisullo, che era con loro, si consegna per evitare altra violenza. Io, d’istinto, punto il flash verso uno di loro mentre blocca un compagno del mio gruppo che riesce a scappare. Non so come ne sia uscito illeso, in questa come in altre situazioni, anche nella Genova del G8, anche da cieco in manifestazioni a Catania». Non nasconde i momenti di paura: «Una volta mi hanno fatto trovare una lettera con una pagina de I siciliani con la foto mia durante un corteo in ricordo di Fava e il mio volto scontornato: “se non c’ha finisci ti tagghiamu a testa”. Però siamo andati avanti grazie al coraggio collettivo: queste cose non le puoi fare da solo. Da solo sei un pazzo, insieme ad altri sei una forza».

Soldati su un carro armato in Kurdistan (1997). Foto di Giovanni Caruso

IL BUIO E LA LUCE. Nelle sue parole affiora un messaggio politico. «È difficile incontrare un cieco in giro per la nostra città. La società non è così generosa con chi ha disabilità». Alessio ascolta attento. Lui e Giovanni si scoprono con il tatto e si riconoscono nell’autoironia. Le dita minute dell’adolescente si arrampicano per il viso di Caruso i cui segni del tempo mantengono rigoglioso lo spirito, anche se notte e giorno non hanno per lui più colori. La meraviglia di questo istante si accende nel sorriso largo di Alessio. Lui ha appreso, studiando storia e il dominio del fuoco, che la luce è ciò che permette di conoscere bellezze e pericoli. I suoi compagni hanno scoperto che anche le mani di Alessio, le stesse che usa per leggere, sono luce che conosce l’aula e i colori dei loro nomi. La foto di classe, il mettersi in posa, condividere immagini sui social: sono cose che sa. Ma cos’è una fotografia? Come spiegarla a chi è nato senza occhi? Prima di incontrare Caruso gli diciamo che è una forma di scrittura, un po’ come il Braille ma per ricordare i momenti nel momento esatto in cui sono vissuti. Sembra l’invenzione più bella del mondo. «Mi piacerebbe insegnare fotografia a chi è cieco, ma anche a chi ha il disturbo dello spettro autistico», confessa il fotoreporter. «Tempo fa scrissi un corso per ciechi, ma non venne accolto, neanche dall’Unione Italiana Ciechi. Da cosa partirei? Da un rettangolo di cartone, bucato in 9 parti. Farei toccare i bordi e poi metterei in mano ad ogni studente un oggetto che conosce, come una foglia, e gli chiederei di posizionarlo in una o più parti di quel rettangolo. La foto, spiegherei, è la composizione di questo oggetto e di altri. E così simulerei il mirino». Il suono dell’otturatore dalle mani curiose di Alessio è lo stargate del possibile. La linea di demarcazione tra ciò che possiamo e non possiamo fare si spezza nel gesto. Si è spezzata quando Caruso è tornato alla fotografia dopo aver perso la vista. Si è spezzata quando Alessio per la prima volta ha ricevuto in mano una macchina fotografica. «Wow».

(In copertina: Giovanni Caruso durante il corteo per Giuseppe Fava, 5 gennaio 2026. Foto di Giorgio Merlo)

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Laureata in "Scienze Filosofiche" presso l'Università di Catania. Giornalista pubblicista, collabora col Sicilian Post dal 2018, curando la rubrica "Il filo di sofia" e occupandosi di tematiche legate alla cultura e all'ambiente.

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