“Mafia: The Old Country”, lo scandalo dello stereotipo che non c’è

Fin dalla sua uscita, l’8 agosto 2025, il videogioco sviluppato dallo studio “Hangar 13” ha suscitato una certa indignazione in una parte dell’opinione pubblica perché considerato lesivo dell’immagine e della dignità dei siciliani. Nel frattempo, chi lo ha giocato interamente, soprattutto gli utenti siciliani stessi, si è detto entusiasta di come la Sicilia di inizio ‘900 sia stata tratteggiata. Perché, al di là del titolo e della storia che tocca il tema della criminalità organizzata, il gioco offre spunti di riflessione profondi sulla povertà e sulla disperazione dei giovani impiegati nelle miniere e poi arruolati dai clan, sul peso delle scelte da compiere, sul tentativo di sottrarsi ad un destino di violenza, sul rapporto ambiguo tra stato, mafia e religione. Senza contare una ricostruzione paesaggistica, ambientale, culturale e linguistica d’eccellenza

Un titolo altisonante ed esplicito. Un trailer che annunciava il setting della vicenda nella Sicilia di inizio ‘900 – e non negli Stati Uniti come tutti i precedenti episodi della serie -, composto per di più da sequenze che ci mettevano nei panni di un giovane arruolato da una versione primitiva di Cosa Nostra impegnato in missioni rischiose e spericolate. E, per rincarare la dose, alcune tagline ad effetto distribuite tra X ed Instagram improntate sul rispetto dei codici d’onore della famigghia. Diciamocelo pure: che il videogioco Mafia: Terra Madre (o The Old Country, come recita il titolo originale), uscito su tutte le principali piattaforme da gaming disponibili sul mercato l’8 agosto 2025 e sviluppato dallo studio di sviluppo statunitense Hangar 13, si prestasse ad attrarre su di sé un nugolo di polemiche e di sospetti era abbastanza preventivabile. Perché, si sa, il tema della rappresentazione del rapporto travagliato dell’isola con la sua storia di criminalità organizzata è un punto a dir poco delicato. Quasi tabù, da un certo punto di vista. E non stupisce, quindi, che in modo certamente peculiare a proposito del gioco siano stati fatti numerosi commenti, anche da parte di chi non appartiene alla ristretta nicchia dei videogiocatori. Quello sdegno preventivo, oltretutto, ha accompagnato il prodotto fin dalla sua campagna marketing di lancio e ha mantenuto un tenore piuttosto aspro anche dinanzi all’effettiva fruibilità del gioco completo. Che è stato etichettato come una vera «offesa» per la Sicilia ed i siciliani e tacciato di promuovere una certa «esaltazione della criminalità» nel silenzio generale delle istituzioni competenti che avrebbero dovuto vigilare con più decisione. Il tutto mentre sui social impazzavano reels con alcune delle scene più iconiche, i commenti dei giocatori siciliani si facevano progressivamente sempre più entusiastici e gli sviluppatori ringraziavano gli utenti per il successo in termini di vendite. Il paradosso sta tutto qui: nel fatto che Mafia: Terra Madre, nella sua interezza – che per i più pigri può già essere fruita liberamente anche a mo’ di film su YouTube – è un viale lastricato di buone intenzioni. Che risultano visibili soltanto a chi è disposto a fare uno sforzo per accantonare i propri pregiudizi (o i dubbi derivanti dai risultati poco felici ottenuti da altri prodotti audiovisivi del passato che hanno provato a cimentarsi sullo stesso campo) in nome di uno sguardo quanto più analitico possibile. Quello che permetterebbe, agli strenui difensori della pubblica morale, di constatare con sorpresa che il gioco ricostruisce e racconta il nostro passato con amore, misura e consapevolezza. E di ammettere come, il più delle volte, il timore e l’invocazione indiscriminata alla censura sono i peggiori nemici di una memoria costruttiva. Che il gioco si impegna a rispettare dal punto di vista narrativo e, per lunghi tratti, anche storiografico. Ma non solo.

