Nino Garajo: il travaglio della Sicilia nel sonno sospeso di un carrettiere
Cresciuto in quella cornice felice che fu la Bagheria della prima metà del ‘900, in cui condivise le battaglie militanti con Guttuso e Buttitta, il pittore siciliano fu un grande interprete di quella realtà minuta, apparentemente irrilevante, che in realtà nasconde profondi orizzonti di senso. Quelli in cui gli ultimi, gli affannati, i dimenticati riacquistano la dignità che la storia e la prepotenza ha tolto loro
Si dice, a ragion veduta, che l’arte possieda la capacità di sublimare la realtà. E certo le grandi opere, quelle che si impongono alla vista e all’immaginazione come indimenticabili esperienze, riescono a fare, di un frangente di prosaicità, un eterno cristallo di bellezza. Eppure, a volte, la semplice nudità di un gesto, la sconcertante quotidianità di uno spaccato di vita, bastano a sé stessi. Serve solo registrarli, testimoniarli, coglierli nel loro umile accadere, per svelare gli orizzonti del loro più intimo significato. Perché l’arte, in fondo, è anche amplificazione della realtà. Immersione nei suoi risvolti più silenziosi, nell’attimo che sembra informe e che, invece, attende solo di essere colto. È osservazione partecipe, empatica, compassionevole nella sua accezione etimologica. Condivide la sorte di ciò che viene ritratto, sfidando persino il tempo per conferirgli una voce alternativa, una deviazione dai binari predisposti dalla sorte. Più l’aderenza al reale si fa profonda, più la magia dell’arte, paradossalmente, si manifesta. Più la rappresentazione è precisa, addirittura specifica, più la sua carica di vaghezza e di universalità riesce ad essere sprigionata. Tanto più nell’arte del ‘900: indignata, costretta a rinnegare il bello dalle macerie di una storia esplosa sotto il peso delle bombe e dell’arroganza. Tanto più nell’arte dei nostri giorni, uno degli ultimi baluardi contro l’oblio degli ultimi. Di questo medesimo sguardo, di questo viscerale desiderio di calarsi negli aspetti più minimi dell’esistenza, fu grande interprete Nino Garajo, bagherese classe 1918 che fece della sua pittura un manifesto di dignità umana. Un attestato ribelle, controcorrente di come l’apparentemente trascurabile possa tramutarsi in una preziosa lezione etica. Cresciuto con l’eco della rivoluzione cubista di Picasso – che probabilmente le sue origini spagnole contribuirono a rendere presente – in quella felice cornice di creatività rappresentata dalla Bagheria della prima metà del ‘900, condivise con altri figli illustri di quella terra, come Guttuso e Buttitta, gli ideali di una militanza libertaria, nonché una radicale insofferenza per i meccanismi manipolatori e vessatori del potere. Ciò che ne nacque fu una visione schietta, ma non per questo meno poetica. A tratti chimerica, ma non per questo lontana dalla carnalità dei sentimenti.
Basta scorrere un breve campionario di alcune figure rappresentative della sua poetica per avere un’idea di ciò che attirava il suo sguardo. Contadini accigliati, minatori strozzati dalla fatica, scolari nel bel mezzo di una intensa lezione, amanti avvinghiati come se, da un momento all’altro, uno dei due potesse dissolversi. E poi, ancora, chierichetti pensierosi e giovani in attesa di qualcosa che possa destarli da un endemico torpore. In questa galassia di sfruttati, di sognatori, di umili comparse trascinate dalla marea degli eventi, un personaggio emerge in tutta la sua singolarità, quasi a voler sussumere tutte le angosce e le aspirazioni dei suoi immaginari compagni. È il Carrettiere di Sicilia (1956), ritratto fugacemente in un momento nel quale il sonno prende il sopravvento sulle sue membra affannate. Tutto, nella composizione che Garajo gli cuce intorno, sembra richiamare una dimensione di precarietà: il gomito che regge a fatica il capo piegato, la mano sinistra che scivola inerme lungo la gamba, la sedia insidiosa, sinuosa, che pende ma non crolla, che si erge sulle punte come una ballerina. f Confine sottile, impercettibile, tra eterno ed effimero, tra l’amarezza del passato e quella del presente. E mentre uno squarcio di cielo si apre alle sue spalle, quel meritato riposo rivela tutta la sua transitorietà: qualcosa, in maniera repentina, potrebbe presto spezzare quell’equilibrio. Riportare la mente alle sue criticità. Incunearsi nella beatitudine di un silenzio artigliato con estremo sforzo. O, magari, compiere l’impresa opposta: squarciare l’inerzia, scardinare la rassegnazione.
È a questo mondo appartato, che sopporta con riservata fierezza, che oscilla tra fatalità e fatalismo, che Garajo rivolse i suoi pensieri. A chi piange cercando una ragione, come le famiglie delle vittime di mafia, alla solitudine di chi non cerca la compassione, ma ugualmente la merita. Pensieri che non conobbero mai soluzione di continuità. Fino al 1977, quando a Roma, a nemmeno 60 anni, si spense prematuramente. Lasciando un segno che il tempo non ha scalfito. Che non esaurisce la sua carica di denuncia e di vicinanza. E che grida, ogni volta che il valore della persona viene messo in discussione.
(In copertina: Nino Garajo, “Carrettiere di Sicilia”, 1956)

Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




