Nella mente e nel cuore di Laura: la risposta siciliana all’amore di Petrarca
Quante volte, rimasti sospesi come le sorti dei personaggi a cui ci siamo visceralmente legati, avremmo voluto sapere cosa si celava dietro i loro non detti carichi di tensione e sentimento? Pellegra Bongiovanni, poetessa palermitana del ‘700, rispose a questo interrogativo vestendo i panni di una delle più celebri muse della storia letteraria. Non solo per omaggiare l’amato autore del Canzoniere, ma dare presenza, corpo a quell’eterea immagine di bellezza. E per ricordarci che in materia amorosa non ci sono mai solo oggetti: ma anche e soprattutto soggetti
Quelli silenziosi, sospesi, dove la corresponsione delle lacrime si confronta ad ogni passo con l’abisso dell’incertezza, sono gli amori più intensi. Fuochi che non bruciano mai del tutto e che la cenere non può sommergere. Si struggono nella ricerca di impossibili risposte, condannati a sperare contro ogni evidenza, aggrappati al dolore come un fedele, sinistro compagno. Imboccano, molte volte, l’asfittico sentiero di un senso unico. E tuttavia si rifiutano di fuggire, di sgranare gli occhi verso orizzonti alternativi, oltre il tempo, lo spazio, le parole. Ci lasciano lì, a custodire la bellezza della loro disperazione. Ma anche a coltivare le fantasie più ardite, le ramificazioni più disparate, a riempire indomabili i vuoti a cui non sappiamo rassegnarci. Ci proiettiamo sul lungofiume ghiacciato di San Pietroburgo, tra il sognatore e Nasten’ka, nella speranza che il loro ultimo incontro non debba trasformarsi in un addio carico di silenzi; con la stessa tenera impertinenza ci perdiamo tra i boulevards di Francia, fino a che il nostro sguardo non incrocia quello di Cyrano, sospingendolo a rivelare a Rossana l’immensità del suo sentimento. Persino il Giappone non ci appare poi così irraggiungibile, quando si tratta di fare il tifo per le tante coppie non convenzionali tratteggiate da Murakami. E che dire di quei classici, intramontabili amori che hanno definito secoli e fiumi di inchiostro? Gli amori che tutti avrebbero voluto vivere o, ancora di più, cantare. L’ispirazione suprema che separa il poeta dalle sue pallide imitazioni. Amori come quello che ha legato Francesco Petrarca a Laura: irrisolti, incompresi. Lettere partite alla volta dell’anima e mai tornate indietro. E proprio lì, sulle sponde di quella natura che nel Canzoniere incastonano la bellezza sfuggente di una delle grandi muse della letteratura mondiale, avremmo voluto sapere qualcosa di più. Sentire l’eco di una carezza donata, spulciare e scartabellare le carte consunte di quella devozione per rintracciare una traccia, un frammento di Laura che non fosse idealizzazione, ma carne, voce, presenza. Trovare l’immagine riflessa di quella disperata agonia del cuore. A qualche secolo di distanza, qualcuno ci ha provato. E ci è, in un certo senso, riuscito. Il suo nome era Pellegra Bongiovanni e il suo luogo di nascita la Palermo di inizio ‘700. Principalmente poetessa – ma in realtà artista a tutto tondo capace di spaziare dall’arte figurativa alla musica – fu uno dei nomi di spicco dell’accademia dell’Arcadia e una delle più profonde conoscitrici dello stile petrarchesco. Al punto da non temere di vestire ella stessa i panni di Laura.
Nel 1763 diede infatti alle stampe l’opera che la consacrò come eccezionale interprete lirica del suo tempo: Risposte a nome di Madonna Laura alle Rime di messer Francesco Petrarca in vita della medesima. Non appena un omaggio al poeta che aveva definito un canone, ma una vera e propria riscrittura che intendeva spostare l’asse semantico sulla figura della donna e della sua dignità letteraria. La Laura immaginata dalla scrittrice siciliana controbatte con vigoria e con sagacia a chi la vorrebbe come insensibile artefice del dolore di Petrarca. La “fiera bella e mansueta”, come il poeta la definisce in uno dei più celebri passi di Chiare, fresche et dolci acque (RVF 126), rivendica la sua autonomia, l’impotenza dinanzi alle beffe del fato e dei sentimenti, che sfuggono alla volontà e ad ogni forma di controllo. E ribadisce che in amore – qualunque sia l’esito della tenzone – non si è mai soltanto oggetti, proiezioni dell’altro: ma anche e soprattutto dei soggetti, che a volte, più o meno consapevolmente, possono infrangere lo specchio in cui l’amante li ha confinati. Proprio nell’incipit della sua opera, Bongiovanni, capovolgendo e ripercorrendo specularmente alcuni iconici stilemi del Petrarca, ridefinisce Laura come personaggio autonomo. Come finzione che abbandona la finzione:
«Nell’ascoltar di quelle rime il suono,
L’incipit di Risposte a nome di Madonna Laura alle Rime di messer Francesco Petrarca in vita della medesima
Che fuor mandasti dall’acceso core,
Quando abbagliato d’amoroso errore
Tal mi festi apparir qual’io non sono:
Meco dentro di me così ragiono:
Perché incolpar mi vuoi del tuo dolore?
Se innocente cagion ti fui di amore,
Di qual mia colpa chiederò perdono?
Che sallo il Cielo, e sallo il Mondo tutto,
Che da te sol si vaneggiò sovente
Non da me, che di nulla io mi vergogno;
Mercé, ch’io so qual degli Amanti è il frutto,
E Amor conosco, e veggio chiaramente,
Che non è dolce, o solo è dolce in sogno»
Di quel frutto doloroso di cui gli amanti spesso si ritrovano a nutrirsi in momenti sfalsati, Laura, per mezzo della nostra illustre conterranea, – considerata alla stregua di una vate a cui affidare il giudizio del proprio valore letterario fino alla sua morte avvenuta nel 1770 – è testimone diretta. Così come di quella dolcezza che spira dalla bocca di chi ama, senza mai possedere la garanzia di giungere alla meta. È forse questa la sorte di chi sprofonda nel turbine amoroso: appartenere ad un sogno a scadenza. Lasciarsi cullare dal desiderio fino all’ultimo afflato. Fare di un’umanissima debolezza un eterno inno ad amare oltre le circostanze. O a sottrarsi dal senso di colpa.
(Immagine realizzata con OpenAI)

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