Tutte le scelte che il giocatore è tenuto a compiere nei panni di Enzo hanno un peso etico fortemente percepibile. Ad ogni avanzamento della storia, il ragazzo esita, tentenna, rimugina, teme per la sua vita. E si rammarica, con amarezza crescente, di essere finito prigioniero di un mondo che non gli appartiene, ma da cui non sa come distaccarsi

LA VITA DI UN CARUSU. Quella di Enzo Favara, protagonista che ha appena 17 anni all’inizio del gioco, non è appena, o non solo, una storia di mafia. È la storia di una piaga tutta siciliana: quella dei carusi confinati negli oscuri anfratti di una miniera di zolfo, sul filo di una vita che un’improvvisa scossa o una fuoriuscita di gas potrebbero recidere in un istante. Ma anche delle famiglie disperate che vendevano i propri bambini ai proprietari delle miniere per ripagare debiti altrimenti inestinguibili. Proprio come fa il padre di Enzo. Il quale, fin dalla tenera età di 5 anni, non conosce altra abitudine se non quella di stramazzare su un lurido pagliaio al termine del suo massacrante turno di scavo. Sogna solo, al termine di ogni giornata, di guadagnare l’indispensabile per riacquistare la sua libertà. Perfino l’America, che è sulla bocca di tutti gli altri compagni di sventura, gli appare come un’illusione fin troppo grande da ospitare nella sua mente. L’incontro con i malavitosi è del tutto fortuito: nel tentativo disperato di evadere dall’inferno della pirrera, si ritrova svenuto nella tenuta della famiglia che, a suon di affari loschi e intimidazioni, detiene l’egemonia su tutto il territorio circostante. Un clan che ha bisogno di manodopera, se così vogliamo definirlo. Ad Enzo vengono offerti un riparo e la certezza di non morire di fame. Tutto quello, insomma, a cui aveva sempre aspirato. Impiegato inizialmente come bracciante, scoprirà progressivamente la vera natura delle attività che stanno alla base di quella ricchezza. E, a quel punto, gli sarà chiesto un giuramento di sangue, in una cerimonia che ricorda sinistramente una funzione religiosa.
Ma è qui, proprio quando la trama sembra imboccare una direzione prevedibile, che il percorso di Enzo diventa tutt’altro che lineare: quella vita di violenza, di brutalità, di rischi gli sta terribilmente stretta. Ogni incarico che gli viene affidato gli appare più gravoso del precedente. Finché la morte in uno scontro a fuoco di quello che era diventato uno dei suoi più cari amici non lo spinge ad aprire gli occhi e a desiderare con forza di fuggire da quella logica di sopraffazione.

A differenza di altri e ben più celebri prodotti videoludici che si basano esclusivamente su un frenetico tentativo di abbattere l’avversario a suon di proiettili e granate in un contesto bellico – vedasi le serie di Call of Duty o Battlefield – e per i quali, nonostante ciò che sta accadendo nel mondo, nessuno osa sollevare polveroni o crociate contro l’istigazione alla violenza, tutte le scelte che il giocatore è tenuto a compiere nei panni di Enzo in Mafia: Terra Madre hanno un peso etico fortemente percepibile. Ad ogni avanzamento della storia, il ragazzo esita, tentenna, rimugina, teme per la sua vita ad ogni minimo impeto di ribellione. Si rammarica, con amarezza crescente, di essere finito prigioniero di un mondo che non gli appartiene, ma da cui non sa come distaccarsi. Non è forse la storia di tanti, troppi giovanissimi delle nostre periferie, abbagliati dalla prospettiva della ricchezza e del potere, ingaggiati per convenienza e abbandonati poi al loro destino? Non è forse la scottante attualità di chi non va a scuola perché ha precocemente iniziato ‘u travagghiu armi alla mano? E che dire di tutto il contesto che circonda e direziona le attività del giocatore? Che dire dei personaggi di contorno del clan che con una mano fanno il segno della croce davanti agli altarini delle marunnuzze mentre nell’altra imbracciano una lupara? O dei santini insanguinati che non possono mancare nella tasca interna della giacca che contraddistingue gli uomini d’onore? Davvero, chi grida allo scandalo, ha dimenticato le stanze di celebri latitanti tappezzate di immagini sacre e zeppe di Bibbie e di rosari contenenti dei raffinati pizzini scritti a tempo perso tra una preghiera e l’altra? Forse, più che sorprendersi di tale rappresentazione di una Sicilia che si è appena lasciata alle spalle l’800, bisognerebbe farlo per ciò che da allora è rimasto immutato e che fingiamo di non vedere. Magari facendo uso di una buona dose di onestà intellettuale.

