«Mi sentivo come dentro ad un film»: Stefano Giordano e l’eredità del maxiprocesso 40 anni dopo

10 febbraio 1986, aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo: la prima e più grande sfida tra Stato e mafia, un evento giudiziario seguito da tutto il mondo. A presiedere il padre Alfonso Giordano. Quel fenomeno imprendibile si osserva finalmente da dietro le sbarre di un’aula che verrà definita astronave verde per la sua architettura. Non alieni al suo interno, ma umani troppo umani. L’intervista al figlio del giudice della Corte d’Assise che fece la storia dell’Italia, tra ricordi personali e memoria collettiva 

«Ho subìto un’ingiustizia ma preferisco subirla e non attuarla. Vi auguro la pace, signor presidente, perché la pace è la tranquillità della coscienza». Quando il boss mafioso Michele Greco pronuncia queste parole davanti alla Corte del maxiprocesso, nell’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone siedono centinaia di imputati. Attorno, file di avvocati, magistrati, giudici popolari, forze dell’ordine e giornalisti. Tra riferimenti alla fede cattolica e fantasie socratiche, la parola pace, da quel volto a righe di ferro della cella 19, stona. O forse no. Perché per arrivarci, a quella pace, lo Stato aveva dovuto fare qualcosa che non era mai accaduto: processare in un’unica aula l’intera struttura di Cosa nostra. A presiedere la Corte c’era il magistrato Alfonso Giordano, morto nel 2021. A 40 anni dall’inizio dei lavori del maxiprocesso istruito dal pool antimafia di Falcone e Borsellino, ne abbiamo ripercorso l’eredità con il figlio Stefano. Abbiamo incontrato l’avvocato palermitano – tra le altre cose difensore storico di Contrada, ex dirigente del SISDE e della Polizia di Stato scomparso di recente – a Caltagirone, in occasione di un evento di confronto sulle ragioni del Sì e del No del prossimo referendum, organizzato da Dario Neglia, segretario per la Città Metropolitana di Catania del Partito Liberaldemocratico. Tanti i ricordi affiorati, tra dimensione privata e storia collettiva: i momenti in famiglia, l’atmosfera nella Sicilia degli anni ’80 fino al plebiscito del 22 e 23 marzo: «Falcone fece cambiare idea a mio padre: gli disse che era per la separazione delle carriere. Poi, non è la Bibbia, ma va citato bene».

Che ricordi ha di quel periodo e com’era la vita in casa mentre si lavorava a un processo così straordinario?
«Avevo 14-15 anni e ricordo tutto molto bene. La nomina di mio padre non era stata ancora ufficializzata ma il giornale L’Ora ne diede notizia. Così lo Stato mise presto in campo misure di protezione gestite dall’allora Ministro dell’interno Scalfaro (poi divenuto Presidente della Repubblica). Era l’unica condizione che pose papà: la sicurezza della sua famiglia. Il prefetto Malpica mise a soqquadro casa trasformandola in un bunker: ci installarono dei condizionatori, ai tempi c’erano i vecchi Carrier che oggi sappiamo consumano tanto, ma fummo obbligati a utilizzarli perché ci corazzarono casa. Percepivo la grandiosità di quello che stava accadendo, mi sentivo dentro ad un film».

Come cambiò la sua vita da adolescente?
«A livello personale la vivevo bene. Certo, mi dovetti abituare alla presenza della scorta nei tragitti abituali. Mi informavo su quello che faceva papà e approfondii molto la lettura: in particolare studiai il codice di procedura penale. Quando nell’ ‘89 mi iscrissi all’università dovetti ristudiarlo perché fu abolito in cambio del nuovo. Quel periodo mi lasciò una traccia indelebile, anche nella mia carriera, nel bene e nel male: per esempio, ho scelto di non fare il magistrato».

