L’invenzione siciliana che ha cambiato la poesia: Giacomo da Lentini e la storia del sonetto

Da Dante a Shakespeare, da Petrarca a Foscolo, fino a Baudelaire e oltre: tutti debitori di un uomo, di una terra, la Sicilia, e di una stagione irripetibile come quella della Scuola Poetica Siciliana. Tratta da una stanza della più lunga canzone, quella successione di quattordici versi, due quartine e due terzine, e di rime fu una rivoluzione che ancora oggi riecheggia nel modo di fare e leggere lirica

È lo scrigno del sentimento amoroso. Il simbolo riconoscibile, eterno, di un certo modo di vedere e di interpretare la realtà. Lungo le sue sinuose armonie hanno trovato conforto, gloria, identità i più grandi poeti di sempre: il giovane Dante ammaliato dalle divine movenze di Beatrice; l’anima sofferente e accidiosa di Petrarca, nel suo impossibile tentativo di contemperare passione per Laura e aspirazione spirituale; l’irriverente e malinconico Ariosto. E poi ancora il rivoluzionario Shakespeare, l’avventuroso Milton, l’affranto Baudelaire, l’ombroso Valéry, il misticheggiante Rilke. Senza confini di tempo o di spazio. Tutti affabulati da una forma poetica netta, concisa, eppure capace di sostenere tutto il peso del pensiero e dello struggimento: vale a dire il sonetto, l’espressione litica nata all’ombra di una parente più nobile e poi affermatasi come indipendente riflesso di bellezza. E tutti debitori di una stagione irripetibile. Di una visione illuminata dell’arte e della sua centralità sociale. Di un uomo, di una terra, di un’intuizione destinata a stravolgere il destino: quella che Giacomo – o Jacopo, se più vi aggrada – da Lentini mise in campo quando, su impulso di Federico II e del clima favorito dalla nascente Scuola Poetica Siciliana, rielaborando la tradizione poetica d’Oltralpe, diede vita a una formula di successo, che mai più sarebbe stata accantonata. Perché, in quella successione sagace di strofe e rime, in quel lampo di genio e intimità che scorre tra due quartine e due terzine, nelle rielaborazioni varie e successive che vennero fatte senza tuttavia snaturarlo, lo spirito della poesia trovò la sua incarnazione ideale. Forse perché fugace, come uno sguardo ritratto all’amata lontana, come un silenzio trattenuto a stento. O forse perché strumento prediletto per dimostrare la propria virtuosità in appena quattordici versi. Per dichiararsi, per dire addio, per invocare pietà, per dolersi e bearsi di tutta la contraddittorietà dell’essere umani. Di certo perché specchio ideale della profondità e dell’eleganza di un ambiente colto come quello della corte siciliana. E della lingua che lo veicolava.

Un’intuizione, si diceva, guidò il Notaro – come poi venne ribattezzato dallo stesso Dante in virtù delle mansioni che svolgeva nell’apparato burocratico approntato da Federico II – nella creazione del sonetto. Lo stesso Notaro che già dai contemporanei veniva riconosciuto – anche per tale invenzione – come un riferimento assoluto per le generazioni di poeti che si sarebbero avvicendate dopo di lui. A testimoniarlo il fatto che il manoscritto che contiene il maggior numero di componimenti della lirica italiana delle origini – il Vaticano Latino 3793 – si apra proprio con Madonna, dir vo voglio, una delle sue più celebri canzoni. Ed è proprio la canzone, che già esisteva nell’ambito della lirica francese, la matrice da cui fu tratto il sonetto. A ben vedere, infatti, l’insieme delle quartine e delle terzine su cui si fonda il sonetto altro non sarebbe che la misura di una stanza di canzone. Ciò che Giacomo e i siciliani realizzarono fu, in sostanza, un atto di espunzione. Un condensamento di una forma originariamente più ampia e, per certi versi, sacrale. Un metro più agile e di più immediata fruizione, che non intendeva soppiantare la canzone, ma affiancarla e, all’occorrenza, distinguersi. E che attraversò diverse fasi: prima esclusivamente a tema amoroso, poi, con l’avvento dei Comuni e delle lotte intestine, acuminata arma retorica per colpire, sbeffeggiare e sconfessare avversari politici o autori rivali nelle cosiddette tenzoni. Poi, ancora, dolce e soffusa eco di amori impossibili e brucianti come quelli shakespeariani, fino a divenire manifestazione della memoria stessa, omaggio a ciò che è perduto e soliloquio esistenziale con Foscolo e le sue In morte del fratello Giovanni e Alla sera.

Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

“Amore è uno desio che ven da’ core, Giacomo da Lentini

Sarebbe già sufficiente, questa lunga, infinita, ancora attuale traiettoria di citazioni e recuperi, di modelli e di incontri, a restituire la portata innovativa di ciò che si compì in Sicilia a metà del XIII secolo. Eppure, la sua carica rivoluzionaria arrivò persino oltre. A plasmare non solo gli schemi metrici, ma anche le abitudini dei fruitori di poesia. A differenza, infatti, di quanto avveniva presso le corti provenzali, dove i trovatori componevano insieme musica e testo cercando un reciproco incastro, al fine di esibirsi pubblicamente suonando e cantando, la lirica siciliana sancì la separazione tra le due componenti. Fu una poesia intellettuale, un’esperienza che chiamava in causa esplicitamente l’esperienza della lettura. Che impresse un indirizzo chiaro a tutta la successiva tradizione: la poesia divenne qualcosa di intimo, da gustare nel silenzio della propria singolarità, un riverbero di sé stessi sulla pagina. Ma non per questo dimentica delle sue origini. Perché nei nomi – canzone, sonetto, e poi successivamente ballata, madrigale, rondò – quella traccia, quella scintilla di melodia, un tempo affidata a sapienti mani e a sapienti corde, rimase ben presente nell’immaginario degli scrittori. Quella musica, apparentemente sconfessata, rigettata, non visse più al di fuori del testo, ma dentro la sua stessa essenza. Nelle corrispondenze sonore tra versi, parole, persino sillabe. Nell’accostamento audace di creativi guizzi della lingua. Nelle rime, nelle ripetizioni, nei sospiri ineffabili di una pausa. La parola stessa divenne musica. E tale rimase, almeno finché altri eredi del coraggio di Giacomo, i moderni cantautori, non tentarono la via di una nuova riconciliazione.

L’ennesimo, affascinante riecheggiare di una felice trovata. Di un’operazione colta, divenuta poi popolare. Al punto da diventare, agli occhi di molti, l’espressione per antonomasia della poesia stessa. Al punto che da otto secoli, ogni volta che una rima si distende come inchiostro su pagina, non si può fare a meno di guardare e di tornare alla Sicilia.

(In copertina: Canzoniere Palatino, XIII secolo)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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