La minuziosità con la quale la Sicilia è stata riprodotta nelle sue peculiarità architettoniche e paesaggistiche raramente ha raggiunto tali vette di eccezionalità. Almeno in ambito videoludico. Un po’ come se i racconti dei nostri nonni e dei nostri padri si fossero materializzati a colori davanti ai nostri occhi

OLTRE LA MALAVITA. Basterebbe forse questo insieme di considerazioni per sconfessare il falso mito di un’opera che getta nell’ombra la storia e la dignità del popolo siciliano. Eppure, c’è molto di più. Chi ha giocato il titolo di Hangar 13, e chi lo ha fatto sino in fondo, si intende, non può non essersi compiaciuto del convincente e suggestivo affresco con cui l’isola è stata tratteggiata nei suoi aspetti culturali ed ambientali. Benché i toponimi dei luoghi che ospitano le vicende principali siano fittizi (ma ispirati chiaramente a luoghi simbolo come l’Etna, la Conca d’Oro o le saline di Trapani), la minuziosità con la quale la Sicilia è stata riprodotta nelle sue peculiarità architettoniche e paesaggistiche ha raramente raggiunto tali vette di eccezionalità. Almeno in ambito videoludico. Duomi e scalinate barocche hanno saputo fare sfoggio di sé, così come le tipiche processioni e le fiere di paese, con tanto di bancarelle colme di ogni genere di sicilianità: dal cibo, con le cassate, gli arancini e i fichi d’india ai souvenir, come le immancabili teste di moro. Senza dimenticare la felice inclusione dei cantastorie e dei loro cartelloni dipinti a mano e abilmente recitati dinanzi ai passanti. E poi ancora casolari e tenute di campagna immersi nel verde dei campi e nel giallo del grano e dell’erba arsa al sole, case con coperture in terracotta e balconi in ferro battuto che si affacciano su un rivolo di vicoli e stradine che ti conducono all’ampia piazza centrale. Non mancano, in questa inconfondibile atmosfera tutta isolana nella quale l’impressione di riservatezza si mescola al curtigghiu, donne velate sedute agli angoli della strada come vedette a cui non sfugge nessun movimento, o abili artigiani intenti ad intagliare, o ancora le caratteristiche insegne che ti avvisano della presenza di negozi d’altri tempi come la carnezzeria o delle imponenti tonnare. Un po’ come se i racconti dei nostri nonni e dei nostri padri si fossero materializzati a colori davanti ai nostri occhi. Immagini di gente che fatica, che si spacca la schiena, che con onestà, in molti casi, tenta persino di alzare la testa contro i soprusi dei criminali (e delle istituzioni laiche e religiose colluse). Non c’è un angolo di questa Sicilia videoludica che non testimoni lo studio umile ed approfondito – compiuto anche di persona – dei suoi creatori, coadiuvati da Stormind Games, realtà di sviluppo consolidata che da quasi dieci anni opera in quel di Acireale. Avrebbero mai dei siciliani acconsentito a collaborare alla realizzazione di un’opera dagli intenti ambigui? Crediamo che la risposta sia adesso a portata di mano.

