Meno giovani…e meno anziani: la doppia faccia dell’emigrazione che svuota il Sud

Il Mezzogiorno continua a perdere laureati, ma accanto alla fuga dei talenti cresce un fenomeno meno raccontato: quello dei “nonni con la valigia”, che seguono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Ma dietro questo movimento si nascondono altre criticità profonde. Il nuovo report della SVIMEZ fotografa una dinamica duplice, che impoverisce le regioni meridionali di capitale umano e coesione sociale, con costi economici miliardari e conseguenze profonde su welfare, comunità e futuro demografico del Paese

Non fanno rumore come i voli low cost pieni di ventenni con un trolley e una laurea in tasca. Non entrano nei talk show, non diventano hashtag. Eppure sono sempre di più. Sono i “nonni con la valigia”: anziani meridionali che mantengono la residenza al Sud ma vivono stabilmente al Centro-Nord, dove sono emigrati figli e nipoti.

Il rapporto 2025 della SVIMEZ, “Un Paese, due emigrazioni”, condotto con la collaborazione di Save The Children, mette nero su bianco una dinamica di cui si parla poco nel dibattito pubblico, concentrato quasi esclusivamente sulla fuga dei giovani. Ma mentre il Mezzogiorno perde laureati e competenze, perde anche – silenziosamente – pezzi della sua popolazione anziana. Due movimenti diversi, un unico squilibrio.

L’ESODO INVISIBILE DEI NONNI. Secondo le stime della SVIMEZ, tra il 2002 e il 2024 gli over 75 meridionali che vivono stabilmente al Centro-Nord pur mantenendo la residenza al Sud sono quasi raddoppiati: da 96mila a oltre 184mila unità. Non compaiono nei dati anagrafici come emigrati. Formalmente risultano ancora residenti in un comune del Mezzogiorno. Ma nella vita reale abitano altrove. Il fenomeno emerge dall’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica e della spesa sanitaria: i farmaci vengono acquistati al Nord, le ricette sono registrate lontano dal luogo di residenza.

Perché partono? Le ragioni sono due, intrecciate. La prima è familiare: ricongiungersi con figli e nipoti emigrati, spesso anche per sostenere i carichi di cura. La seconda è strutturale: la difficoltà crescente di accedere a servizi sanitari e assistenziali adeguati in molte aree del Mezzogiorno. È un esodo che racconta una fragilità doppia. Se i giovani partono per cercare lavoro, gli anziani partono perché il sistema di welfare territoriale non riesce più a garantire sicurezza e assistenza sufficienti. E così i piccoli centri si svuotano ancora. Perdono giovani in età produttiva e, sempre più spesso, anche anziani che rappresentavano l’ossatura demografica e relazionale delle comunità. Si assottiglia la rete sociale, si riduce la domanda locale di servizi, si impoverisce il tessuto economico. È una sottrazione silenziosa, ma profonda.

Se i giovani partono per cercare lavoro, gli anziani partono perché il sistema di welfare territoriale non riesce più a garantire sicurezza e assistenza sufficienti. E così i piccoli centri si svuotano ancora

L’ANNOSO TEMA DEI LAUREATI. Accanto a questa emigrazione sommersa, continua l’emorragia più nota: quella dei giovani qualificati. Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord, con una perdita netta di 270mila unità. Oltre 63mila hanno scelto l’estero. La mobilità è sempre più selettiva: oggi quasi il 60% dei migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è laureato. Vent’anni fa erano uno su cinque. Il fenomeno è fortemente femminile: tra il 2002 e il 2024 sono emigrate 195mila donne laureate verso il Centro-Nord, più degli uomini. Per molte di loro il Sud offre meno opportunità e salari più bassi. Le conseguenze economiche sono pesanti. La SVIMEZ stima in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo della mobilità interna dei giovani laureati: risorse pubbliche investite in istruzione che producono valore altrove. A questo si aggiunge oltre un miliardo di euro l’anno di perdita legata all’emigrazione verso l’estero. Il Centro-Nord, pur perdendo a sua volta laureati verso altri Paesi, compensa ampiamente grazie ai flussi in arrivo dal Mezzogiorno.

La mobilità, inoltre, non aspetta più la fine degli studi. Sempre più studenti meridionali scelgono direttamente un ateneo del Centro-Nord. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70mila ragazzi del Sud studiano fuori dalla propria macro-area, con punte altissime nelle discipline STEM. È una scelta strategica: chi si laurea al Centro-Nord tende a restare lì anche per lavorare. E i differenziali salariali rafforzano questa dinamica. A tre anni dal titolo, chi lavora all’estero guadagna oltre 600 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra le retribuzioni medie più basse. Il risultato è un circuito che si autoalimenta: meno opportunità generano più partenze; più partenze riducono la massa critica necessaria per creare nuove opportunità.

La base demografica si restringe, la popolazione invecchia, la sostenibilità economica si fa più fragile. Eppure nel dibattito pubblico si continua a parlare quasi esclusivamente di “fuga dei cervelli”. I “nonni con la valigia” restano ai margini della narrazione

DUE CREPE, UN’UNICA FRATTURA. La novità del rapporto non sta solo nei numeri, ma nella lettura congiunta dei fenomeni. Il Sud perde capitale umano giovane e, insieme, perde anziani che cercano altrove servizi e vicinanza familiare. La fuga dei figli trascina quella dei genitori. L’indebolimento del sistema produttivo si somma a quello del welfare territoriale. La base demografica si restringe, la popolazione invecchia, la sostenibilità economica si fa più fragile. Eppure nel dibattito pubblico si continua a parlare quasi esclusivamente di “fuga dei cervelli”. I “nonni con la valigia” restano ai margini della narrazione, come se fossero un effetto collaterale e non un indicatore strutturale della crisi. In realtà raccontano qualcosa di ancora più profondo: quando un territorio non riesce a trattenere né i giovani né a garantire serenità agli anziani, non è solo di mobilità che si parla. È di equilibrio sociale, di diritti di cittadinanza, di qualità della vita.

Un Paese, due emigrazioni. Ma una sola domanda di fondo: quanto può durare un Mezzogiorno che si svuota in tutte le età della vita?

(In copertina: Ph. Alexandre Dinaut | Unsplash)

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