«La paura di mio padre era quella che non si permettesse al processo di svolgersi. La legittima richiesta di lettura di tutti gli atti avrebbe richiesto anni e i termini per la carcerazione preventiva sarebbero decorsi. Lo Stato dovette intervenire con una apposita legge, ai limiti della costituzionalità. Ma proprio per questo si dimostrò molto forte e presente»

Stefano Giordano

Com’era la vita a scuola? Come affrontava la tensione di una quotidianità stravolta?
«Frequentavo il “Gonzaga” dei gesuiti e lì avevamo il figlio di Ciancimino come i parenti di Lima e il figlio di Peppino Ayala, pubblico ministero al maxiprocesso. È chiaro che c’erano delle tensioni, sia nel periodo precedente sia in quello successivo. Ricordo, ad esempio, l’incidente dell’auto di scorta di Borsellino che per disgrazia investì due ragazzi davanti al liceo classico “Meli”. Si attribuì la colpa all’antimafia. È un esempio di generalizzazione che non fa bene a nessuno, né alle vittime né ai magistrati che in quel momento stavano facendo un lavoro delicatissimo».

A differenza di tanti colleghi che alla richiesta di presiedere l’atto d’accusa a Cosa nostra si rifiutarono, suo padre accettò. Perché?
«Non si pose nemmeno il problema. Un magistrato che viene investito di un compito lo svolge e basta come un imperativo categorico. Non è che avesse tutto questo piacere, lo ha fatto perché lo doveva fare. Come non ha avuto piacere a dare ergastoli. Oggi sento trasmissioni televisive in cui si invocano ergastoli per tutti ma la pena deve essere giusta e proporzionata. Quei 19 ergastoli dati furono giusti e proporzionati».

Qual era la più grande paura di suo padre quando accettò l’incarico?
«Che non si permettesse al processo di svolgersi. I tentativi di ricusazione erano una manovra orchestrata, sotto istigazione degli imputati che dalle gabbie intimavano arrusbigghiativi ai loro difensori per non subire i colpi di Buscetta (il primo grande collaboratore di giustizia, le sue confessioni furono la base del maxiprocesso, ndr). Poi la legittima richiesta di lettura di tutti gli atti avrebbe comportato leggere per anni, nel frattempo sarebbero decorsi i termini di carcerazione preventiva (oggi custodia cautelare). Allora intervenne una legge per impedire che il maxiprocesso si paralizzasse: se è andato avanti, è grazie a quei provvedimenti ai limiti della costituzionalità. Motivo per cui paradossalmente il governo fu accusato di essere colluso con la mafia. In realtà lo Stato si dimostrò molto forte. Anche personalmente ho sentito molto forte la sua presenza: Scalfaro ci telefonava sempre per sapere se andasse tutto bene».

«Il maxiprocesso è la pietra miliare del fondamento giuridico della lotta alla mafia. Fino ad allora, il tribunale di Palermo aveva sostenuto che, pur esistendo, non costituiva reato per associazione a delinquere».

Stefano Giordano

Dopo il maxiprocesso, la carriera di suo padre non ebbe gli sviluppi che ci si sarebbe potuti aspettare. Cosa accadde in quegli anni?
«Mentre da Milano arrivavano elogi, a Palermo non solo non arrivò neanche una telefonata di complimenti da parte dei capi degli uffici, ma addirittura si tentò di ostacolare il suo lavoro mentre scriveva la sentenza insieme a Pietro Grasso (giudice a latere, ndr). Mio padre fu richiamato dal presidente della Corte d’Appello perché, dopo due mesi, tardava a depositare i numerosi volumi della sentenza. Oggi i giudici motivano un patteggiamento in 90 giorni e certe volte neanche li rispettano. E quando si concluse tutto gli fu impedito di fare carriera: fece domande per presidente del tribunale, consigliere, pretore, per tutti i posti direttivi, tutte rigettate dal Consiglio superiore della Magistratura».