Alcune immagini dal gioco

SENTIRSI A CASA. Di veracemente siciliano, poi, c’è il doppiaggio, la lingua. Tutto il gioco è fruibile in siciliano, con sottotitoli in italiano. Una decisione sulla quale Hangar 13 non soltanto ha puntato con forza per ottenere un effetto di realismo e di immersione ancora maggiore, ma che ha perfino consigliato di adottare ai giocatori di tutto il mondo per vivere questa esperienza videoludica al massimo delle sue possibilità. Domina il palermitano, certo, ma non mancano le incursioni su altre inflessioni, compresa quella catanese. Nonostante un lieve – ma in fondo necessario – lavoro di adattamento ad un pubblico di parlanti contemporanei, mettere le cuffie e godersi i dialoghi tra i personaggi consente al giocatore di fare letteralmente un tuffo nel nostro patrimonio linguistico, comprese espressioni ormai in disuso che le nuove generazioni potrebbero faticare a riconoscere. L’effetto prodotto dai testi e dall’interpretazione del doppiaggio, sia nei toni ironici e leggeri sia in quelli impegnati e drammatici, non sfiora mai la dimensione del dozzinale o della macchietta. Cosa che certo non si può dire di tanti altri prodotti, anche piuttosto recenti, che hanno monopolizzato i palinsesti delle principali reti televisive. Ma questa è un’altra storia. O forse no?

LA PAURA DELLO STEREOTIPO È GIÀ UNO STEREOTIPO. Chi lo ha giocato, insomma, non ha dubbi: di stereotipato, nell’immagine che il gioco offre, c’è davvero poco, pochissimo. Ad affermarlo sono gli stessi siciliani. E basta fare un giro su noti forum come Reddit per averne conferma. «La Sicilia di Mafia: Terra Madre – scrive un utente – è stata una vera e propria lettera d’amore. All’interno della narrazione, essa stessa sembrava un personaggio a tutti gli effetti». Un altro si esprime così: «La Sicilia è rappresentata magnificamente e in tutto il suo splendore. La vegetazione, i suoni, i vecchi casolari. Per me è stata un’emozione unica che mi ha lasciato più volte con gli occhi lucidi. Non solo la Sicilia è raffigurata nei minimi dettagli ma anche nei costumi e nelle tradizioni dell’epoca. Non mi aspettavo di vedere la salsa di pomodoro lasciata ad asciugare al sole su tavole di legno per fare la conserva. Quasi piangevo dall’emozione perché mi ha ricordato la mia infanzia quando mia madre faceva lo stesso. Le teste di moro, la trinacria, i carretti siciliani (vere opere d’arte), i fichi d’india, i limoni, le arance, l’arredamento delle ville, i vestiti… Mi fermo qui. Mi inchino davanti agli sviluppatori perché hanno rappresentato la Sicilia in modo impeccabile e nessuno avrebbe potuto fare di meglio». Da dove nasce, dunque, l’astio di chi, invece, continua a ripetere il ritornello stonato che si tratta – citando testualmente – dell’ennesimo ritratto distorto che presenta la Sicilia al mondo come solo terra di mafia? Certamente, inutile negarlo, da una conoscenza superficiale del prodotto (e della serie videoludica in cui è inserito). Ma, in maniera più radicale, da una difficoltà oggettiva, endemica che una parte dei siciliani ha nel fare i conti con il proprio passato. Perché un conto è il marketing di bassa lega, che utilizza coppole, pistole e Marlon Brando per “promuovere” il brand Sicilia agli stranieri. Un conto è immergersi in un’opera di ricostruzione storico-culturale onesta, che certo dà spazio alle ombre, ma non per questo nasconde le tante luci di una terra straordinaria. Sulla quale i tanti stranieri che le si approcceranno attraverso il gioco potranno certamente ricavare informazioni preziose e autentiche. Sicuramente più di quanto abbia mai potuto offrire un The White Lotus. Lo stereotipo è così: se esiste, va affrontato. L’apriorismo, invece, non giova a nessuno. Perché più lo neghi, più cerchi di camuffarlo sotto il tappeto, e più finirai per affermarlo.

(In copertina: un’immagine tratta dal gioco che rappresenta il duomo del paese fittizio di San Celeste)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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