Maka, storia di un sogno dietro le quinte
Il deserto e la Libia. La drammatica traversata su un gommone sgonfio. «Non avevo detto a nessuno che sarei andato via, neppure ai miei genitori. Li ho ricontattati solo un anno dopo il mio arrivo in Italia». Giunto in Sicilia, si reinventa come ambulante che vende arachidi. Poi, l’approdo inatteso, quasi impensabile. Quello a Scenario Pubblico a Catania, dove in poco tempo diventa l’ingranaggio fondamentale per tenere in ordine la struttura e allestire le scenografie, che consentono ai danzatori di esprimere la propria arte. In questi giorni, è impegnato con la maturità, ma il giovane ragazzo di origini maliane di vite ne ha già vissute parecchie. «Catania è una città accogliente. È tutto per me»
«Quando sono arrivato in Italia ero insieme ad almeno altre cento persone». Eppure, Maka di quei momenti non ricorda quasi nulla, eccetto il gommone su cui viaggiava che imbarcava acqua e iniziava a sgonfiarsi. «Stavo molto male, pensavo di non essere più vivo. Poi mi sono risvegliato all’ospedale di Canicattì: mi avevano portato lì salvandomi in elicottero». La sua storia comincia quando lascia il Mali, la sua terra d’origine, su un autobus diretto verso la Libia, in un viaggio lungo e solitario. «Non avevo detto a nessuno che sarei andato via, neppure ai miei genitori. Li ho ricontattati solo un anno dopo il mio arrivo in Italia».
Appena diciassettenne, Maka aiutava il padre che lavorava come ambulante. «Coltivavamo cereali, arachidi e mais. Poi li vendevamo» spiega. «Ma sapevo di aver bisogno di maggiori opportunità per il futuro e che non le avrei avute se fossi rimasto lì. Conoscevo le storie di alcune persone che erano state in Italia, e così mi sono buttato nel vuoto». Oggi Maka impiega le sue giornate dividendosi tra lo studio per l’esame di maturità che gli consentirà di conseguire il diploma alberghiero, e il lavoro da Scenario Pubblico a Catania, uno dei primi tre Centri Nazionali di Produzione della Danza, dove si occupa del riordino della struttura e dell’allestimento delle scenografie.
«Non avrei mai pensato di lavorare in un posto come questo. Credevo che avrei fatto il muratore, avendo avuto un po’ di esperienza. Così è stato per i primi tempi, ma non è stata una bella esperienza»
SENTIRSI A CASA. «Maka è nel cuore di tutti: non lo senti ma c’è – racconta Benedetta dalla reception -. È uno degli ingranaggi fondamentali senza cui non potremmo funzionare». Mentre a Roberto Zappalà, il direttore artistico, basta solo una frase per dire tutto di lui: «È una tenerezza, e la sua possibilità se l’è conquistata». Già dalle sette del mattino, Maka è operativo. «Sono io che apro il Centro e inizio a ordinare tutto prima che arrivino i ballerini. Oggi ho rimesso a posto il pavimento di una delle sale prove, fondamentale per ballare». La precisione delle sue parole rivela tutta la dedizione per il lavoro. La consapevolezza che l’equilibrio dell’intera compagnia dipenda anche solo dalla cura di quel linoleum bianco. «Non avrei mai pensato di lavorare in un posto come questo. Credevo che avrei fatto il muratore, avendo avuto un po’ di esperienza. Così è stato per i primi tempi, ma non è stata una bella esperienza, purtroppo». Si interrompe, e l’espressione serena avuta fino ad allora svanisce, lasciando posto a un’ombra che gli attraversa il volto. Quel silenzio di un ricordo che fa ancora troppo male per essere raccontato smette di fare rumore quando Maka riprende a parlare della città che lo ha adottato, con un luccichio di gratitudine nello sguardo e il tono riconoscente. «Catania è una città accogliente. È tutto per me» inizia così, «Ma il Centro mi ha dato la possibilità di scoprire quanto mi piacciano il mondo artistico e culturale. Ho anche fatto amicizia con tutti i ballerini e mi piace vederli provare».
PERSONA. Quando gli chiedo se anche lui sappia ballare, ridacchia e abbassa lo sguardo, scuotendo la testa. «Non succederà mai che io balli: la danza mi piace solo vederla». «Questo – dice poi mentre si guarda attorno, lanciando un rapido sguardo alla vetrata che affaccia su una delle sale prova di Scenario Pubblico – è venuto tutto dopo. Capita di pensare che inizialmente ci piaccia una cosa e poi invece scopriamo che ce ne piace un’altra». Ed è in questa scoperta che appare chiaro il lato sorprendente del suo viaggio: l’essere riuscito a cogliere, in una cultura non sua, più di quanto avrebbe potuto immaginare. Colpisce profondamente la realizzazione di Maka, che non si limita solo alla pura sopravvivenza materiale, ma si schiude nell’affetto per un luogo tanto diverso rispetto a quello da cui proviene e per una bellezza artistica che gli ha restituito un nuovo inizio e una seconda famiglia. Alla fine, quando gli domando se ci sia qualcosa in più che vorrebbe che gli altri sapessero di lui, Maka scrolla le spalle e resta in silenzio giusto qualche secondo. «Che sono una persona semplice». Poi si corregge. «Che sono una persona».
(In copertina: Foto di Giuseppe Tiralosi)
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