Stefano Giordano

Perché il maxiprocesso è definito la Norimberga della mafia?
«Per la sua portata storica: fu il momento in cui la magistratura italiana affrontò in modo sistematico l’intera organizzazione mafiosa. Ma Norimberga fu un processo politico che in certi casi giudicò retroattivamente i crimini, mentre nel maxiprocesso ogni imputato fu valutato senza giudizi politici generali. Il teorema iniziale della responsabilità oggettiva dei capi, secondo cui tutti i capi sarebbero stati responsabili per ogni omicidio, fu vagliato e corretto: chi aveva davvero interesse e responsabilità per un omicidio fu condannato, chi non ne aveva fu assolto per quella specifica accusa».

Guardando oggi a quegli eventi, quale pensa sia l’impatto che ebbero sulla società e sulla giustizia?
«Nel maxiprocesso fu applicata per la prima volta la legge Rognoni-La Torre che definiva reato l’associazione di tipo mafioso. Fino a quel momento, il tribunale di Palermo aveva sostenuto che la mafia, pur esistendo, non costituiva reato perché non costituiva associazione per delinquere. È la pietra miliare del fondamento giuridico della lotta alla mafia, ma non solo. L’articolo 192 del Codice di Procedura Penale sulla valutazione della prova è stato modellato su quello, per esempio, sul ruolo dei collaboratori di giustizia, gli “imputati dichiaranti” come li chiamava mio padre perché loro stessi non si definivano pentiti».

Com’è cambiata la mafia da allora?
«Falcone sosteneva che la mafia è un fenomeno storico: come tutti i fenomeni, finirà. Io dico che la mafia intesa come struttura gerarchica quasi paramilitare non esiste più. Si è indebolita per ammissione degli stessi mafiosi, che non significa che sia scomparsa. In questi 40 anni si è trasformata. Ci sono ancora fenomeni mafiosi importanti, come in Calabria e nel Nord Italia, con una struttura profondamente diversa dalla mafia originale. Però la criminalità non è solo mafia, non lo dimentichiamo».

«Mentre da Milano arrivavano elogi per mio padre, a Palermo non solo non arrivò neanche una telefonata di complimenti da parte dei capi degli uffici, ma addirittura si tentò di ostacolare il suo lavoro mentre scriveva la sentenza insieme a Pietro Grasso. E quando il maxiprocesso si concluse, gli fu impedito di fare carriera»

Stefano Giordano

Il rapporto tra cittadino e Stato è uscito rinsaldato dal maxiprocesso di Palermo?
«Sicuramente, anche perché quella fu percepita come una sentenza giustizia, non come una sentenza vendetta, anche dagli stessi imputati che furono condannati. È stata una vittoria dello Stato».

Secondo lei, al di là delle ragioni di Sì e del No, il prossimo referendum definito da molti “tecnico”, sta offrendo il vantaggio di stimolare una maggiore consapevolezza civica sulla macchina della giustizia?
«Tutti i referendum sono tecnici, però questo non significa che la riforma tocca i diritti soggettivi dei cittadini. Bisogna farlo capire, con serenità e moderazione, facendo attenzione alle fake news. Viviamo in un’epoca in cui la politica sfrutta il populismo. Questo referendum è un’occasione di riflessione sulla giustizia».

Qual è la sfida maggiore che sente oggi da avvocato?
«Fare coscienziosamente il mio lavoro ogni giorno. Sempre con rispetto delle istituzioni, ma senza abdicare al dovere di difendere i diritti dei clienti, e anche i miei».


I NUMERI DEL MAXIPROCESSO

Al maxiprocesso di Palermo presero parte 476 imputati, 919 testimoni, 28 collaboratori di giustizia, circa 200 avvocati, migliaia di agenti delle forze dell’ordine, 16 giudici popolari. Il processo di primo grado si concluse con pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Le 349 udienze celebrate tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987 furono documentate per volere dello stesso Giordano: ciò rese il maxiprocesso il primo processo al mondo interamente filmato. Si concluse nel 1992 con la sentenza definitiva della Corte di cassazione.

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Laureata in "Scienze Filosofiche" presso l'Università di Catania. Giornalista pubblicista, collabora col Sicilian Post dal 2018, curando la rubrica "Il filo di sofia" e occupandosi di tematiche legate alla cultura e all'ambiente.

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